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Articolo del sottoscritto apparso qui: http://www.mondita.it/2017/02/ospedale-islam/

«Ieri nel reparto ostetricia una donna è stata trasferita di Camera perché era subentrata nella stessa una signora turca..il marito della signora turca ha fatto spostare di l’altra gestante perché lui non voleva che in quella Camera entrassero altri uomini!!! Giustamente ha pensato di essere in una clinica privata. .ma ce anche chi glielo ha permesso!! Vive l’Italia!Ps!!!! Mi chiedo se questi hanno firmato per le non chiusura del reparto!!!».  Così scrive Vittoria Stancanelli nel gruppo Facebook pubblico Mugugni d’Ineja e du portu, il giorno 26 gennaio 2017 (link). In poche parole, il 25 gennaio, presso l’ospedale d’Imperia, due futuri genitori di origine turca si presentano nel nosocomio perché la donna sta per partorire. La futura mamma viene quindi portata in una camera da condividere con un’altra paziente.

Ma, alla prima viene riscontrata una patologia infettiva, dunque si decide per il trasferimento dell’altra donna, allo scopo di evitare contagi. Il post su Facebook, però, miete le prime conseguenze dovute ad un racconto completamente diverso e falso, forse dovuto al nervosismo per il lieto evento (l’autrice nei commenti sotto il post specificherà che la donna trasferita era la figlia). Interviene un consigliere regionale, Alessandro Piana, esponente della Lega Nord che si lascia alle seguenti dichiarazioni: «Nell’epoca dell’ostentazione di finto buonismo e tolleranza accade che una ragazza italiana si veda costretta ad essere spostata perché il marito musulmano della sua compagna di stanza non vuole che ci siano uomini nella camera della moglie. Non ce la vengano a raccontare: questo è un autentico episodio di razzismo nei confronti di cittadini italiani, incomprensibilmente avvallato da qualche buonista “di reparto» (post del 27 gennaio 2017).

Aggiunge: «Ho parlato direttamente con le vittime di questa vergogna e non mi risulta che il trasferimento sia stato disposto per motivi sanitari, come sostenuto inizialmente dalla direzione dell’Asl1 Imperiese. Un ospedale è per tutti. Chi ha sbagliato deve pagare e, a questo punto, sarebbe opportuno aprire un’inchiesta interna sull’inaccettabile episodio di discriminazione, legittimata perfino nei nostri ospedali, spesso sovraffollati, per accertare le singole responsabilità. In tal senso, d’intesa con l’assessore e vicepresidente Sonia Viale, ho già predisposto un’interrogazione che verrà discussa in consiglio regionale con carattere d’urgenza. Il gravissimo fatto di razzismo ai danni di una giovane mamma di Imperia e dei suoi famigliari dimostra la disparità esistente anche nelle nostre strutture pubbliche. Difendiamo le nostre donne dai folli dettami dell’islam» (guarda questo link).

Cerchiamo di fare ordine. Innanzitutto, la pubblicazione di post come quello di Vittoria Stancanelli non è un caso isolato. Accade spesso, infatti, che le persone tendano a sfogare la loro rabbia sui Social Network, dovuta ad ingiustizie (vere o presunte) subite in ospedale. Questa forma di protesta, legittima, ha nella stragrande maggioranza dei casi un limite: non si specificano eventuali risposte che la struttura sanitaria ha dato alla persona “vittima” di ingiustizia. All’interno degli ospedali, infatti, esiste l’URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico), a cui è possibile chiedere informazioni e spiegazioni su un determinato fatto. Nel post della Stancanelli, succede invece che lei motiva il trasferimento della figlia con questioni di razza e religione. Paradossalmente, forse senza accorgersene, nei commenti scrive un testo che la porta dalla parte del torto. Chiede infatti una persona: «Vittoria. ..ma voi non avete protestato con la direzione sanitaria? ??». La risposta: «Luciano…sono arrivata a cose avvenute..ma non per questo lascio cadere la cosa…». Troppo comodo: se il trasferimento non ti è piaciuto, puoi chiedere (se dimostri che ci sono validi motivi) di ripristinare la situazione precedente. Più in generale, prima di scrivere un post su Facebook, meglio chiedere al personale competente spiegazioni, se le tue intenzioni sono quelle di chiarire e non di sollevare polveroni inutili.

Passiamo ora alle parole del consigliere regionale. Anche qui, l’analisi è spietata. Piana parte subito con la certezza che il trasferimento è stato fatto su richiesta del marito. Di conseguenza, dichiara di aver parlato con le “vittime” del fatto e di aver ottenuto conferma che il trasferimento non era stato disposto per motivi sanitari. Quindi, avrebbe intrapreso le azioni necessarie per evitare il ripetersi di episodi di “razzismo” del genere. È un castello di carte:

  1. il consigliere ha dato adito ad un post su Facebook e ha parlato solo con le vittime, ma non ha proferito parola con la persona accusata. Se vuoi comprendere cosa veramente è successo, le parti le devi ascoltare tutte. Ci ha pensato Imperiapost a chiedere la versione dell’accusa, contattando direttamente Murat Kirik, persona incolpata dell’accaduto, che ha risposto: “Ma questi sono pazzi? Si sono inventati tutto. Pensano davvero che io possa avere una mentalità del genere? Ma per chi ci avete preso?Io avrei voluto che mia moglie fosse in camera con altre persone perché io sono sempre al lavoro e non riesco a starle vicino quanto vorrei in questo momento così importante della nostra vita […] Noi quella donna non l’abbiamo neanche mai vista  […] l’ospedale ci ha solo comunicato che mia moglie avrebbe dovuto restare in camera da sola. Quando siamo arrivati nella stanza doppia, una volta usciti dalla sala parto, infatti, all’interno non c’era nessuno”. “Le accuse nei miei confronti […] sono totalmente inventate. Io non ho mai chiesto niente tantomeno di non avere uomini insieme a mia moglie, ma che mentalità pensano che abbiamo? E’ stato l’ospedale a disporre il trasferimento […] Mi sono già fatto consegnare tutti gli articoli di giornale e i post su internet, sono pronto a querelare” (questa la fonte)
  2. il consigliere viene a sapere dalle vittime che non vi erano motivi sanitari, ma poi non chiede conferma al personale ospedaliero (almeno così lascia intendere nell’articolo). Sarebbe stata cosa buona e giusta conoscere la versione dell’ospedale. L’ospedale, infatti, una risposta la lascia: «“In ospedale si cerca, nel limite del possibile, di favorire situazioni personali di disagio. Non è una regola, ma se c’è un posto libero in un’altra stanza questa situazione viene favorita, ma questo riguarda cristiani, mussulmani e altre religioni.  Può succedere anche che uno abbia molti parenti e, per evitare che si crei confusione, siccome il reparto è nuovo e molto bello anche dal punto di vista dell’accoglienza, se si può si cerca di favorire le singole situazioni a tutela della privacy indipendentemente dalla religione». Inoltre, un comunicato era già stato emanato dalla ASL, ove si parlava della patologia infetta come causa e motivo del trasferimento:

Insomma, una semplice azione di tutela della salute si è trasformata in un ennesimo caso di guerra tra poveri, in strumento di propaganda politica anti – musulmana. Chissà se, a parti inverse, si sarebbe sollevato un polverone del genere.

ingranaggiBastano due proiettili ben assestati per rompere il sottile equilibrio della pace mondiale e scatenare una inutile strage tra le nazioni. È sufficiente la paranoia di una persona per colpire ed annullare equilibri logici su argomenti placidi, che difficilmente potrebbero essere soggetti ad interpretazioni diverse. Poi, ci sono i diritti. Questi sono una rete di fili su cui ogni giorno camminiamo: iniziamo il viaggio sul filo del diritto alla vita, poi ci aggrappiamo a quello del lavoro, fino a concludere il tour dopo aver “giocato” su altri “luoghi universali”. Continueremo a godere dei diritti fino a quando riusciremo a tenerci in equilibrio. Ma, a volte le cose diventano troppo semplici, dunque tanto vale complicarle un po’. Quindi, un salto sul filo del diritto alla salute e piccolo colpo di forbice lì dove ci si dovrebbe vaccinare. Così, basta la decisione di non tutelare appieno sé stessi per mettere in pericolo l’equilibrio della salute su cui una comunità sana dovrebbe basarsi (immunità di gregge, questa sconosciuta).  Fili sottili su cui camminiamo, tanto quanto quelli dell’ecosistema. Anche qui, una decisione dell’uomo può sancire il destino di molti: animali, piante, persone e tanto, tanto altro. Un giorno saremo tutti polvere, ma nel frattempo ognuno di noi è un granello di sabbia che può decidere il destino di uno o più ingranaggi di quel complicato e delicato meccanismo chiamato Terra.

Articolo del sottoscritto pubblicato qui: http://www.asslastazione.it/2017/01/25/polvere-del-mondo/

femminicidioÈ il tour dell’orrido, del disgusto, dell’ennesima conferma che il genere umano è una macchina perfettamente in grado di uccidere in diversi modi i suoi simili. Ciò non va interpretato come il semplice atto di porre fine alla vita della persona, bensì umiliarla fino al punto di renderla una bertuccia della società, una sagoma di carta su cui disegnare, colorare e ritagliare a proprio piacimento. E quando il divertimento è di gruppo, allora la situazione diventa più bella ed interessante. I social network, a tal proposito, si presentano come un terreno ottimale per postare foto di donne, spesso a loro insaputa, da sottoporre a commenti osceni da parte di uomini che sicuramente non hanno una mente completamente sana. L’Espresso, in una sua inchiesta ( Stupro su Facebook: ecco che cosa si dicono gli uomini che umiliano le donne ) ha aperto una breccia sul proliferare di gruppi di fanatici maniaci della carne femminile su Facebook. La lettura diventa quel tour dell’orrido di cui si parlava all’inizio dell’articolo. Partendo da un gruppo a caso, Cagne in calore, nel giro di pochi click ti puoi ritrovare in «luoghi di discussione» del tipo Zoccolette deliziose 2.0,  Porca e vogliosa,  Seghe e sborrate su foto di amiche conoscenti. Si tratta soprattutto di gruppi privati, a cui puoi accedere solo chiedendo l’iscrizione. Saltiamo volentieri questo passaggio, limitandoci a riprendere qualche espressione evidenziata dall’inchiesta de L’Espresso: «labbra da pompinara da riempire»; «E che ne dite di questa che per otto anni me la sono scopata? Se c’è qualcuno interessato, in privato posso dire dove può trovarla». Nonostante l’ articolo 167 del Codice della Privacy, Internet spesso sembra essere terra di nessuno: le leggi della vita reale non sembrano applicarsi nel virtuale. Questa cruda realtà porta ad una triste riflessione: non illudiamoci di sconfiggere il femminicidio con iniziative culturali, marce o altre iniziative tradizionali. Per fortuna o purtroppo, il mondo è cambiato ed è necessario studiare strumenti di lotta validi per quel campo di battaglia che è la frontiera di internet. In attesa (che non sia troppo lunga) di un’applicazione delle leggi concreta e forte anche sul web, è necessaria una rivoluzione culturale nella testa di ciascuno di noi: prendere l’impegno di usare internet per il divertimento sano, per lo studio e il lavoro, per mantenere relazioni e contatti, segnalando o comunque facendo notare alle persone le mele marce su cui ci si imbatte durante la navigazione. Sarebbe un passo in avanti importante, che allora ci permetterebbe di dire, finalmente, che il femminicidio è possibile abbatterlo anche nella versione cyber. Ma, nel frattempo, in attesa di questa «utopia»,  i social network continuano nel loro comportamento ambiguo: bloccare profili di persone il cui nome è Isis (Si chiama Isis: Facebook le blocca il profilo) ed impegno minimo nei confronti dei fanatici della carne femminile. Il femminicidio è anche questo: umiliare la donna ogni giorno, perché donna. Se non ora, quando?

 

Articolo del sottoscritto pubblicato qui: http://www.wtnews.it/frequenze

referendumL’ennesimo azzardo di Matteo Renzi lo ha portato alla sconfitta il 4 dicembre. Il contesto politico in cui viviamo richiedeva, invece, molto tatto. Nel momento in cui i populismi crescono pericolosamente un po’ ovunque (vedasi Front National e Donald Trump), personalizzare il referendum costituzionale è stato un azzardo che potrebbe portare l’Italia nel novero dei Paesi governati dai partiti anti – sistema, a cominciare dal M5S. Il risultato del 4 dicembre ha regalato forti emozioni per i soggetti interessati. Il PD, contro tutti, ha saputo vincere solo in Emilia Romagna e Toscana. È forse la conferma definitiva di un partito che ha deciso di investire tutto su Matteo Renzi, sacrificando le risorse territoriali. Emozioni che permettono alla Lega Nord di consolidare il suo ruolo di prima forza politica di destra e al M5S di cominciare a bussare alle porte di Palazzo Chigi, anche a costo di accettare l’Italicum. Siamo entrati in un nuovo scenario: la nascita del Governo Gentiloni, figlio dei 1000 giorni e del rifiuto tattico, da parte delle altre forze politiche, di partecipare ad una convergenza più ampia. La scelta di Paolo Gentiloni ha il giusto mix di esperienza e responsabilità. Il premier non ha nascosto che forse il mandato non arriverà a scadenza naturale, ma ha messo il Parlamento davanti al fatto compiuto. L’agenda degli impegni è fitta: nuova legge elettorale, Mezzogiorno, appuntamenti internazionali e molto altro. Il Governo non sarà una eventuale e tranquilla transizione verso nuove elezioni politiche. Lavorerà tanto, consapevole che dovrà farlo bene e incidendo positivamente sui cittadini italiani, che non si potrà più forzare la mano come nell’era Renzi, tutt’altro che finita. La posta in gioco è molto alta: un governo in mano alle forze della rabbia.

Articolo apparso qui (pag.4): http://www.wtnews.it/frequenze

Articolo pubblicato sul seguente link: http://www.wtnews.it/6985/editoriali/pd-politico-dizionario

Bandiere-Pd-685x320La sconfitta al referendum del 4 dicembre è stata tutt’altro che innocua. Sicuramente, ha fatto saltare i nervi all’interno del Partito Democratico, già dilaniato da lotte interne che ora sono emerse, forse, in tutta la loro aggressività. Ne è testimonianza l’intervento di Roberto Giachetti nell’Assemblea Nazionale del PD del 18 dicembre 2016, nel quale ha espresso i suoi rilievi riguardo l’adesione ad un clima più unitario all’interno di quella che è oggi la principale forza governativa e partitica del Paese. Parole coraggiose, politicamente aggressive e sincere, che non hanno nascosto l’invito alla minoranza interna a riflettere se restare o meno nel partito e che non hanno esitato ad etichettare Roberto Speranza una faccia come il culo. Con una sola frase, l’intero intervento di Giachetti ha subìto una caduta di stile. Aggravante: si trattava di un intervento fatto in pubblico, all’interno di un organo del Partito Democratico e in diretta streaming, dunque accessibile alla stragrande maggioranza delle persone. Ma il problema, non sono le parole di Roberto Giachetti, bensì il livello di degrado che la discussione politica interna al Partito Democratico sta vivendo da almeno un anno. Andando a ritroso nel tempo, ripercorrendo il 2016, possiamo individuare con facilità espressioni che non sono affatto esempi modello di un linguaggio politico «alto». Poco bella è stata, ad esempio, la frase «lo stile è come il coraggio di Don Abbondio», detta da Matteo Renzi in occasione della Direzione PD del 7 dicembre 2016. Particolarmente imbarazzante è stata, per il sottoscritto, la diatriba su Facebook che si è sviluppata tra il Sindaco del mio Comune (Tommaso Conti) – esponente del Partito Democratico – e un personaggio politico molto noto in Provincia di Latina (Giorgio De Marchis), anche lui in quota PD: un «cafone» di qua, uno «stronzo» di là, un «vaffanculo», altre belle espressioni* ed ecco che sui social ci si dimentica del ruolo istituzionale e della notorietà che si ha, mostrando il lato peggiore della persona. Ci sarebbero altri esempi da elencare, come il «Fassina chi?» di Matteo Renzi, ma qui non conta fare un riepilogo di tutte le oscenità dette dal Partito Democratico e non solo. Il discorso è che bisognerebbe, innanzitutto, cominciare a capire cosa sta succedendo, casomai rispondendo subito alla domanda dove stiamo andando? O meglio, cosa sta diventando il Partito Democratico? Personalmente, non sono più parte di quella storia, avendo lasciato il partito con relative cariche nell’estate del 2015, ma per alcuni fili continuo ancora a sentirmi legato. Fili fragili, che rappresentano il periodo in cui militavo districandomi tra Congressi, Elezioni, dibattiti e gazebo. Ricordo momenti di tensione anche elevati, ma c’era comunque lo sforzo, da parte di tutti, a non sfociare nel volgare e nella mancanza di rispetto verso l’interlocutore. Oggi, di quell’aspetto educativo, sembra restare molto poco: la comunità non è più tale, ma è un luogo (ancor più di prima) composto da persone che tra loro si odiano e fanno a gara per scalare in maniera vorace il partito. È una guerra continua, dunque ogni mezzo è lecito. Peccato, perché il Partito Democratico, fino ad oggi, si era posto come la principale forza politica in grado di contrastare il «Vaffanculo!» del Movimento 5 Stelle e le bassezze di Lega Nord ed altri partiti, proponendo uno stile più armonico, ricco di difetti ma più attento a criticare i problemi che ad etichettare una persona. Dispiace, perché acquisire un linguaggio che non è affatto quello distintivo della propria storia, significa mettere in imbarazzo i militanti, le vere persone coraggiose che spendono buona parte del proprio tempo per divulgare programmi, valori e idee del partito. Delude, perché la discussione politica dovrebbe essere un esempio, un modo per appassionare a questo mondo nuove leve. La strada intrapresa non è affatto positiva: se a questo percorso vi aderisce la principale forza del Paese, allora il livello di guardia diventa massimo. Sarebbe utile, per rimediare, considerare queste parole: «Io credo che la politica stia vivendo uno dei momenti più bassi anche dal punto di vista del linguaggio oltre che dei comportamenti, e che questo non aiuti il Paese. Ormai la rissa è d’obbligo». Guarda caso, parole dette da Roberto Giachetti.

italia-sudafricaC’è tanta roba nel 20–18 che l’Italia del rugby ha inflitto al Sudafrica nella sfida di Firenze del 19 novembre 2016. Innanzitutto, c’è la storia, che finalmente si tinge di azzurro dopo tanto continente nero. Diciamoci la verità: quanto è lontano quel 101–0 che gli Springboksci inflissero nel 1999? Tanto, perché di acqua sotto i ponti ne è passata: l’Italia è cresciuta, ha saputo ritagliarsi nel Sei Nazioni soddisfazioni importanti, seppur ancora racchiuse nelle sconfitte onorevoli, nelle vittorie volte solo ad evitare il Wooden Spoon (cucchiaio di legno, titolo che si assegna alla squadra che arriva ultima) o il Whitewash (imbiancata, si assegna a chi perde tutte le partite della competizione) e in annate come il 2013. Siamo cresciuti e oggi riusciamo a sconfiggere una squadra che sicuramente è in crisi profonda (per i sudafricani si trattava della settima sconfitta consecutiva), ma che in passato ci avrebbe comunque inflitto pesanti danni. È la prima vittoria contro una squadra dell’emisfero Sud; soprattutto, è forse l’inizio di una nuova fase, caratterizzata da un salto qualitativo nel gioco e da un livello superiore riguardo le ambizioni della nazionale azzurra.

Certo, non possiamo far finta di non notare che, sette giorni dopo, una squadra più alla portata degli Springboks ci ha inflitto una sconfitta in zona Cesarini. Tonga era molto più abbordabile, già in passato era stata sconfitta dai nostri. Stavolta non è andata così, ma la sconfitta non è passata in secondo piano. Secondo molti, dopo Firenze ci siamo illusi ed esaltati troppo, quando invece avremmo dovuto limitarci a fare complimenti e a riconoscere che c’è ancora molta strada da fare. Forse è così, ma personalmente preferisco vedere la partita contro Tonga come una sconfitta di assestamento: se la squadra c’è, può vincere anche contro i mostri sacri; viceversa, se non mantiene lucidità, le prende anche da chi solitamente viene suonato. Insomma, da Firenze siamo usciti con una nuova consapevolezza, mentre Padova (luogo della partita con Tonga) ci ha ricordato che bisogna restare lucidi.

L’Italrugby può e deve essere quella della meta di Tommaso Allan, realizzata subito dopo il primo sorpasso di Tonga e simbolo di una rinnovata qualità.

Articolo pubblicato su: http://www.wtnews.it/6918/editoriali/firenze-passando-padova-la-nascita-unitalrugby-piu-forte

accoglienza (1)Dire padroni a casa nostra oppure chiudiamo i confini, sicuramente ti da il batticuore. Ma le emozioni più belle sono quelle che ti fanno uscire la lacrimuccia dall’occhio, dove i protagonisti sono i ponti e non i muri. In questa Unione Europea di egoismi emergenti c’è un Paese, l’Italia, che ai nazionalismi sa contrapporre esperienze di solidarietà passate e attuali che fanno rabbrividire, per quanto sono belle. C’è ad esempio Brindisi, capoluogo pugliese di 90mila abitanti, che il 7 marzo 1991 si ritrovò ad accogliere 25mila profughi albanesi in fuga da decenni di regime comunista. Un esodo allora considerato biblico, che vide le istituzioni nazionali impreparate a reagire adeguatamente (ci vollero 5 giorni per i primi aiuti strutturati), ma compensate dal grande cuore degli abitanti della città, che non ebbero paura di aprire le porte: 36 scuole divennero subito dormitori, le mense aziendali fecero duemila pasti in più al giorno rispetto al normale… 25 anni dopo, Lampedusa non è più solo un’isola da citare in geografia, Mare Nostrum non richiama più solo all’epoca romana… E, «sconfinando» un momento, scopriamo che le porte diventano ouvertes. E il 13 novembre 2015: Parigi viene scossa da una serie di attentati. All’inferno del Bataclan, i cittadini rispondono con l’hashtag #PortesOuvertes, offrendo protezione a chi scappava dal terrore. Tornando in Italia scopriamo che, 25 anni dopo, Riace non è più solo la città dei bronzi. Lo deve al sindaco, che ha deciso di avviare un programma di accoglienza per rifugiati, connesso al rilancio della città. Un’idea che ha portato alla rinascita del centro storico, al rilancio di attività artigianali, al sorpasso della natalità nei confronti della mortalità. Oggi Riace è un modello unico nel suo genere, è uno dei tanti baci d’amore tra due mondi, uno ricco e l’altro povero. Insomma, i confini qui non sono pervenuti. Per fortuna.

Articolo del sottoscritto apparso su: http://www.asslastazione.it/2016/11/13/portes-ouvertes/

movimento-5-stelle-romaProbabilmente Bergoglio non se ne sarà accorto, oppure lo sa e ci sta lavorando su. Forse ne è consapevole ma non gli importa nulla. Fatto sta che Roma, con la fine della giunta Marino e l’inizio dell’epopea pentastellata, è entrata in una fase conservatrice, volta a renderla una città esteticamente bella, ma povera di contenuti al suo interno. D’altronde, Virginia Raggi non ha mai nascosto, durante la campagna elettorale, la sua intenzione di occuparsi «prima dell’ordinario e poi dello straordinario». Peccato che l’ordinario è (giustamente) roba di tutti i giorni: il taglio dell’erba, la manutenzione delle strade e tanto altro. Lo straordinario invece è tutto quell’insieme di attività che prevedono sforzi maggiori e particolari, che se ben realizzati permetterebbero alla città di fare un salto di qualità. Roma è una delle maggiori capitali internazionali, una città ricca di storia, arte, bellezze naturalistiche e non solo; non merita di essere trattata come una città di seconda fascia. Invece, è quello che sta accadendo. Il rifiuto di confermare la candidatura alle Olimpiadi 2024 è stato un passo indietro gravissimo. Vero che la capitale è sotto una cappa di corruzione di cui Mafia Capitale è, con ogni probabilità, solo una ulteriore conferma di quello che è un male storico di Roma. Ma, se prima del 20 settembre 1870, giorno della presa di Porta Pia e fine del potere temporale dei Papi sulla città eterna, avessimo ascoltato i ragionamenti di coloro contrari all’annessione al Regno d’Italia di Roma perché considerata una «sacca di corruzione», molto probabilmente oggi staremmo a parlare di un’Italia la cui capitale era Firenze, mentre Latina si collocava come la prima città del Lazio, a pochi km dallo Stato Pontificio. L’illegalità va combattuta sfidandola, dimostrando che il territorio sa organizzare grandi progetti nel rispetto della legge, impedendo al malaffare di infiltrarsi. I grillini, invece, hanno optato per una politica del «non fare», sacrificando i benefici a favore della gente «onesta», pur di fare uno sgarro a quei «brutti cattivoni» della famiglia Caltagirone. Lungi da me osannare questi ultimi, ma permettetemi di dire che un Paese che ha paura delle infiltrazioni della illegalità, che teme eventuali monopoli di alcune famiglie di costruttori etc., è destinato a morire, non tanto come entità statale, bensì nel suo orgoglio, nelle sue ambizioni di essere migliore giorno dopo giorno.

Roma, progressivamente, sta tornando ad essere la città del Papa re. La mastodontica processione dedicata ai Santi Pio e Leopoldo, il Giubileo straordinario e quello «ordinario» che si terrà tra qualche anno, sono la triste conferma di quali unici grandi eventi Roma, per un lungo periodo, potrà ospitare. Peccato che trattasi della capitale di uno Stato laico, di una città che dovrebbe competere con Parigi (città coraggiosa, se si pensa che ha organizzato gli Europei di calcio 2016 nella paura di ulteriori attentati e che punta ad organizzare le Olimpiadi 2024, periodo in cui la tensione sarà forse un pochino scemata, ma sicuramente non il livello di guardia), distante pochi chilometri da quella Napoli tanto accusata di essere criminale, ma allo stesso tempo ambiziosa, perché in grado di ospitare l’America’s Cup, la Coppa Davis, di proporsi come sostituta per i Giochi Olimpici.

Il ritorno del Papa Re è un salto indietro nella storia, forse di secoli. Il 3 novembre 2016, il Campidoglio ha effettuato un altro passo a favore della svolta conservatrice. È stata votata una mozione contro la direttiva Bolkestein, un provvedimento dell’Unione Europea che permette ad un qualsiasi cittadino dell’UE di proporre, nel territorio di questa, la propria attività. Ai venditori ambulanti non piace l’art.12, perché li obbliga a partecipare ai bandi per il rinnovo delle licenze insieme alle società di capitali. Così, pur di salvaguardare i piccoli (almeno così ha detto la Raggi), si è deciso di votare una mozione che impegna il Comune a prorogare fino al 2020 l’attuale sistema bancarellario, ad oggi quasi monopolizzato dai Tredicine, che dopo i colpi subiti dalla giunta Marino, oggi sembrano vivere una nuova rinascita.

D’altronde, anche all’epoca dello Stato Pontificio, erano poche famiglie e qualche corporazione a farla da padrone.

Articolo apparso su: http://www.wtnews.it/6868/editoriali/la-citta-del-papa-re-roma

Con questo articolo debutto su Walkie Talkie..
Un progetto figo fatto di persone fighe… 

IL “CASO MORO” E QUEL REVISIONISMO CHE FA BENE ALL’ITALIA

Buona lettura!

Caso-Moro
Mi è capitato già due volte di assistere agli incontri del deputato Gero Grassi, in merito al caso Moro. Ascoltare per due ore e poco più quello che è il risultato del duro lavoro svolto (e che è ancora in atto) dalla Commissione istituita per far emergere la verità storica e per capire se combacia con quella ufficiale, significa non solo assistere ma anche contribuire a costruire un futuro diverso e migliore per le giovani generazioni.

Quel 9 maggio ’78 e tutto ciò che ruota intorno alla figura di Aldo Moro ha infatti segnato l’Italia fino ai giorni nostri; l’alone di mistero – figlio di depistaggi, della decisione di imporre il segreto di Stato per un lunghissimo periodo etc. – nel quale tutta la questione è caduta, ha sicuramente contribuito a costruire un Paese che poco e male sa della sua storia repubblicana, che di questi 70 anni conosce solamente l’infarinatura che si fa a scuola. Ma l’opera di Gero Grassi e della Commissione sul caso Moro, la possiamo considerare la cura per quel muro di omertà che troppo spesso nel nostro Paese si innalza.

Quando si va ad ascoltare Gero Grassi, si va ad assistere anche (forse) alla più grande opera di revisionismo dal dopoguerra ad oggi. Detto così, sembra una cosa brutta. D’altronde, Renzo De Felice* è stato notevolmente criticato riguardo i suoi studi sull’effettivo ruolo della Resistenza durante l’occupazione nazifascista (Norberto Bobbio, dopo aver inizialmente difeso l’opera di De Felice, giunse alla conclusione che questi stava attuando un preciso scopo politico, cioè il ridimensionamento del ruolo della lotta partigiana). Ma il Revisionismo altro non è che un metodo di studio e ricerca, un’attività continua di analisi delle fonti volta a mettere alla luce la verità di un determinato pezzo di storia, molto spesso ridotta – nella migliore delle ipotesi – ad una narrazione essenziale, se non addirittura edulcorata.
Il revisionismo è questo, è un continuo ricercare la verità. È ciò che ti permette di scoprire che i «Tondi di Centuripe»* non sono affatto ritratti policromi in terracotta risalenti al III° sec.a.C., ma ai primi del ‘900, dunque trattasi di clamorosi falsi.

E Revisionismo è anche quello della Commissione sul caso Moro. Si tratta di un ottimo vaccino contro il dilagare della storia falsa o manipolata, contro quella narrazione di fatti realizzata soprattutto in nome della «Ragion di Stato».

La verità è illuminante e ci aiuta ad essere coraggiosi, diceva Aldo Moro. Bene, è arrivato il momento di dirla.

*Per approfondire, invito a leggere la fonte da cui ho tratto le informazioni: Revisionismo, breve seminario per discuterne (Simoncelli Paolo).

Fonte: http://www.wtnews.it/6829/opinioni/il-caso-moro-e-quel-revisionismo-che-fa-bene-allitalia

eutanasia

Ci sono percorsi che nella vita non scegli, strade che ti ritrovi a praticare perché vittima di un destino crudele. Giusto per fare un esempio, si pensi a chi viene colpito da malattie neurodegenerative. Nasci, cresci, giorno dopo giorno conosci il mondo, realizzi le tue esperienze d’amore, ti trovi un lavoro. Se sei fortunato, riesci addirittura a sposarti e a trovare una stabilità familiare. Ma, se sei stato « nominato », sarà impossibile per te sfuggire alla sfida che ti viene proposta. Quando i muscoli cominciano progressivamente e lentamente a morire, inizia un percorso di vita del tutto nuovo e tragico. Attorno al tuo corpo si crea un labirinto che sei costretto a percorrere. Potresti utilizzare un filo e ripercorrere all’indietro il tragitto. Troppo facile: una volta che sei entrato nel labirinto, la porta alle tue spalle si chiude. Il tuo obiettivo è trovare la via d’uscita intesa come salvezza, come sconfitta della malattia. Hai un tempo da rispettare. Il decorso della malattia è la tua clessidra, la sabbia scorre lenta ma inesorabile. Ad un certo punto, ti ritrovi attaccato ad un respiratore artificiale: game over. La « luce in fondo al tunnel » che tanto desideravi diventa un bivio: girare a sinistra per staccare la spina e porre fine alle proprie sofferenze, oppure svoltare a destra e sperare in un miracolo che non arriverà mai. Poi guardi meglio e vedi un segnale stradale che ti obbliga a girare a destra, perché in questo strano Paese chiamato Italia non puoi scegliere.