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italia-sudafricaC’è tanta roba nel 20–18 che l’Italia del rugby ha inflitto al Sudafrica nella sfida di Firenze del 19 novembre 2016. Innanzitutto, c’è la storia, che finalmente si tinge di azzurro dopo tanto continente nero. Diciamoci la verità: quanto è lontano quel 101–0 che gli Springboksci inflissero nel 1999? Tanto, perché di acqua sotto i ponti ne è passata: l’Italia è cresciuta, ha saputo ritagliarsi nel Sei Nazioni soddisfazioni importanti, seppur ancora racchiuse nelle sconfitte onorevoli, nelle vittorie volte solo ad evitare il Wooden Spoon (cucchiaio di legno, titolo che si assegna alla squadra che arriva ultima) o il Whitewash (imbiancata, si assegna a chi perde tutte le partite della competizione) e in annate come il 2013. Siamo cresciuti e oggi riusciamo a sconfiggere una squadra che sicuramente è in crisi profonda (per i sudafricani si trattava della settima sconfitta consecutiva), ma che in passato ci avrebbe comunque inflitto pesanti danni. È la prima vittoria contro una squadra dell’emisfero Sud; soprattutto, è forse l’inizio di una nuova fase, caratterizzata da un salto qualitativo nel gioco e da un livello superiore riguardo le ambizioni della nazionale azzurra.

Certo, non possiamo far finta di non notare che, sette giorni dopo, una squadra più alla portata degli Springboks ci ha inflitto una sconfitta in zona Cesarini. Tonga era molto più abbordabile, già in passato era stata sconfitta dai nostri. Stavolta non è andata così, ma la sconfitta non è passata in secondo piano. Secondo molti, dopo Firenze ci siamo illusi ed esaltati troppo, quando invece avremmo dovuto limitarci a fare complimenti e a riconoscere che c’è ancora molta strada da fare. Forse è così, ma personalmente preferisco vedere la partita contro Tonga come una sconfitta di assestamento: se la squadra c’è, può vincere anche contro i mostri sacri; viceversa, se non mantiene lucidità, le prende anche da chi solitamente viene suonato. Insomma, da Firenze siamo usciti con una nuova consapevolezza, mentre Padova (luogo della partita con Tonga) ci ha ricordato che bisogna restare lucidi.

L’Italrugby può e deve essere quella della meta di Tommaso Allan, realizzata subito dopo il primo sorpasso di Tonga e simbolo di una rinnovata qualità.

Articolo pubblicato su: http://www.wtnews.it/6918/editoriali/firenze-passando-padova-la-nascita-unitalrugby-piu-forte

accoglienza (1)Dire padroni a casa nostra oppure chiudiamo i confini, sicuramente ti da il batticuore. Ma le emozioni più belle sono quelle che ti fanno uscire la lacrimuccia dall’occhio, dove i protagonisti sono i ponti e non i muri. In questa Unione Europea di egoismi emergenti c’è un Paese, l’Italia, che ai nazionalismi sa contrapporre esperienze di solidarietà passate e attuali che fanno rabbrividire, per quanto sono belle. C’è ad esempio Brindisi, capoluogo pugliese di 90mila abitanti, che il 7 marzo 1991 si ritrovò ad accogliere 25mila profughi albanesi in fuga da decenni di regime comunista. Un esodo allora considerato biblico, che vide le istituzioni nazionali impreparate a reagire adeguatamente (ci vollero 5 giorni per i primi aiuti strutturati), ma compensate dal grande cuore degli abitanti della città, che non ebbero paura di aprire le porte: 36 scuole divennero subito dormitori, le mense aziendali fecero duemila pasti in più al giorno rispetto al normale… 25 anni dopo, Lampedusa non è più solo un’isola da citare in geografia, Mare Nostrum non richiama più solo all’epoca romana… E, «sconfinando» un momento, scopriamo che le porte diventano ouvertes. E il 13 novembre 2015: Parigi viene scossa da una serie di attentati. All’inferno del Bataclan, i cittadini rispondono con l’hashtag #PortesOuvertes, offrendo protezione a chi scappava dal terrore. Tornando in Italia scopriamo che, 25 anni dopo, Riace non è più solo la città dei bronzi. Lo deve al sindaco, che ha deciso di avviare un programma di accoglienza per rifugiati, connesso al rilancio della città. Un’idea che ha portato alla rinascita del centro storico, al rilancio di attività artigianali, al sorpasso della natalità nei confronti della mortalità. Oggi Riace è un modello unico nel suo genere, è uno dei tanti baci d’amore tra due mondi, uno ricco e l’altro povero. Insomma, i confini qui non sono pervenuti. Per fortuna.

Articolo del sottoscritto apparso su: http://www.asslastazione.it/2016/11/13/portes-ouvertes/

movimento-5-stelle-romaProbabilmente Bergoglio non se ne sarà accorto, oppure lo sa e ci sta lavorando su. Forse ne è consapevole ma non gli importa nulla. Fatto sta che Roma, con la fine della giunta Marino e l’inizio dell’epopea pentastellata, è entrata in una fase conservatrice, volta a renderla una città esteticamente bella, ma povera di contenuti al suo interno. D’altronde, Virginia Raggi non ha mai nascosto, durante la campagna elettorale, la sua intenzione di occuparsi «prima dell’ordinario e poi dello straordinario». Peccato che l’ordinario è (giustamente) roba di tutti i giorni: il taglio dell’erba, la manutenzione delle strade e tanto altro. Lo straordinario invece è tutto quell’insieme di attività che prevedono sforzi maggiori e particolari, che se ben realizzati permetterebbero alla città di fare un salto di qualità. Roma è una delle maggiori capitali internazionali, una città ricca di storia, arte, bellezze naturalistiche e non solo; non merita di essere trattata come una città di seconda fascia. Invece, è quello che sta accadendo. Il rifiuto di confermare la candidatura alle Olimpiadi 2024 è stato un passo indietro gravissimo. Vero che la capitale è sotto una cappa di corruzione di cui Mafia Capitale è, con ogni probabilità, solo una ulteriore conferma di quello che è un male storico di Roma. Ma, se prima del 20 settembre 1870, giorno della presa di Porta Pia e fine del potere temporale dei Papi sulla città eterna, avessimo ascoltato i ragionamenti di coloro contrari all’annessione al Regno d’Italia di Roma perché considerata una «sacca di corruzione», molto probabilmente oggi staremmo a parlare di un’Italia la cui capitale era Firenze, mentre Latina si collocava come la prima città del Lazio, a pochi km dallo Stato Pontificio. L’illegalità va combattuta sfidandola, dimostrando che il territorio sa organizzare grandi progetti nel rispetto della legge, impedendo al malaffare di infiltrarsi. I grillini, invece, hanno optato per una politica del «non fare», sacrificando i benefici a favore della gente «onesta», pur di fare uno sgarro a quei «brutti cattivoni» della famiglia Caltagirone. Lungi da me osannare questi ultimi, ma permettetemi di dire che un Paese che ha paura delle infiltrazioni della illegalità, che teme eventuali monopoli di alcune famiglie di costruttori etc., è destinato a morire, non tanto come entità statale, bensì nel suo orgoglio, nelle sue ambizioni di essere migliore giorno dopo giorno.

Roma, progressivamente, sta tornando ad essere la città del Papa re. La mastodontica processione dedicata ai Santi Pio e Leopoldo, il Giubileo straordinario e quello «ordinario» che si terrà tra qualche anno, sono la triste conferma di quali unici grandi eventi Roma, per un lungo periodo, potrà ospitare. Peccato che trattasi della capitale di uno Stato laico, di una città che dovrebbe competere con Parigi (città coraggiosa, se si pensa che ha organizzato gli Europei di calcio 2016 nella paura di ulteriori attentati e che punta ad organizzare le Olimpiadi 2024, periodo in cui la tensione sarà forse un pochino scemata, ma sicuramente non il livello di guardia), distante pochi chilometri da quella Napoli tanto accusata di essere criminale, ma allo stesso tempo ambiziosa, perché in grado di ospitare l’America’s Cup, la Coppa Davis, di proporsi come sostituta per i Giochi Olimpici.

Il ritorno del Papa Re è un salto indietro nella storia, forse di secoli. Il 3 novembre 2016, il Campidoglio ha effettuato un altro passo a favore della svolta conservatrice. È stata votata una mozione contro la direttiva Bolkestein, un provvedimento dell’Unione Europea che permette ad un qualsiasi cittadino dell’UE di proporre, nel territorio di questa, la propria attività. Ai venditori ambulanti non piace l’art.12, perché li obbliga a partecipare ai bandi per il rinnovo delle licenze insieme alle società di capitali. Così, pur di salvaguardare i piccoli (almeno così ha detto la Raggi), si è deciso di votare una mozione che impegna il Comune a prorogare fino al 2020 l’attuale sistema bancarellario, ad oggi quasi monopolizzato dai Tredicine, che dopo i colpi subiti dalla giunta Marino, oggi sembrano vivere una nuova rinascita.

D’altronde, anche all’epoca dello Stato Pontificio, erano poche famiglie e qualche corporazione a farla da padrone.

Articolo apparso su: http://www.wtnews.it/6868/editoriali/la-citta-del-papa-re-roma

Con questo articolo debutto su Walkie Talkie..
Un progetto figo fatto di persone fighe… 

IL “CASO MORO” E QUEL REVISIONISMO CHE FA BENE ALL’ITALIA

Buona lettura!

Caso-Moro
Mi è capitato già due volte di assistere agli incontri del deputato Gero Grassi, in merito al caso Moro. Ascoltare per due ore e poco più quello che è il risultato del duro lavoro svolto (e che è ancora in atto) dalla Commissione istituita per far emergere la verità storica e per capire se combacia con quella ufficiale, significa non solo assistere ma anche contribuire a costruire un futuro diverso e migliore per le giovani generazioni.

Quel 9 maggio ’78 e tutto ciò che ruota intorno alla figura di Aldo Moro ha infatti segnato l’Italia fino ai giorni nostri; l’alone di mistero – figlio di depistaggi, della decisione di imporre il segreto di Stato per un lunghissimo periodo etc. – nel quale tutta la questione è caduta, ha sicuramente contribuito a costruire un Paese che poco e male sa della sua storia repubblicana, che di questi 70 anni conosce solamente l’infarinatura che si fa a scuola. Ma l’opera di Gero Grassi e della Commissione sul caso Moro, la possiamo considerare la cura per quel muro di omertà che troppo spesso nel nostro Paese si innalza.

Quando si va ad ascoltare Gero Grassi, si va ad assistere anche (forse) alla più grande opera di revisionismo dal dopoguerra ad oggi. Detto così, sembra una cosa brutta. D’altronde, Renzo De Felice* è stato notevolmente criticato riguardo i suoi studi sull’effettivo ruolo della Resistenza durante l’occupazione nazifascista (Norberto Bobbio, dopo aver inizialmente difeso l’opera di De Felice, giunse alla conclusione che questi stava attuando un preciso scopo politico, cioè il ridimensionamento del ruolo della lotta partigiana). Ma il Revisionismo altro non è che un metodo di studio e ricerca, un’attività continua di analisi delle fonti volta a mettere alla luce la verità di un determinato pezzo di storia, molto spesso ridotta – nella migliore delle ipotesi – ad una narrazione essenziale, se non addirittura edulcorata.
Il revisionismo è questo, è un continuo ricercare la verità. È ciò che ti permette di scoprire che i «Tondi di Centuripe»* non sono affatto ritratti policromi in terracotta risalenti al III° sec.a.C., ma ai primi del ‘900, dunque trattasi di clamorosi falsi.

E Revisionismo è anche quello della Commissione sul caso Moro. Si tratta di un ottimo vaccino contro il dilagare della storia falsa o manipolata, contro quella narrazione di fatti realizzata soprattutto in nome della «Ragion di Stato».

La verità è illuminante e ci aiuta ad essere coraggiosi, diceva Aldo Moro. Bene, è arrivato il momento di dirla.

*Per approfondire, invito a leggere la fonte da cui ho tratto le informazioni: Revisionismo, breve seminario per discuterne (Simoncelli Paolo).

Fonte: http://www.wtnews.it/6829/opinioni/il-caso-moro-e-quel-revisionismo-che-fa-bene-allitalia

eutanasia

Ci sono percorsi che nella vita non scegli, strade che ti ritrovi a praticare perché vittima di un destino crudele. Giusto per fare un esempio, si pensi a chi viene colpito da malattie neurodegenerative. Nasci, cresci, giorno dopo giorno conosci il mondo, realizzi le tue esperienze d’amore, ti trovi un lavoro. Se sei fortunato, riesci addirittura a sposarti e a trovare una stabilità familiare. Ma, se sei stato « nominato », sarà impossibile per te sfuggire alla sfida che ti viene proposta. Quando i muscoli cominciano progressivamente e lentamente a morire, inizia un percorso di vita del tutto nuovo e tragico. Attorno al tuo corpo si crea un labirinto che sei costretto a percorrere. Potresti utilizzare un filo e ripercorrere all’indietro il tragitto. Troppo facile: una volta che sei entrato nel labirinto, la porta alle tue spalle si chiude. Il tuo obiettivo è trovare la via d’uscita intesa come salvezza, come sconfitta della malattia. Hai un tempo da rispettare. Il decorso della malattia è la tua clessidra, la sabbia scorre lenta ma inesorabile. Ad un certo punto, ti ritrovi attaccato ad un respiratore artificiale: game over. La « luce in fondo al tunnel » che tanto desideravi diventa un bivio: girare a sinistra per staccare la spina e porre fine alle proprie sofferenze, oppure svoltare a destra e sperare in un miracolo che non arriverà mai. Poi guardi meglio e vedi un segnale stradale che ti obbliga a girare a destra, perché in questo strano Paese chiamato Italia non puoi scegliere.

Articolo apparso su http://www.mondita.it il 12 gennaio 2016. E’ il post che inaugura la rubrica Bufala Nera, curata dal sottoscritto per un numero totale di 10 post.

Per leggere l’articolo, cliccare qui > http://www.mondita.it/2016/01/le-bufale-corrono-cavalcate-da-troppi/. Buona lettura!

treno_bici

E’ di ieri la notizia tramite il quale si comunica che la Regione Lazio ha approvato la delibera Bici in treno (http://www.latinatoday.it/cronaca/bici-treno-delibera-regione-lazio.html). In pillole, anche la nostra Regione ha deciso di adottare un abbonamento a tariffa agevolata per tutti coloro che vorranno portare sul treno la propria bicicletta. Un risultato di cui sono contento, orgoglioso di essere stato parte attiva in questo processo, iniziato in Emilia Romagna con una petizione promossa su Change.org da Sara Poluzzi.

Bici in treno (costo: 120 euro all’anno) sarà valido nelle seguenti finestre temporali:

  • dalle 9 alle 16 e dalle 19 alle 24 dal lunedì al venerdì;
  • h24 il sabato e la domenica.

E’ facile notare che le fasce orarie con più alta affluenza di pendolari (soprattutto la mattina prima delle 9) sono state escluse. A primo impatto, potrebbe sembrare una scelta scellerata. Per fortuna (o purtroppo), si tratta di una decisione logica, che tiene conto della situazione attuale del parco treni nella nostra Regione. Al momento, i treni attrezzati per il trasporto della due ruote sono poche decine (i famosi Vivalto, che progressivamente stanno entrando in funzione), mentre gli altri sono inadeguati oppure zeppi di persone nelle ore di punta ( a differenza, invece, di realtà regionali che ormai da anni hanno fatto della mobilità sostenibile una loro bandiera: si pensi all’Emilia Romagna, ove il parco treni per le biciclette può contare su un potenziale di oltre 150 mezzi). Insomma, recuperare anni e anni di nullafacenza con una delibera è impossibile. E’ necessario quindi (anzi doveroso) guardare il bicchiere mezzo pieno: un percorso si è finalmente avviato, l’abbonamento bicitreno e l’introduzione sulle ferrovie dei nuovi treni Vivalto sono un importantissimo punto di partenza. Ora è possibile pensare agli steps successivi: implementare il numero dei mezzi per le bici; semplificare l’accesso ai vagoni quando ti porti dietro la due ruote; favorire un servizio di trasporto pubblico che (quasi) da casa ti porti in stazione, favorendo una drastica riduzione delle emissioni di Co2 e contribuendo concretamente a migliorare la qualità dell’aria (e quindi della nostra vita). E tanto, tanto altro.

Insomma, abbiamo pazienza e iniziamo a goderci questo nuovo corso. Perché si, un nuovo corso per la mobilità del Lazio è iniziato.

Al Segretario provinciale del Partito Democratico

della Provincia di Latina;

Al Segretario Comunale del Partito Democratico di Cori.

Giulianello, 12 giugno 2015

Carissime/i,

dopo una lunga e attenta riflessione, ho deciso di concludere anticipatamente il mandato da

coordinatore del Circolo del Partito Democratico di Giulianello. Si tratta di una scelta sofferta, non

affatto facile, figlia di uno studio accurato di quello che è stato il mandato in questi 19 mesi.

Quando decisi di proporre il mio nome per il nuovo coordinamento, ero consapevole che sarebbe

stata dura: il circolo veniva da un lungo periodo di vuoto riguardo l’attivismo politico, i rapporti con

i rappresentanti nelle istituzioni locali, il coinvolgimento della cittadinanza etc. Eppure, nel

contempo, si tratta del circolo che ha contribuito fortemente alla nascita dell’attuale maggioranza

nell’amministrazione comunale. Insomma, vedevo una sfida difficile ma non impossibile, che

sarebbe stato possibile vincere con il lavoro di tutti, nei limiti delle proprie possibilità. Gli inizi

sembravano promettere bene: rilanciare il sistema di comunicazione internet del PD, mediante una

nuova pagina Facebook, un sito internet che avrebbe dovuto svolgere la funzione di informazione

costante dell’attività partitica e dei consiglieri comunali eletti. Intanto, si provava a «riallacciare» il

rapporto partito – cittadinanza – amministrazione comunale. In pillole: il PD si prendeva il compito

di organizzare periodicamente incontri tra un esponente della maggioranza del consiglio comunale

ed i cittadini. Le cose sembravano iniziare a girare ad un certo ritmo. Inoltre, alle ovvie riunioni di

direttivo, almeno 3 o 4 volte al mese il circolo veniva aperto per degli incontri informali tra i

tesserati e coloro interessati ad entrare nella vita politica. Per un momento, vista la gran mole di

giovani che si era avvicinata, avevo cominciato a credere seriamente alla possibilità di creare una

giovanile del Partito Democratico. D’altronde, il crollo della partecipazione politica – molto spesso

limitata al voto elettorale – è un fattore che ho sempre sostenuto, su cui ho cercato di improntare il

lavoro del direttivo, ritenendo necessario ridare entusiasmo alle persone, renderle consapevoli che

ogni minuto impiegato per esprimere un’idea, un ideale, un pensiero… cercandolo di renderlo

concreto, è un minuto investito non solo per se stessi, ma per la collettività e le future generazioni.

D’altronde, se durante il secondo conflitto mondiale, qualche matto non si fosse preso la briga di

rischiare la propria vita contro il nazifascismo, oggi staremmo sotto un Reich tedesco o un Impero

fascista fantoccio, con tanto di campi di concentramento come principale motore della nostra

economia.

A fatica, come un bambino ai primi passi su due piedi – e non a gattoni – il nostro lavoro sembrava

produrre qualche buon frutto. Forse, il momento più alto lo abbiamo raggiunto con la raccolta firme

per stimolare un lavoro legislativo in Parlamento riguardo dieci tematiche importanti:

legalizzazione delle droghe leggere, testamento biologico, cittadinanza e diritto di voto agli

stranieri, matrimonio egualitario, tassa su carbone e rendite finanziarie, voto a lavoratori e studenti

fuori sede, accesso alla rete come diritto del cittadino, consumo di suolo, statuto delle attività

professionali, no al parasubordinato e si alla formazione continua. Una giornata bellissima sotto il

freddo di novembre, mattina e pomeriggio, a parlare con le persone, a dimostrare che il circolo non

aveva paura di mettere la propria faccia sul territorio.

Intanto, si cercava di contrastare l’emorragia di forze umane ( il circolo è crollato sotto le 10 tessere)

scrivendo appelli indirizzati soprattutto a chi il partito lo aveva vissuto a lungo, consapevoli che il

dialogo tra generazioni non deve mai mancare. Le speranze riposte in ciò, ovviamente, sono state

vane.

Poi eccoci qui: dopo tanto resistere, non sono riuscito ad evitare di girarmi, guardarmi alle spalle e

vedere il percorso fatto. Di tanto lavoro, non è rimasto nulla: la partecipazione politica non è affatto

aumentata. Anzi, forse siamo caduti in una dimensione pericolosa: quella della paura di esprimere

una idea politica, una vicinanza ad un certo partito; il timore di sentirsi etichettati in un certo modo

Non mi stupisco, è il frutto del vento dell’antipolitica, i cui semi hanno gettato tra le persone la

convinzione che tutta la politica è uno schifo, che i politici sono tutti delinquenti etc. Un circolo che

si rispetti: deve parlare 365 giorni all’anno con i cittadini (e non solo in periodo elettorale); deve

essere un sostegno alla propria maggioranza di governo per tutto il mandato, senza timore di

evidenziare eventuali errori. Invece, si fatica a ricreare un rapporto di collaborazione con cittadini e

amministrazione, la pagina facebook e il sito internet possiamo dichiararli già obsoleti. Insomma, in

poche parole: un circolo che funziona viene aperto il più possibile, lavora etc.,ma tutto ciò si

realizza solo se dietro c’è un lavoro di squadra.

Sicuramente, il sottoscritto si prende la responsabilità degli errori compiuti come coordinatore, ma è

doveroso precisare che, se il Partito Democratico non è stato in grado di ripartire come si deve, le

colpe vanno redistribuite anche tra tutti coloro che hanno deciso di accettare un incarico il 2

novembre 2013, data del congresso locale. Per carità, non è successo nulla di drammatico: si è

partiti con degli obiettivi, ma con la consapevolezza che si poteva arrivare al traguardo oppure

ritirarsi prima. Ho notato, strada facendo, una sfiducia crescente tra i membri (molto probabilmente

soprattutto nei miei confronti) e quasi una rassegnazione. Si, qualche malumore era stato espresso,

ma non pensavo che potesse arrivare a tal punto da poter parlare di una arrendevolezza. Invece,

purtroppo, è così: nel circolo non ci crede veramente più nessuno, e se vengono meno anche coloro

che hanno contribuito a fondarlo, a farlo crescere e vincere, allora è doveroso prendere atto di ciò e

gettare la spugna.

A tutto ciò, aggiungo anche i dubbi sempre più forti maturati verso l’attività del Partito Democratico

nei piani superiori, specie nazionali. Quando una organizzazione politica è maggioranza nel

governo nazionale, imbocca una via piena di ostacoli e facilmente soggetta a critiche, chi lavora nei

circoli deve essere convinto di ciò e fare di tutto per promuoverla. Viceversa, se cominciano a

sorgere forti dubbi, il lavoro sul territorio rallenta, si ferma e diventa controproducente. Negli ultimi

mesi soprattutto, il sottoscritto spesso si è ritrovato in contrasto con molte scelte “contrarie” a quel

Partito Democratico che in realtà si intendeva costruire. Ti ritrovi in una situazione ove, in pubblico,

indossi una maschera e affermi posizioni completamente opposte – a quello che invece pensi

veramente – solo per responsabilità di partito. Bisogna essere bravi a fare ciò, a saper recitare, cosa

che non è mai stata nelle mie corde.

Il Partito Democratico non è più promozione di idee e valori, ma è pura tattica: allearsi con

chiunque – destra, centro, sinistra -, l’importante è vincere le elezioni e governare (e poco importa

se i nuovi amici sono i vecchi nemici che hai sempre combattuto); poco importa se il partito è

spaccato, tanto ci sono i numeri provenienti dall’opposizione che permetteranno di approvare la

legge (e tanti saluti all’idea di partito come comunità democratica, volta a raggiungere una sintesi

delle diverse posizioni); poco importa che entrano a far parte del PD persone che nulla c’entrano, da

sempre intente a soddisfare i propri interessi personali salendo sul carro dei vincitori etc. Mettere

una maschera su tutto ciò, continuare a far finta che nulla è cambiato, è pressochè impossibile.

Ma quello che mi dispiace veramente, con la fine di questa esperienza, è il prendere atto di una

orribile realtà. Ho 23 anni, quando dissi ad alcuni che ero stato eletto coordinatore di circolo

rimasero sorpresi: è difficile incontrare persone che, poco più che ventenni, ricoprono tale carica già

da quasi due anni. Nel direttivo siamo in tre ad essere nati – più o meno – nel medesimo periodo. La

speranza era che ciò avrebbe contribuito a riavvicinare molti coetanei alla politica attiva, addirittura

parlavo della sfida di una generazione. Ma il calice è amaro: rassegnazione, paura di prendere

posizione ed avvicinarsi ad un partito, nessuna volontà di comprendere che bisogna lavorare

quotidianamente per difendere diritti conquistati e per ottenerne di nuovi.

In conclusione, in tutto il Paese si inizi a riflettere su un fatto: ogni generazione è figlia di una

generazione precedente, da cui riceve onori e oneri. Dunque, se oggi la sfiducia è così alta, forse

conviene che chi ci ha immediatamente proceduto, si faccia qualche domanda e si dia delle risposte.

Contemporaneamente, chi oggi ha deciso di astenersi da qualsiasi presa di posizione, cominci a

ripensarci, se proprio ci tiene a costruire un domani migliore per sé e per tutti noi.

Dunque, concludo anticipatamente il mio mandato da coordinatore del Circolo del Partito Democratico di Giulianello di Cori. Inoltre, in virtù di quanto accennato – specie nella seconda parte del discorso – comunico di lasciare il Partito Democratico.

Cioeta Angelo

24 maggio 1915: entriamo in guerra

Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra: una decisione sofferta, a lungo dibattuta tra neutralisti (contrari all’intervento) e interventisti (favorevoli alla partecipazione al conflitto). La decisione sarà assunta dal governo Salandra, certo di una rapida fine del conflitto (la famosa «guerra lampo»). Ovviamente, non sarà così: la guerra breve diventerà un conflitto lungo 4 anni (1914 – 1918). I nostri nemici saranno coloro che, fino a pochi giorni prima, erano nostri alleati: gli Imperi Centrali.

A 100 anni dall’inteverto dell’Italia, ecco qui una piccola rassegna di pensieri provenienti dai contemporanei dell’epoca:

  • “Vi sono truppe allo scoperto, sotto il tiro del cannone nemico, con 15° sotto zero, e si vuole che avanzino. Muoiono gelati a centinaia e ciò è ignorato dal paese. Gli ufficiali più arditi hanno crisi di pianto di fronte alla vanità degli sforzi, davanti all’impossibile. Sull’Isonzo si muore a torrenti umani e nulla finora si è raggiunto.” (lettera di un generale dissidente a Giolitti);

  • ” Siamo balzati fuori tutti insieme: siamo a 1.000m dalle prime trincee tedesche. Il rumore dalla fucileria e del bombardamento è infernale. Un proiettile scoppia a 2m da me: una scheggia mi ammacca l’elmetto, ma non sono ferito. Altri 15m e un altro proiettile mi cade ai piedi. Abbiamo conquistato la prima linea: un centinaio di tedeschi, con le mani alzate, corrono verso di noi. Non riesco a impedirmi di sparargli addosso. Molti miei compagni sono morti, non abbiamo più ufficiali. Anche le trincee adesso sono piene di tedeschi che sono morti.” (lettera proveniente dal fronte occidentale);

  • “Non si creda agli atti di valore dei soldati, non si dia retta alle altre fandonie del giornale, sono menzogne. Non combattono, no, con orgoglio, né con ardore; essi vanno al macello perché sono guidati e perché temono la fucilazione. Se avessi per le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo strozzerei” (B.N. anni 25, soldato; condannato a 4 anni di reclusione per lettera denigratoria,1916)

  • Sono ritornato dalla più dura prova che abbia mai sopportato: quattro giorni e quattro notti, 96 ore, le ultime due immerso nel fango ghiacciato, sotto un terribile bombardamento, senza altro riparo che la strettezza della trincea, che sembrava persino troppo ampia. I tedeschi non attaccavano, naturalmente, sarebbe stato troppo stupido. Era molto più conveniente effettuare una bella esercitazione a fuoco su di noi; risultato: sono arrivato là con 175 uomini, sono ritornato con 34, parecchi quasi impazziti” (lettera dal fronte occidentale).

Corrado Govoni:

arrivare a vedere

la carne tedesca cadere

afflosciati testa in giù

porci insaccati

nel budellame dei cappotti blu

Giuseppe Ungaretti

Di queste case
non e’ rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non e’ rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E’ il mio cuore
il paese piu’ straziato

polizia_antiterrorismo

Arrestato un uomo accusato di aver contribuito all’attentato presso il Museo del Bardo a Tunisi. E’ stato catturato nel milanese dagli organi competenti italiani.

Ora, al di la’ delle puttanate sparate da Brunetta (secondo cui Renzi noj deve twittare su tali eventi > detto da un membro di un partito che si assunse il merito della cattura di Provenzano) e Nuti (che mi conferma la tesi secondo cui i grillini al massimo, sanno arrestare il sistema operativo Windows e nulla piu’), permettetemi di dire una cosa di cui dobbiamo andare orgogliosi:

IN ITALIA ABBIAMO IL MIGLIOR SISTEMA INVESTIGATIVO ED ANTITERRORISMO AL MONDO.