Crea sito

Archive for ottobre, 2014


Un appello da condividere

Gentile Presidente del Consiglio,

all’inizio di ottobre Lei ha pubblicamente dichiarato: “Mare Nostrum andrà avanti finché l’Europa non sarà in condizioni di intervenire più e meglio di come abbiamo fatto noi fino ad oggi”.

Di fronte alle ripetute affermazioni, da parte del Ministro dell’Interno Angelino Alfano, che le operazioni italiane di ricerca e soccorso in mare termineranno presto e consapevoli che l’Unione Europea ha annunciato l’inizio, da sabato 1° novembre, della cosiddetta Operazione Triton, costatiamo che quelle “condizioni” non ci sono.  

Le nostre organizzazioni sono seriamente preoccupate per l’impatto umanitario di questa decisione, perché Triton non avrà il mandato di svolgere attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, ma di pattugliare i confini marittimi e costituirà una risposta soltanto parziale al problema. 

I tragici naufragi che dall’inizio dell’anno hanno già causato più di 3.000 morti dimostrano la necessità di operazioni di ricerca e soccorso continuative, mentre i disordini in Libia e le altre crisi nell’area inaspriscono il bisogno che queste operazioni vengano estese a tutto il Mediterraneo. Poiché oggi non ci sono alternative sicure per cercare protezione internazionale in Europa, la via del mare è l’unica opzione per migliaia di persone, vittime di violenza e torture, persone disabili, donne e bambini. Operazioni di ricerca e soccorso limitate alle acque sotto la giurisdizione italiana metteranno a rischio migliaia di vite, se le aree di mare aperto non saranno pattugliate attivamente.

Nei suoi interventi, Lei ha affermato che Mare Nostrum è stata una risposta a un’emergenza umanitaria e non sarebbe servita a nulla se non fosse proseguita. Ma le dichiarazioni ufficiali del governo italiano vanno esattamente nella direzione opposta, mettendo a rischio le vite di molti profughi. Il rischio di rivedere tragedie come quelle vissute il 3 ottobre 2013 in Lampedusa è molto alto.

Vogliamo immaginare che a determinare l’assenza di un’iniziativa urgente per garantire la continuità delle ricerche e del soccorso in mare non sia la previsione – su base metereologica – di un minor numero di partenze lungo le rotte del Mediterraneo. Non sarà l’arrivo della cattiva stagione a porre fine ai conflitti senza quartiere in Libia, all’instabilità nella regione Saheliana, alla guerra in Siria e alle violenze in Iraq. Non sarà l’inverno a far venir meno il bisogno disperato di fuggire dalla guerra, dalla violenza, dalla persecuzione.

Abbiamo apprezzato i continui richiami dell’Italia all’Unione Europea affinché faccia la sua parte. Le nostre organizzazioni da tempo chiedono agli Stati membri e alla Commissione di assumere una responsabilità comune e avviare una seria, efficace e concertata azione di ricerca e soccorso nel mar Mediterraneo e nel mar Egeo.

Siamo consapevoli che operazioni come Mare Nostrum non possano essere soluzioni permanenti per i migranti e i rifugiati che si dirigono verso la frontiera marittima europea in cerca di assistenza e protezione. Alla continuazione del soccorso in acque internazionali va infatti affiancata l’istituzione di canali di ingresso legali e sicuri che consentano alle persone in fuga dalle aree di conflitto di potere giungere in Europa dove chiedere protezione, evitando pericolosi viaggi in mare a rischio della vita.

Ma perché le operazioni di ricerca e soccorso in mare non vengano ridimensionate, perché non ci siano altre migliaia di uomini, donne e bambini fuggite da guerre per annegare in mare, resta poco tempo.

Condividendo le Sue parole, “finché l’Europa non sarà in condizioni di intervenire più e meglio”, Le chiediamo un intervento personale affinché Mare Nostrum non finisca qui.Il governo italiano detiene anche la presidenza del Consiglio europeo e non può ignorare la propria responsabilità umanitaria di salvare vite in mare.

Antonio Marchesi, Amnesty International Italia Presidente – Lorenzo Trucco, ASGI Presidente – Loris De Filippi, Medici Senza Frontiere Italia Presidente

Partiamo innanzitutto da un fatto positivo, ma nettamente sottovalutato da media ed opinione pubblica nazionale: il rilancio dell’attività sindacale. Piaccia o meno, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha il «merito» di aver «risvegliato» l’azione politica (in buona parte) del sindacato italiano. Si dirà che ciò, una volta che si parla di riforma del lavoro, di art.18 etc. è abbastanza scontato. In realtà non è così. Matteo Renzi veniva da una serie di importanti vittorie: il 40% alle Europee, l’approvazione (parziale) di leggi importanti (sistema elettorale, Senato etc.) … Inoltre, il sindacato veniva da un periodo difficile, caratterizzato da notevoli divisioni (si pensi solo ai battibecchi Camusso – Landini). Aggiungendo poi il fatto che Renzi almeno fino ad ora ha goduto di una elevata fiducia tra i cittadini italiani, realizzare una manifestazione di successo sembrava cosa con un elevato coefficiente di difficoltà. Invece, la CGIL è riuscita a portare oltre un milione di persone a Piazza San Giovanni. Certo, è un numero lontanuccio da quei 3 milioni che una decina di anni fa Sergio Cofferati portò al Circo Massimo. Ma, tenendo conto della diversa situazione politica, sociale ed economica, è comunque un grosso risultato. Non dimentichiamoci infatti che – agli inizi del nuovo millennio – la partecipazione politica in tutte le sue forme era nettamente superiore rispetto ad oggi. Insomma, non sia mai che l’atteggiamento di sfida del governo nei confronti di parte dell’associazionismo politico non diventi, in qualche modo, una cura salutare.

Dopo aver dato largo spazio a tale aspetto, possiamo ora addentrarci negli innumerevoli spunti che il 25 ottobre 2014 ci lascia: un Partito Democratico diviso tra Piazza San Giovanni e Leopolda, la proposta di depotenziare lo sciopero nel settore pubblico, la stessa abolizione dell’art.18 etc. Senza avere la presunzione di trattare tutto, cerchiamo di realizzare una qualche riflessione.

Innanzitutto, il Partito Democratico dimostra di avere due linee abbastanza differenti. A Piazza San Giovanni si raccoglie la minoranza di sinistra, che non intende cedere riguardo l’abolizione dell’art.18, che propone di rivedere l’accordo politico sulla riforma del lavoro approvata anche da Brunetta e Sacconi. A Firenze invece si riunisce la «maggioranza» del principale partito italiano. La Leopolda 2014 è l’edizione che cambia pelle alla kermesse: da evento di proposta, di cambiamento, di lancio di una nuova classe dirigente, diventa una non meglio definita manifestazione di incontro tra governo (o solo “maggioranza PD”?) e società civile. Insomma, è un bell’intrigo. D’altronde, se veramente l’art.18 è la causa principale (o, comunque una delle cause maggiori) della precarietà del sistema lavoro in Italia, allora sarebbe stato molto più semplice se, fin dall’epoca del governo Berlusconi 2001 – 2006 si fosse avallata la sua abrogazione. Invece, come sappiamo, non è stato così: l’art.18 ha resistito a Silvio Berlusconi, non è stato oggetto di discussione durante il secondo governo Prodi, è stato parzialmente toccato da Mario Monti, fino ad arrivare alla situazione attuale. La questione si complica ulteriormente se si pensa che la stragrande maggioranza di deputati e senatori democratici è favorevole alla sua cancellazione, pur essendosi candidati nel 2013 con il programma Italia Bene Comune che non sosteneva affatto tale tesi. Chiudiamola così: un fulmine sulla via di Damasco. Riguardo la Leopolda: quale è il suo vero ruolo? Le risposte possono essere diverse. Potrebbe trattarsi di un momento di incontro tra partito, imprenditori e società civile in generale, come abbiamo già accennato. Ma, fino a prova contraria, il Partito Democratico ha un organizzato sistema comunicativo, fatto di feste dell’unità, circoli,federazioni, un impianto web notevole. Insomma, gli strumenti non mancano. Allora, la Leopolda è forse un momento di dibattito e riflessione tra l’istituzione governo e la società civile medesima? Anche in questo caso conviene utilizzare il verbo potere al condizionale. Perchè? Il motivo è semplice: il governo ha il diritto / dovere di avere un dialogo costante con il resto del Paese; sembra dunque superfluo realizzare una ulteriore manifestazione per sancire ciò. Nodi. Nodi che solo il tempo ci aiuterà a sciogliere. Forse.

In attesa che il tempo lavori per noi, abbiamo altro di cui parlare. Scegliamo un argomento a caso: le parole di Davide Serra. In pillole: scioperare è un costo, è un’azione che favorisce la disoccupazione. Quindi, limitiamolo. Ecco, qui comincerei a preoccuparmi seriamente. Basta avere un attimo libero e pensare: 1) si danno 80 euro al mese ad alcune delle categorie meno abbienti. E ci può stare, se però ciò viene seguito da altre azioni volte a realizzare un vero e proprio incentivo economico per consumi e redditi. 2) Si danno 80 euro in più alle neo – mamme per un determinato periodo. Qui il campanello comincia a suonare: nel momento in cui trovi risorse per sorreggere il «peso dell’infanzia» forse sarebbe opportuno favorire la realizzazione di asili nido. Anche perchè, dare contributi economici in tale modo, rischia solo di favorire la «sedentarietà» delle mamme. 3) Si propone di depotenziare lo sciopero. Il campanello comincia a farsi insistente. Davide Serra motiva questa sua proposta con il fatto che scioperare non fa altro che creare disagi, imponendo agli utenti di sopportare disservizi, agli imprenditori stranieri di «avere pazienza» nel completare gli affari nel nostro Paese etc. Quindi, facciamo così: permettiamo di scioperare, ma facendo in modo che le persone lavorino non danneggiando gli altri. Chiaro no? D’altronde, nella storia gli scioperi sono stati esempio di protesta e di efficienza lavorativa allo stesso momento. Qualsiasi libro di storia può dimostrare ciò (!).

Senza girarci troppo intorno: unendo i 3 punti sembra di vedere una parvenza di programma mussoliniano. Intendiamoci: non è il preludio al ritorno dell’autoritarismo nel nostro Paese, ma è semplicemente un modo per dire che certe ricette già in passato non hanno funzionato.

Infine, una critica doverosa nei confronti del palco di S.Giovanni. La piazza, con il suo milione di persone, è stata meravigliosa. Ma, dal palco le voci che si sono susseguite non hanno dato segnali innovativi e propositivi. Sinceramente, una manifestazione nata per smontare le ragioni del Jobs Act, è finita lasciando irrisolti gli interrogativi. E, forse, ha legittimato l’azione del governo.

 

 

IO HO FIRMATO

on 21 ottobre 2014 in ANGELO CIOETA Commenti disabilitati su IO HO FIRMATO

Manifestazione_PDContributo alla Discussione della Direzione Nazionale PD del 20 ottobre 2014

 

Il documento è stato prodotto da dirigenti, iscritti ed elettori del PD con la speranza di poter dare un contributo utile alla discussione presso la Direzione Nazionale del PD sul tema della Forma Partito in programma oggi, lunedì 20 ottobre.

Il documento intitolato “Per un Partito democratico e partecipato” ha l’obiettivo di cercare alternative all’organizzazione politica del PD. Un partito che, pur all’apice dei risultati elettorali, vede ridurre drasticamente la partecipazione alla vita del partito.

Alla base della proposta: dare un ruolo partecipato agli iscritti, ripensare la funzione delle primarie, una più chiara trasparenza a ogni livello dei bilanci, una riorganizzazione più adeguata ai nostri tempi, soprattutto nelle aree metropolitane. La creazione di una scuola di amministrazione per gli eletti e i loro collaboratori; la costituzione di un gruppo di lavoro per scrivere il regolamento dei referendum interni, mai attuato anche se previsto dallo Statuto.

“Per un Partito Democratico e Partecipato”

Un partito che vuole realizzare il sogno di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi degli Stati Uniti d’Europa, deve lavorare per superare l’attuale modello intergovernativo che si distingue per gli egoismi nazionali. Il modo migliore è dare senso alla sua adesione al PES, contribuendo alla trasformazione dello stesso, da sommatoria di partiti nazionali in un vero e proprio partito europeo trasnazionale, con l’obiettivo di contribuire alla creazione di una vera politica europea che punti sul lavoro e sui diritti, capace di stimolare la nascita di un welfare europeo impegnato a redistribuire la ricchezza in modo più equo.

Il Partito democratico, come gli altri corpi intermedi, sta attraversando una lenta metamorfosi che lo sta allontanando sempre più dalla propria base.

Le cause sono molteplici e vanno ricercate su vari fronti: la trasformazione della società sempre più connessa alla rete e sempre più frammentata; le primarie che hanno permesso – in particolare negli anni in cui è mancato un confronto attraverso i congressi – di votare per l’elezione degli organi del partito, segretario e assemblea a ogni livello, senza essere iscritti; la concorrenza dei talk show, dove grazie all’interazione dei social forum e ai temi trattati si può partecipare alla discussione.

Tutto ciò si mescola nel vento dell’antipolitica generato dalla cattiva politica e scoraggia l’iscrizione al partito. Infine, bisogna aggiungere il modello alternativo del Movimento 5 Stelle che ha fatto del web un strumento organizzativo utile, immediato ed economico.

Il Pd nacque con l’intento di aprire spazi di partecipazione dei cittadini alla vita politica cercando di integrare il modello tradizionale con uno più aperto. Ma il risultato, in buona parte, è consistito nella ricerca di posizioni verticistiche a tutti i livelli, ciò ha trasformato il Pd in un partito degli eletti e dei comitati elettorali riducendo la partecipazione dei cittadini alle sole primarie, nonostante lo Statuto preveda momenti di partecipazione più ampi come i referendum interni.

Il rinnovamento deve necessariamente passare attraverso l’apertura alla partecipazione dei cittadini utilizzando il metodo della condivisione attiva delle conoscenze, prevedendo la possibilità a vari livelli di partecipazione che implicano, di conseguenza, diversi oneri e responsabilità per chi è iscritto e chi non lo è.

E’ necessaria anche una più chiara trasparenza dei bilanci, insieme ad una equa ridistribuzione delle risorse economiche, soprattutto sui territori, per razionalizzare le sedi, contenere i costi e rafforzare il partito dando nuova centralità ai circoli.

Un partito forte non teme ma valorizza il dissenso, può crescere esaltando le diversità di opinioni, non deve temere chi resta, ma chi lo abbandona perché non si sente ascoltato. Un partito sano ha un rapporto trasparente e sereno con il potere, non occupa le cariche pubbliche a scapito di merito e competenze, ma rivendica la sua autonomia dallo Stato ed esercita la sua responsabilità per un futuro migliore.

La democrazia rappresentativa va incalzata con le nuove possibilità offerte dalla democrazia partecipativa e deliberativa, perché la democrazia non si esaurisce nella forma: non si applica, ma la si fa vivere. Si possono sperimentare da subito, anche attraverso la rete, occasioni di partecipazione e di deliberazione collettiva: non solo attraverso referendum (democrazia deliberativa) ma assemblee di discussione informate (condivisione cognitiva).

La partecipazione a sua volta implica un recupero di valori etici e di responsabilità collettiva, una diversa visione dell’eletto al servizio dei cittadini. La vecchia idea dell’uomo solo al comando non è più adeguata alla nostra complessità sociale. Ma la partecipazione non è semplice disponibilità all’ascolto. È necessario stabilire un autentico dialogo attivo con i cittadini per costruire insieme una democrazia orizzontale in cui paternalismo, verticismo, autoreferenzialità, trasformismo, opportunismo – vizi tipicamente italiani – dovrebbero essere visti come elementi appartenenti a un passato che non vogliamo ripetere.

A tale scopo dovremo riuscire a individuare e abbattere quelle barriere che oggi impediscono il dialogo, a cominciare dal linguaggio. Perché se nella fase dell’analisi è scontato che i concetti siano espressi con il linguaggio che le discipline sociologiche, giuridiche, politologiche richiedono, poi nello svolgimento del dibattito e nella comunicazione allargata bisogna fare uno sforzo per andare oltre superando il “democratichese” e le formule involute del “politichese” che ci allontanano dai cittadini.

Mettere al centro il concetto di partecipazione significa, per esempio, non limitarsi a individuare candidati segretari e candidato premier, ma adottare gli stessi criteri per l’elezione dei gruppi dirigenti a ogni livello e per partecipare ai processi decisionali.

Pensiamo che si possa realizzare davvero un partito aperto al confronto con i cittadini che usi strumenti di democrazia partecipativa e orizzontale in un progetto coerente che auspichiamo possa essere approvato in tempi rapidi.

Un partito meno burocratico, più coerente tra il “dire” e il “realizzare”, più trasparente nella gestione delle risorse, con una organizzazione più razionale ed efficiente. Da qui l’esigenza di modificare i regolamenti per:

  • Cambiare il sistema di elezione delle assemblee elettive, con sistemi di ponderazione per valorizzare il peso degli iscritti;
  • Creare una Scuola dell’amministrazione, aperta agli eletti e ai loro collaboratori;
  • Costituire un gruppo di lavoro per scrivere il regolamento dei referendum interni;
  • Dare vita ad una fondazione unica sul modello del SPD;
  • Istituire albo interno dei collaboratori degli eletti e riorganizzare le Federazioni tenendo conto dei costi e delle nuove esigenze che le Aree Metropolitane impongono;
  • Spostare una parte del potere decisionale ai circoli e agli elettori aggiornando gli strumenti per la consultazione della base;
  • Formare una rete di Forum tematici concepiti come organismi di partecipazione, aperti a iscritti e non iscritti.

Quindi razionalizzare risorse e strutture, rivalutare il grande capitale umano sono i punti centrali della riforma che può essere avviata dopo un processo di spending review interno, con l’intento di migliorare il rapporti tra eletti, partito e cittadini.

Il cuore della riforma deve riuscire a trasformare i circoli, da luoghi chiusi a spazi della partecipazione alla vita pubblica, razionalizzando le sedi e responsabilizzando il territorio a coinvolgere la società nella vita del partito. Aprendo gli spazi alle associazioni, ai comitati locali, al mondo del lavoro e sindacale, alle imprese e al sistema cooperativo, e coinvolgerli nei processi decisionali e nel delicato lavoro di ricostruzione del tessuto sociale, lacerato dalla crisi.

In questi anni la politica ha dimostrato che le competenze sono importanti per governare e per controllare l’operato di chi governa, in particolare negli enti locali e nelle regioni, dove sprechi e scandali incidono maggiormente. Così diventa importante la Scuola dell’Amministrazione, aperta agli eletti ed ai loro collaboratori, orientata alla promozione della partecipazione, alla tutela del bene comune e della legalità, con la possibilità di usare l’e-learning e di verificare la preparazione dei partecipanti, prima di assumere qualunque incarico.

Infine, l’albo interno dei collaboratori degli eletti nelle Istituzioni dei vari livelli (parlamentari, consiglieri, assessori), nel quale siano indicate in trasparenza professionalità, competenze ed esperienze utili a migliorare il lavoro degli eletti e il rapporto di quest’ultimi con il partito e con i cittadini.

Particolare attenzione va rivolta alle Aree Metropolitane che imporranno una necessaria ristrutturazione del modello organizzativo del partito, decentrando e allo stesso tempo omogeneizzando i territori per rafforzarne il potere, con l’obiettivo di contribuire a governare meglio l’Area metropolitana e pensare allo sviluppo del territorio.

Il modello di riferimento è quello delle sub-federazioni che, partendo dalla divisione del territorio in 4 quadranti e da un’area centrale, tenga in giusta considerazione le caratteristiche socio-economiche dei territori coinvolti e risulta più funzionale, anche grazie alla connessione con i Forum tematici.

Attivi su tutta l’Area e concepiti come organismi di partecipazione, aperti a iscritti e non iscritti, i forum tematici non possono restare palestre di discussione separate dai momenti decisionali e, a volte, avulse dal contesto politico più generale. Occorre introdurre l’obbligo per gli organismi dirigenti di prendere in considerazione le proposte dei forum.

In questo modo le federazioni periferiche potranno diventare centrali nell’azione politica del partito e allo stesso tempo potranno tornare a essere fucine di buona politica.

Primi firmatari

  1. Fabio Luciani – Assemblea Nazionale PD
  2. Raffaele Viglianti – Assemblea Nazionale PD
  3. Susanna Crostella – Direzione Romana PD
  4. Gloria Monaco – Assemblea romana PD
  5. Valentina Martino Ghiglia – Assemblea Romana PD
  6. Patrizia Patrignani – Direzione Regionale PD Lazio
  7. Aldo D’Avach – Direzione romana PD
  8. Marco Gentili – co-presidente Ass. Luca Coscioni, consigliere comunale PD Tarquinia
  9. Daniela Spinaci – Assemblea Nazionale PD
  10. Nicoletta Guelfi – Assemblea Nazionale PD
  11. Raffaele Micangeli – Segretario GD Rieti
  12. Giulia Bernardini Salvagni – Iscritta Circolo PD Monteverde Donna Olimpia
  13. Roberto Ceccarelli – Iscritto Circolo PD Mazzini, Roma
  14. Serenella Ranucci – Direzione Regionale PD Lazio
  15. Claudio Lombardi – Iscritto Circolo PD Capannelle, Roma
  16. Bernardino De Marco – Consigliere Comunale e Provinciale PD Rieti
  17. Enzo Genovese – Direttivo Circolo PD Ardeatina-Montagnola
  18. Ugo Baistrocchi – Attivista Partecipadem
  19. Carla Zironi – Segreteria Circolo PD Ladispoli
  20. Maria Elisa Pacifici – Direttivo Circolo Breda-Giardinetti
  21. Elisabetta Destasio – Direttivo PD Fiumicino (Rm)
  22. Guido Bianchi – Direttivo PD (dimissionario) Frosinone (Lt)
  23. Ileana Parasassi – Assemblea Romana PD
  24. Giovanna Frunzio – Circolo PD Formia (Lt)
  25. Francesca Valeriano – Circolo PD Formia (Lt)
  26. Salvatore Venuleo – Coordinatore Circolo on-line PD “Attilio Tonelli”
  27. Gabriella Della Fera – Attivista Partecipadem
  28. Emanuele Rallo – Consigliere Comunale e Direttivo circolo PD di Oriolo Romano
  29. Brunello Tirozzi – Attivista Partecipadem
  30. Cinzia Lancia – Assemblea Regionale PD Lazio, circolo Woody Allen Roma
  31. Roberta Pierro – Circolo PD di Gaeta (Lt)
  32. Catia Cialé – Attivista Partecipadem
  33. Saverio La Sala – Attivista Partecipadem
  34. Loredana Salerno – Circolo PD di Gaeta (Lt)
  35. Samantha Corvaro – Assemblea Regionale PD Lazio
  36. Bianca Maria Frabotta – Attivista Partecipadem
  37. Alessandra Borsini – ex iscritta PD Alessandrino, Roma
  38. Salvatore Porrello – ex-iscritto, ex Segretario del Circolo Casalotti, Roma
  39. Gabriele Verrecchia – Direttivo del Circolo PD Campagnano di Roma
  40. Erica Antonelli – Consigliere Comunale PD Fiumicino
  41. Piero Silva – Iscritto PD Caprarola (Vt)
  42. Lorenzo Camilli – Direzione provinciale PD Rieti
  43. Patrizia Pocheschi – Iscritta Circolo PD Cisterna di Latina
  44. Antonio Affuso – Attivista Partecipadem
  45. Laura D’Onofrio – Direttivo Circolo PD Cassino
  46. Mario D’Alessandro – Coordinatore segreteria provinciale di Frosinone
  47. Ivana Baldassarre – Direttivo Circolo PD Cassino
  48. Ernesto Fisucci – Assemblea Provinciale PD Frosinone
  49. Angelo Cioeta – Segretario Circolo PD Giulianello (Lt)
  50. Emanuela Pizzale – Direttivo Circolo PD di Paliano (Fr)
  51. Fernando Cancedda – Coordinamento Pd Centro storico, Roma
  52. Elisabetta Necci – Direzione provinciale PD Frosinone
  53. Pierluigi Sorti – Iscritto Circolo PD Mazzini, Roma
  54. Riccardo Greco – Direzione Provinciale PD Frosinone (dimissionario)
  55. Matteo Russo – Iscritto Circolo Oriolo Romano (Vt)
  56. Leonardo Jero – Iscritto Circolo Grottaperfetta, Roma
  57. Anna Maria Tedeschi – Direzione Provinciale PD Frosinone
  58. Fabio Iovine – Assemblea del PD Roma e del PD Lazio
  59. Mario Tosto – Iscritto Circolo PD Casal Palocco
  60. Antonia Spiezia – Assemblea Nazionale PD
  61. Carla Diddi – Iscritta PD Trastevere, Roma
  62. Serena Ubertini – Direttivo Circolo Alesi di Fiumicino (Rm)
  63. Roberta Strappini – Iscritta Circolo PD Casal dei Pazzi, Roma
  64. Guglielmo Galli – Iscritto Circolo PD Esquilino, Roma
  65. Antonella Baiocco – Segretaria del Circolo PD Contigliano (RI)
  66. Gaetano Capone – Assemblea Romana PD
  67. Enzo Bruno – Segretaria del Circolo PD Grottaperfetta, Roma
  68. Marino Beniamino – Segreteria Circolo Gad,  Ferrara
Se vuoi aggiungerti ai sottoscrittori del documento puoi farlo commentando il post o scrivendomi una e-mail a: [email protected]

La Lega Nord nacque come partito regionalista, radicato nel territorio e volto a far valere le istanze del Nord. Fu una fusione di vari movimenti regionalisti che trovò la sua sintesi nel suo storico leader Umberto Bossi. Nacque come partito pronto a combattere lo spreco e la malapolitica. Giusto per dirne una: l’epoca di Tangentopoli. L’inchiesta «Mani Pulite» portò all’arresto di tanti esponenti di tutti i partiti tranne la Lega che, almeno fino ad un certo punto, potè permettersi il «lusso» di vantarsi di essere l’unica formazione politica pulita, senza condannati. Soprattutto, basti pensare alla caduta del primo governo Berlusconi («il mafiosone di Arcore», dirà qualcuno). Nel tempo però, si svilupperà la vera natura della Lega. Il partito di Bossi più volte dimostrerà di disprezzare il tricolore e qualsiasi altro simbolo ufficiale dell’Italia («con il tricolore mi ci pulisco il ****, dirà sempre quel “qualcuno”), di vedere il Sud (dal Lazio alla Sicilia, ndr) come «confine» dell’Italia nella migliore delle ipotesi (perchè poi ci sono le espressioni del tipo «Napoli è una fogna», come disse tempo fa un noto parlamentare “padano”). E poi: secessione, il sogno della grande Padania, figlia di una stirpe celtica benedetta dall’acqua del dio Po. Insomma, la Lega Nord si era modellata come partito basato su un mix di concretezza (“legalità”, parola che detta oggi fa ridere; “gli interessi del Nord” etc.), utopia (secessione, Stato padano, popolo discendente da una stirpe celtica, dio Po), razzismo e integralismo (Nord contro Sud, avversità verso persone con carnagione diversa da quella italiana, respingimenti etc.).

Oggi stiamo vedendo una evoluzione della Lega Nord. Se ci fate caso, alle ultime elezioni europee, gli unici partiti che sono cresciuti in modo significativo sono stati: Lega Nord e Partito Democratico. Il motivo, dal mio punto di vista, è il cambio di classe dirigente nel loro interno (nel PD l’affermarsi di Renzi, nella Lega Nord è esploso l’astro di Salvini). E quando una forza politica cresce, evidentemente la strada intrapresa è quella giusta. Dunque, perchè fermarsi? Così, Matteo Salvini ha continuato sulla sua nuova strada: non più solo il Nord come campo di battaglia politica, ma anche il Sud («perchè mangiare le arance marocchine quando ci sono quelle di Sicilia?», dirà sul suo profilo).

Dunque, ecco nascere una futuribile forza politica leghista a Sud. E poi: la battaglia contro le persone aventi un colore di pelle diversa. Dal razzismo vero e proprio, al razzismo – differentismo: gli immigrati non devono venire in Italia perchè ci rubano il lavoro, vengono ospitati in centri a 33,45, 54 etc. euro al giorno… E poi delinquono, mentre gli italiani sono tutte brave persone. Dunque, non cacciamoli come faceva Maroni, facciamo una cosa diversa: respingiamoli ed aiutiamoli a casa loro. Premesso che è un progetto molto semplice, visto che si tratta di dare soldi a stranieri (!!!!) che vivono in condizioni economiche disperatissime, spesso sotto regimi che violano quotidianamente i diritti umani fondamentali, la domanda che bisogna porci è: ma che cosa sta diventando la Lega Nord? Per tutta risposta, mi verrebbe da dire: non è più un partito regionalista, bensì elettorale. Subito una piccola parentesi: parlerò in termini di scienza politica, consapevole del fatto che – pur avendoci fatto un esame – la mia è un’opinione, un tentativo di dare una spiegazione. In poche parole: non intendo affatto paragonarmi agli esperti del settore. Chiusa tale parentesi, torniamo alla questione. Il partito elettorale è un tipo di formazione politica che, piuttosto che basarsi su una ideologia o su, comunque, un determinato tipo di valori, cerca di raccogliere voti assecondando gli umori delle persone. Così, ci sarà il periodo in cui si sarà contrari ai matrimoni gay, ma poi arriverà il momento in cui si capirà che la maggioranza degli italiani è favorevole. Ergo: anche io sarò d’accordo a che gli omosessuali contraggano matrimonio. Fino ad oggi, l’unico vero partito elettorale è stato Forza Italia. Ora, Salvini ci prova con la Lega Nord. D’altronde, basta vedere la manifestazione del 18 ottobre 2014 a Piazza Duomo: il «nuovo corso» si mescola al «vecchio». Ma questa amalgama non sembra riuscire perfettamente. In effetti, al di là della vicinanza «fisica» che può esserci tra due striscioni con su scritto: Prima gli Italiani! / Italia merda! Secessione!, come si potranno mai accomunare due pensieri così divergenti? Per carità, già nel 1994 la Lega Nord si alleò con Alleanza Nazionale, due opposti in fatto di “senso dell’unità nazionale”. Ma ora qui si sta chiedendo uno sforzo gigantesco: trasformare LN in un partito elettorale, che vede il Sud come parte dell’Italia, che vede gli immigrati in una visione razzista – differentista, che li vede come persone da aiutare a casa loro e – contemporaneamente – criticare azioni di esportazione della democrazia (che sarebbe comunque un aiuto a casa di altri), del tipo guerra in Iraq ed Afghanistan.

Insomma, c’è un bel po’ di confusione.

P.S: la fase del “Trota” è evoluzione oppure… ?

Qualche giorno fa Gino Strada, il fondatore di Emergency, a proposito della questione Ebola ha fatto una dichiarazione interessante. In pillole, l’Occidente si sta preoccupando più della paura di un eventuale contagio in Europa ed in America, piuttosto che muoversi per sedare l’epidemia che sta mietendo migliaia e migliaia di vittime. In effetti, se uno ci fa un attimo caso, è proprio così. Il caso Ebola sta diventando l’ennesima dimostrazione dell’ipocrisia occidentale: armiamo l’Isis e poi lo combattiamo, garantiamo stabilità al regime di Gheddafi e poi lo combattiamo. Quindi: conosciamo l’ebola dal 1976 ma ce ne preoccupiamo solo ora. Perchè la questione è stata largamente sottovalutata e ci impone ora ad inseguire per risolvere il problema. Sono le conseguenze del benessere: diventiamo ipocriti, pensiamo solo a tutelare il nostro bene a discapito di altri. Ma, allo stesso tempo, sembra che diventiamo più «fessi». Dunque: l’ebola è un virus che, al momento, non conosce un vaccino (se non quello ancora in via sperimentale prodotto da laboratori italiani). Come qualsiasi tipo di malattia, più questa ha tempo per svilupparsi e diffondersi, più largo sarà il suo raggio d’azione. Quindi, in parole povere: più l’ebola avrà tempo per diffondersi, più aumenteranno le possibilità che possa svilupparsi anche dalle nostre parti. Attenzione però: ciò significa che governi ed organi competenti non devono fare assolutamente nulla, cioè si limitano a guardare o, addirittura, ad ignorare il problema. Fortunatamente, pur con tutti i difetti che hanno, i nostri politici si stanno muovendo. Basta notare che, negli USA e in Francia, si sono avviati i controlli della temperatura corporea a persone che utilizzano voli aerei interessanti le zone colpite. Inoltre, il settore sanitario sta svolgendo egregiamente il suo dovere: alcuni pazienti sono guariti, altri sono stati comunque sottoposti a test risultati poi, fortunatamente, negativi. Certo, ci sono stati i casi in cui la contrazione del virus è stata opera anche di insipienza da parte degli addetti ai lavori (medici che non rispettavano affatto i relativi protocolli). Però, l’attenzione è alta. Domanda: cosa c’entra tutto ciò con il termine «fessi»? C’entra tanto per due motivi: 1) non ci accorgiamo che i casi che si registrano in Occidente sono dovuti a contatti ravvicinati da parte delle «vittime» con le località colpite dall’ebola. Si tratta di zone dal sistema sanitario fragile, ove l’isolamento dei malati diventa più complicato. Inoltre, sono località dal clima caldo, favorevole alla diffusione delle malattie; 2) siamo talmente preoccupati che non riusciamo neanche a comprendere le parole nel loro vero significato. Mi spiego meglio: i telegiornali tendono a darci notizie continuamente aggiornate sull’ebola. Intento nobilissimo, per carità. Ma non ci rendiamo conto che, spesso, alcune notizie non dovrebbero essere date, in quanto portano al solo risultato di aumentare l’allarmismo. D’altronde, un conto è dire: «3 casi sospetti di ebola in Spagna» ancor prima che le analisi abbiano dato un risultato; un conto è aspettare tali risultati e poi dire, eventualmente, che un qualche caso d’ebola è stato accertato. Dopotutto, la gatta frettolosa fa i figli ciechi.

Insomma: cerchiamo di cacciare il coraggio, dimostriamo consapevolezza nel fatto che non siamo già morti. E facciamo nostro quanto detto da Gino Strada e con cui, in maniera non diretta, ho aperto questo post.

Dopo tanto tempo avevo deciso di rivedere una puntata di Servizio Pubblico. Un motivo vero e proprio di questa scelta non ce l’ho: forse perchè mi hanno incuriosito i link della pagina ufficiale, forse perchè le tematiche che si sarebbero trattate spingevano a seguirlo… Resta comunque il fatto che, già prima della fuoriuscita anticipata di Marco Travaglio, la puntata aveva assunto un tono – secondo me – veramente scadente. Le parole di Paolo Villaggio nei confronti degli Angeli del Fango (della serie: troppo facile spalare ora, la colpa del disastro è anche loro) avevano già abbassato il livello della trasmissione. Poi – come già anticipato – è arrivata la sceneggiata del Condirettore de Il Fatto Quotidiano. Cosa è successo? Travaglio ha attaccato l’azione politica a livello locale che ha caratterizzato Genova negli ultimi anni, criticando soprattutto la gestione Burlando. Burlando, presidente della Regione Liguria, risponde chiedendogli cosa avrebbe fatto lui a livello idrogeologico. Risposta: «Mi ha preso per caso per un ingegnere idrogeologico?». E nasce dunque un bel battibecco. Interviene poi uno degli Angeli del Fango, si rivolge a Travaglio e, di nuovo, questi: »«Non devi prendertela con me, ma con chi ha governato la Liguria». Santoro interviene, prova a spiegare al giornalista che nessuno lo sta attaccando. Ma niente, Travaglio si offende, si alza e se ne va. Per approfondire: http://www.corriere.it/spettacoli/14_ottobre_17/lite-diretta-la7-santoro-6b268b66-5582-11e4-af6f-2cb9429035c6.shtml.

Detto questo, al di là del fatto di chi ha ragione e chi no, la puntata di Servizio Pubblico mi ha confermato un pensiero che, fino ad oggi, mi sono sforzato di rifiutare: il Paese si sta sfasciando. Bella scoperta, dirà qualcuno. Sicuramente, lo sfascio economico è sotto gli occhi di tutti, quello sociale anche. Ma ciò che non riusciamo / vogliamo ancora vedere è qualcosa di più grave: l’accentuarsi di una tendenza – tipica nella storia della società italiana – nel trovare il colpevole sempre in un’altra persona, cercando di salvaguardare sé stessi. Nel 2014 abbiamo raggiunto il livello massimo (e forse neanche l’apice, momento in cui teoricamente si sancisce l’inizio della discesa) di tale tendenza, soprattutto grazie a due importanti persone del panorama politico italiano: Beppe Grillo e Matteo Renzi. Il primo ha favorito tali eventi direttamente nella società italiana: il M5S è nato da poco, non potete attaccarlo di responsabilità politiche del passato. Vero, giusto, ovvio, non sarebbe affatto giusto. Chi mai potrebbe affermare il contrario? Ma, nel momento in cui ti criticano il fatto che, al Circo Massimo urli ai quattro venti che i tuoi parlamentari sarebbero andati a spalare quando invece era meglio mantenere il silenzio, mandandoli comunque (o, forse ancora meglio, coinvolgendo solo gli attivisti e lasciare i rappresentanti istituzionali lavorare), e tu fai finta di non capire, allora è tutta un’altra storia. Mi spiego: nessuno attacca il M5S per le responsabilità politiche, bensì la stragrande maggioranza sostiene che ci sono momenti in cui la solidarietà va praticata in silenzio, stop. E allora stai bene a fare copia e incolla di messaggi che rielencano tutti i sindaci di Genova, compresi quasi i governatori dell’epoca della Repubblica Marinara. Però, alla fine si ottiene l’intento: è colpa di chi ha votato PD, di chi ha sostenuto una certa classe politica nell’ultimo mezzo secolo. E’ giusto che ci sia stato un alluvione di tali dimensioni, forse gli elettori ora cambieranno idea. Insomma, cinismo, cinismo, cinismo (basta farsi un giretto sui social networks per accertarsi di ciò). E’ colpa di tutti, però basta che voti M5S e avrai le colpe espiate. Una sorta di protestantesimo grillino. E Renzi? L’attuale presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico è arrivato di recente, però ha già bruciato le tappe (non solo a livello istituzionale!). Anzi, ha un modo di fare più intelligente. C’è una manovra economica che peserà sulle Regioni? Care Regioni, non vi lamentate. Dovete risparmiare! Si abolisce l’art.18 e i sindacati si oppongono? Cari sindacati, fino ad ora avete detto sempre no! I dati economici sono tutti negativi? Basta con i gufi! Insomma: io ci provo, però altre istituzioni mi rallentano.

O è colpa degli altri, oppure gli altri intendono mettere ostacoli. Ma, fino a che punto potrà reggere questa situazione? Non rischiamo di arrivare (definitivamente) al punto in cui ognuno di noi, pensando per sé, attaccherà l’altro di ostacolarlo o di averlo danneggiato? Capiterà forse un giorno che «l’altro», anziché ignorare le accuse o rispondere pacatamente, deciderà di alzare i toni, di usare le mani o peggio? Pensiamoci: si comincia sempre con 1. Poi si fa 2, 4, 8… insomma, uno sviluppo esponenziale si crea, quando si sottovaluta la situazione.

Ecco, la politica in qualcosa sta riuscendo: nello sfasciare una comunità di popolo.

P.S.: e chi se la prende con gli immigrati? E Silvio Berlusconi? E altri ancora? Ho deciso di non parlarne per un motivo: di articoli in tal senso ce ne sono già tantissimi. 

IL M5S E L’ALLUVIONE ETICO

on 14 ottobre 2014 in ATTUALITA', ETICA, SOCIETA' Commenti disabilitati su IL M5S E L’ALLUVIONE ETICO

«Noi andiamo a spalare, voi che fate?»; «i nostri parlamentari sono a Genova, invece Renzi?». Lo scrissi già qualche mese fa (http://elnuevodia.altervista.org/m5s-unetica/?doing_wp_cron=1413289183.9174230098724365234375 ): con il Movimento 5 Stelle l’etica è morta più di quanto ci fosse riuscito un Silvio Berlusconi negli anni del suo apice politico. Perchè? Perchè dal Movimento grillino, per il solo fatto di essere una novità assoluta nel panorama politico nazionale, ci si aspettavano comportamenti diversi, modi di fare “consoni” al ruolo istituzionale che molti di loro tra sindaci, consiglieri, parlamentari etc. si apprestavano ad occupare in questi ultimissimi anni. Invece no, figli del «vaffanculo!» erano e figli del «vaffanculo!» sono rimasti. Puoi anche disconoscere tuo padre o tua madre, ma comunque parte dei loro geni sarai destinato ad averli a vita.

 

E Mirandola era diventata già un avvisaglia:

lombardi

In questi giorni in cui Genova di tutto avrebbe bisogno tranne che di «appropriazioni indebite», Beppe Grillo, dall’alto del palco del Circo Massimo di Roma, non ha altro da dire (o meglio, da urlare) che i parlamentari del M5S andranno a spalare la città dai detriti. Bene, bellissima cosa, un gesto nobile. O meglio, un gesto che poteva essere nobile e che, comunicato in questo modo, è diventato più povero della persona più disgraziata di questo mondo. Paradosso (forse): a Genova non serve disordine, bensì ordine. Nel senso: i partiti che hanno rappresentanti in Parlamento pensassero a sbloccare fondi e lavori di recupero idrogeologico del territorio; le persone (militanti di partito, membri di sindacati, persone spinte dall’altruismo e via dicendo) pensassero a dare un contributo minimo per riportare la città ad una condizione di dignità, ad una situazione degna di quella che in passato fu una gloriosa Repubblica marinara. Perchè Genova, e più in generale la solidarietà, sono patrimonio dell’essere umano, non di un simbolo partitico.

In pillole: contribuire, ma in silenzio, al massimo con riserbo. Come gli «Angeli del fango» insegnano.

 

SCARICA IL NOSTRO E- BOOK: E’ GRATUITO!

Poche parole per Malala

on 10 ottobre 2014 in ATTUALITA', GIOVENTU', MONDO Commenti disabilitati su Poche parole per Malala

Ha 17 anni, ne aveva 12 quando cominciò a battersi per il diritto all’istruzione dei bambini affrontando i talebani. Oggi, Malala Yousafzay ha ricevuto il Nobel per la Pace.

A tal proposito, occorre ricordare le parole di Sandro Pertini: «I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo. È con questo animo quindi, giovani, che mi rivolgo a voi: non armate la vostra mano. Armate il vostro animo»

e di Enrico Berlinguer: “Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”.

Ecco, Malala Yousafzai è un grandissimo esempio di come, noi giovani, il mondo – se vogliamo – possiamo veramente cambiarlo.

SCARICA IL NOSTRO E-BOOK: “COS’E’ IL MALPAESE? VOCI DELL’ITALIA CHE (R)ESISTE”

E’ GRATIS! Scegli uno dei seguenti store