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Poche parole per Malala

on 10 ottobre 2014 in ATTUALITA', GIOVENTU', MONDO Commenti disabilitati su Poche parole per Malala

Ha 17 anni, ne aveva 12 quando cominciò a battersi per il diritto all’istruzione dei bambini affrontando i talebani. Oggi, Malala Yousafzay ha ricevuto il Nobel per la Pace.

A tal proposito, occorre ricordare le parole di Sandro Pertini: «I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo. È con questo animo quindi, giovani, che mi rivolgo a voi: non armate la vostra mano. Armate il vostro animo»

e di Enrico Berlinguer: “Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”.

Ecco, Malala Yousafzai è un grandissimo esempio di come, noi giovani, il mondo – se vogliamo – possiamo veramente cambiarlo.

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Greta Ramelli e Vanessa Marzullo (Fotogramma)“Con l’idealismo dei vent’anni”… In Italia pare quasi una colpa essere giovani. Eppure, nel 1918 fu la leva del 1899 a contribuire alla vittoria di Vittorio Veneto; ventenni furono coloro che sacrificarono la propria vita durante la resistenza contro il nazifascismo; sono coloro che, secondo Enrico Berlinguer, se ” (i giovani) si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e con gli oppressi, non c’è più scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”; sono coloro che con il progetto ERASMUS, che facendo esperienze in Europa stanno contribuendo giorno dopo giorno a costruire il più grande progetto di pace e integrazione della storia: gli Stati Uniti d’Europa.  Sono coloro che, con le parole di Roberto Vecchioni, “difendono un libro, un libro vero così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero” (in pillole: la Costituzione, la nostra Carta fondamentale)… Non voglio essere l’artefice di un conflitto generazionale, perchè sono assolutamente convinto che l’Italia possa ripartire solo con il rispetto tra chi ha venti, trenta, quaranta, cinquant’anni etc. Parlare così cinicamente di due ragazze, che sicuramente non sono esenti da colpe (ma l’anagrafe non c’entra nulla), è veramente atroce per loro, per chi lo dice, per la famiglia che sta in angoscia giorno dopo giorno per la loro sorte, e per tutto il Paese Italia, che ormai da tempo ha perso di vista i propri figli e sa solo bollarli come idealisti, inesperti etc.

Chissà, se ad essere rapiti fossero stati due settantenni cosa si sarebbe detto: forse sarebbero stati colpevoli di andare in Siria ad una età troppo avanzata… Anzi no: a partire da una certa età si può tutto…

Il dramma dell’Unità è una tragedia non solo per la sinistra, ma per 90 anni di storia d’Italia. Il quotidiano fondato da Antonio Gramsci è un simbolo del nostro passato, delle battaglie combattute in nome di un’Italia libera, eguale, fatta di diritti e solidarietà. L’Unità non ha avuto paura del fascismo, anzi l’ha combattuto affrontando purghe e olio di ricino, uscendo clandestinamente, anche scritto a penna se necessario; è il quotidiano degli operai, di chi lo portava in fabbrica (magari nascondendolo sotto un vestito) per vedere «cosa diceva il partito»; è il giornale delle battaglie sul divorzio, delle denunce riguardo la pericolosità della diga del Vajont…E’ stato il giornale di Enrico Berlinguer, la testata che forse più di tutte ha saputo regalare un Addio! dignitoso al segretario del Partito Comunista Italiano. Insomma, è stato tanta roba. Forse oggi l’Unità sconta una sfida (quasi) impari con la rete e l’antipolitica. Piaccia o non piaccia, la testata una volta organo del PCI, poi di PDS e DS, ha sempre cercato di mantenere un modo di scrivere elegante, riflessivo. Certo, è capitato che ogni tanto cascasse in quei titoli a sensazione che, colpendo l’emotività delle persone (quelle che vedono un titolo forte, credono ciecamente a tutto ciò che c’è scritto senza verificare la veridicità della notizia), oggi vanno tanto di moda. Ma non gli è andata bene: l’Unità oggi era (è?) ormai il giornale «di regime», colpevole di prendere finanziamenti pubblici per vivere. I soldi così sono buttati, dicono; i giornali che vogliono vendere, devono fare i soldi da loro, senza aiuto dallo Stato. Perchè nell’Italia del 2014 – quella dell’antipolitica per intenderci – finanziare il pluralismo è uno sperpero, è roba da Kasta! E poi, perchè buttare soldi quando oggi c’è Internet? L’Italia è il BelPaese, lo Stato che ha saputo proporre personaggi all’avanguardia in tutti i campi ed in tutte le epoche: Galileo Galilei, Leonardo da Vinci, Adriano Olivetti, Dante Alighieri… Ma è anche quel Paese che spesso il cambiamento lo ha accettato in ritardo e male: così rischia di essere anche per Internet. Il web 2.0 ha permesso di espandere sensibilmente le forme e le possibilità di partecipazione politica, di espressione del pensiero etc. come non era mai accaduto prima. Ma l’estrema espansione di queste possibilità ha portato all’idea che un blog, un sito che si spaccia per testata giornalistica ma in realtà è anonima, senza che si citino fonti etc. possano essere più attendibili di un quotidiano cartaceo, registrato presso un tribunale, fatto di firme più o meno autorevoli. Stiamo andando verso un mondo dove anche la raccomandazione è ormai obsoleta: per diventare parlamentare basta prendere voti online e ritrovarti in un posto comodo nella lista elettorale ( non c’è più bisogno di farsi conoscere nel giro di anni, di fare eventualmente “gavetta” in un partito, di prendere schiaffi e rimproveri). Ora, se vuoi scrivere notizie e farle leggere a milioni di persone, basta avere un blog (casomai con un nome accattivante del tipo “loschifo” e non modestie come il mio: “elnuevodia”), avere qualche capacità minima di scrittura e sapere cogliere il tema che interessa alle persone, senza ovviamente dimenticare qualche “etichettatura” per dare un po’ più di sapore pepato al post. Quindi: basta con gli anni di studio di giornalismo, con la necessità di studiare le fonti, di citarle etc. L’Unità è una delle tante vittime cartacee di questa degenerazione, e riprendere nuovamente le forze per tornare in edicola sarà ancora più difficile del passato. Perfino la repressione fascista era meno terribile dinanzi a questo trionfo dell’antipolitica, dell’ignoranza, delle persone che si lasciano trascinare dall’emotività. Un saluto a pugno chiuso, compagna “Unità”. 

DI BATTISTA, BERLINGUER E GANDHI AL TEMPO DEL BERLUSCONISMO

on 31 gennaio 2014 in POLITICA, SOCIETA' Commenti disabilitati su DI BATTISTA, BERLINGUER E GANDHI AL TEMPO DEL BERLUSCONISMO

Il 26 gennaio 1994 accadeva una “rivoluzione della comunicazione politica”: Silvio Berlusconi annunciava tramite video televisivo la sua discesa in campo perchè non voleva vivere in un Paese caratterizzato «da un passato fallimentare come quello della sinistra». In pillole: intendeva tutelare i suoi interessi personali. Eppure, il suo modo di comunicare era una innovazione che forse non si vedeva dai tempi dei «discorsi al caminetto» di Franklin Delano Roosvelt. Pochi mesi dopo, sapendo interpretare con grande capacità la legge elettorale (il Mattarellum) e facendo leva sulle promesse facili, diventava Presidente del Consiglio. Non sarebbe finita lì: il linguaggio aggressivo e populista (cito questo termine a fatica, perchè ormai viene utilizzato solo nel senso negativo) sarebbe stata una caratteristica che lo avrebbe tenuto in piedi per un ventennio: «coglioni» gli italiani che votavano a sinistra, «pulire» la sedia di Travaglio, i fucili carichi della Lega etc. Quei tempi, con la sua estromissione dalla vita politica, sembravano essere finiti. Invece no, qualcuno ha deciso di prendere il suo posto: l’americanizzazione della politica ormai ha preso il sopravvento. Anzi, ora si è evoluta: non più solo TV, ma anche WEB. Sommando il tutto al fatto che all’italiano piace il politico che sa comunicare, ecco a voi un nuovo esponente politico “che sa parlare bene”.  Paradossalmente, pochi giorni dopo che Forza Italia celebrava il suo ventennio di attività, si è verificata una scenetta tra Speranza (PD) e Di Battista (M5S). Ho visto quel video, ed è stato il peggio del peggio: Speranza entra in sala stampa per lasciare delle dichiarazioni, Di Battista si intromette e comincia a guardare in faccia il deputato del PD rilasciandogli le solite «frasi di circostanza» (“voi avete fatto accordi con il pregiudicato” etc.). I toni ovviamente si alzano, sia dall’una che dall’altra parte, Speranza li etichetta come fascisti. Dopo un po’ decide di rilasciare dichiarazioni da un’altra parte. Intanto, una telecamera sta riprendendo tutto come fuori – onda, ma Di Battista lo sa e già lo sapeva: mentre Speranza lascia la sala il grillino si rivolge alla telecamera e comincia a dire frasi del tipo: «a noi potete guardarci negli occhi, a loro no». Infine, lancia un monito al “malcapitato” Speranza: «gli italiani hanno fame e voi gli avete tolto il pane!». Quegli occhi (spiritati) e quelle urla mi hanno messo più paura di tutto il ventennio berlusconiano. Il deputato Di Battista dimostrava definitivamente il pensiero che il sottoscritto ormai ha da tempo: la regola dei due mandati scotta. Quindi, bisogna assolutissimamente alzare il tiro per evitare che il prossimo, oltre ad essere l’ultimo, sia l’ennesimo all’opposizione. Nel giro di 24 ore, alcuni (presunti) miti utilizzati dal M5S crollavano: la Costituzione innanzitutto, colpita da una mitragliatrice che faceva fuori

  • l’art.21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Perchè, caro Di Battista, anche se Speranza doveva dire delle bugie, era lecito lasciarlo parlare: lo avresti potuto smentire tranquillamente un minuto dopo, scrivendo nel blog, parlando ai giornali o come ti pare);
  • l’art. 54 («I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore», non vorrà mica dire che il suo sia stato un comportamento che ha rispettato questo dettame?).

Altro mito: la battaglia «non violenta» di Gandhi. Il Mahatma predicava si la liberazione dell’India senza spargimenti di sangue, ma cosa direbbe davanti a così tanta e gratuita violenza verbale? Perchè non esiste solo quella fisica.

Infine, ho letto il suo post, dove cita Enrico Berlinguer. Non fu il compianto segretario del Partito Comunista Italiano a dire «“la corruzione è una nemica della Repubblica. E i corrotti devono essere colpiti senza nessuna attenuante, senza nessuna pietà. E dare la solidarietà, per ragioni di amicizia o di partito, significa diventare complici di questi corrotti”», bensì Sandro Pertini. Al di là di questo (su berlinguer comunque dovrebbe fare un ripassino, ogni tanto è consigliabile), lei ha mai visto Berlinguer rivolgersi con quella prepotenza ai suoi avversari politici? Berlinguer al massimo non stringeva la mano ad Almirante, ma non arrivava a tanto. Inoltre, le consiglio il libro di PierPaolo Farina: Casa per Casa, Strada per Strada. Troverà delle citazioni di Enrico che sicuramente non le piaceranno: «Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perchè significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica»; «non si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone»; «noi combattiamo l’illusione di credere nell’autosufficienza politica di un governo che fosse espressione soltanto del finalmente raggiunto 51% dei voti alle sinistre. La stabilità, le possibilità operative e la stessa compattezza di un simile governo sarebbero tutte da verificare quando esso ponesse mano effettivamente a trasformazioni profonde delle strutture economiche e sociali del Paese, avendo però contro di sé, ostilmente schierato, il restante 49% dell’elettorato e del Parlamento». Pensa un po’ lei, caro Di Battista: si ritrova in un movimento che fa dei sondaggi la sua essenza fondamentale, dove chiede ai (pochissimi) cittadini di esprimere opinioni o contribuire a fare le leggi. Soprattutto vorrebbe governare con un voto in più per cambiare le cose.

 

Voi dite spesso agli italiani di avere pazienza. Intanto ci avete messo un attimo ad entrare in Parlamento per la porta di servizio.

 

#daltrondesiamoinItalia