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L’opera buffa del Consiglio di Comunità

on 11 maggio 2017 in Senza categoria Commenti disabilitati su L’opera buffa del Consiglio di Comunità

Ogni 5 anni è la stessa storia: coresi e giulianesi sono chiamati ad andare a votare per rinnovare il Consiglio Comunale. Questi ultimi si ritrovano addirittura due schede, perché dovranno esprimersi anche per la composizione del Consiglio di Comunità, un organo propositivo e consultivo che, in linea teorica, dovrebbe farsi portavoce delle istanze della popolazione giulianese. Ad ogni ciclo elettorale, invece, il Consiglio di Comunità si ripresenta come un film già visto, ma con attori quasi sempre diversi, diretto da registi che, più o meno, sono sempre gli stessi. Funziona così: il partito A decide di non presentare una sua lista, consapevole del fatto che tale organo è più un fardello che una risorsa. Di parere contrario è il partito B, sempre pronto a presentare una lista, che sa che non potrà mai vincere le elezioni amministrative. Dunque, il Consiglio di Comunità diventa un intralcio, un ulteriore strumento di opposizione all’operato dell’amministrazione. E se B si presenta da solo, il monopolio dell’organo giulianese è cosa fatta. Dunque, A cambia idea e comincia una affannosa ricerca di nomi disposti a candidarsi al Consiglio di Comunità, al semplice scopo di controbilanciare la forza del partito B. Nessuna scelta è basata sulle competenze, perché l’importante è che ci siano teste disposte a sedersi attorno al tavolo della Delegazione Comunale di Giulianello. D’altronde, quando si chiede alle persone di presentarsi al Consiglio di Comunità, il ragionamento che viene fatto loro (spesso) è molto semplice: Stai tranquillo, tanto non dovrai impegnarti molto, perché il Consiglio di Comunità, dopo pochi mesi dalle elezioni, già non conterà più nulla. Insomma, ogni 5 anni i Giulianesi sono chiamati ad andare a votare per un organo inutile. Eppure, all’interno di questa opera buffa esiste il sogno rivoluzionario: rilanciare il Consiglio di Comunità tramite la fondamentale opera di revisione dello Statuto. Solo che poi, quando i consiglieri cominciano a parlare di certi argomenti, questi vengono interrotti da un pubblico abbastanza particolare, composto soprattutto da Consiglieri Comunali che con arroganza passano sulla voce dei Consiglieri di Comunità e fanno lunghi monologhi allo scopo di orientare il loro voto a favore della propria parte politica. Oppure, succedono inghippi strani: Presidenti che si dimettono senza prima riunirsi con la lista che li ha eletti, lunghe e cruente lotte affinché il primo dei non eletti diventi il nuovo Presidente, noncuranti del fatto che persone che si erano spese per quell’organo meritavano maggiore considerazione. Ce ne sarebbero altre da dire, come alcuni Consiglieri Comunali che rinfacciavano ai loro “colleghi” di non aver fatto nulla (opera buffa alla massima potenza: esponenti di un organo più potente criticano di nullafacenza membri di un Consiglio con pochissimi poteri).  Anche quest’anno, molto probabilmente, lo spettacolo non mancherà: a delle persone verrà chiesto di sacrificare la propria faccia per una presunta Ragione di Stato e perché servono pedine sempre nuove per una scacchiera politica dove, a muovere le parti, sono più o meno sempre le stesse persone. Non sono parole al vento, ma pensieri di chi è stato Consigliere di Comunità ed è, dunque, consapevole di quali ardue prove “psicologiche”, politiche e non solo bisogna affrontare in quell’arena. Candidarsi va bene, ma solo se si è convinti di voler mettere il proprio tempo e le proprie competenze per rendere “utile” qualcosa di “inutile”. Farlo invece per “perdere tempo”, significa umiliare sé stessi e la comunità che si rappresenta.

 

Buon voto.

 

Oltre a lasciare gli abitanti delle favelas al loro triste destino, altre cose non mi sono piaciute del mondiale brasiliano 2014: l’aver fatto dell’evento calcistico un obiettivo politico ove, a seconda dell’andamento della Selecao, si sarebbe potuto parlare di trionfo o disfatta. Il 7 – 1 subito dalla Germania ha dato l’eloquente risultato. Ma d’altronde, il calcio ormai è questo: una macchina gigantesca di soldi e interessi ove la passione, il rispetto reciproco e altri nobili valori sono ormai in secondo piano. Ne avrei da dire anche sulle scelte di Prandelli, sul fatto che Balotelli è stato l’unico vero scaricabarile del fallimento della nostra spedizione etc., ma rischierei soltanto di allungare il brodo. Quello che c’è da evidenziare in questa storia è che, mentre il calcio – nostro sport nazionale – non fa altro che regalarci dolori su dolori, i cosiddetti «sport minori» ci riempiono di soddisfazioni. Un paradosso alquanto curioso, se si pensa che il calcio gode di una larghissima copertura mediatica e di ingenti finanziamenti da parte del CONI (giusto per farsi qualche idea: http://www.coni.it/it/coni-servizi/bilancio-consuntivo-e-bilancio-sociale.html ) rispetto a tutte le altre attività affiliate.

Andiamo però con ordine: il 23 giugno l’Italia perde contro l’Uruguay 1 – 0 e saluta il mondiale. Le conseguenze sono devastanti: dimissioni del ct Prandelli e del presidente della FIGC Abete, si evidenzia una netta spaccatura tra i giocatori della spedizione (Buffon che difende il lavoro dei più «anziani» e attacca l’operato dei più giovani, la risposta di Cassano etc.). Sulla base di queste macerie si comincia a parlare di futuro. In special modo, nella FIGC spunta la candidatura di Carlo Tavecchio, presidente della Lega Nazionale Dilettanti dal 1999 e vicepresidente vicario della Federazione Italiana Giuoco Calcio dal 2009 (è interessante notare anche la sua fedina penale: 1970 > condanna a 4 mesi di reclusione per falsità in titolo di credito continuato in concorso; 1994 > condanna a 2 mesi e 28 giorni di reclusione per evasione fiscale e dell’Iva; 1996 > condanna a 3 mesi di reclusione per omissione di versamento di ritenute previdenziali e assicurative; 1998 > condanna a 3 mesi di reclusione per omissione o falsità in denunce obbligatorie; 1998 > condanna a 3 mesi di reclusione per abuso d’ufficio per violazione delle norme anti – inquinamento, più multe complessive per oltre 7mila euro). E’ il favorito numero 1 per la successione ad Abete. Avviene però un fatto eclatante: Tavecchio parla di giocatori extracomunitari del nostro campionato che «mangiavano banane», un commento di stampo razzista che ha acceso ancor di più i riflettori sulla questione della Presidenza FIGC. Le macerie aumentano: alcune squadre hanno già sfilato il loro nome dai possibili voti a Tavecchio, la FIFA ha realizzato un severo comunicato con il quale si spinge la federazione nazionale a fare della lotta al razzismo il primo obiettivo della sua attività, pesanti critiche sono arrivate addirittura dalla Commissione Europea. Insomma, il calcio ci sta regalando l’ennesima brutta figura di stampo internazionale. Tutto questo mentre alcuni atleti nelle altre competizioni sportive realizzavano imprese che avrebbero potuto (se solo fossimo un popolo più «elastico») descrivere un’Italia sportiva bella e vincente:

  • a Firenze l’Italvolley conquistava la medaglia di bronzo alla World League 2014;
  • a Kazan la scherma azzurra conquistava 3 ori, 1 argento e 4 bronzi, arrivando prima nel medagliere ai mondiali russi;
  • dal pirata allo squalo: dopo 16 anni dal trionfo di Marco Pantani un italiano, Vincenzo Nibali, arrivava a Parigi vestendo la maglia gialla del Tour de France;
  • nella pallanuoto, setterosa e settebello si classificavano rispettivamente quarto e terzo agli europei di Budapest.

In poche parole: chapeau allo sport azzurro, calcio escluso. E’ forse giunta l’ora di costruire un’immagine sportiva dell’Italia ove non ci sia uno sport al centro di tutto, bensì si valorizzino in maniera equilibrata le tante attività agonistiche che, con meno visibilità e denaro, ci regalano decisamente molte più soddisfazioni e ci pongono all’avanguardia rispetto a tanti altri Paesi.

ELEZIONI EUROPEE 2014: CORI E GIULIANELLO SI SVEGLIANO «DEMOCRATICHE»

on 10 giugno 2014 in Senza categoria Commenti disabilitati su ELEZIONI EUROPEE 2014: CORI E GIULIANELLO SI SVEGLIANO «DEMOCRATICHE»

Un risultato in linea con il dato nazionale quello registrato dal Comune di Cori alle Elezioni Europee del 25 maggio 2014. Mentre la penisola esprime un’affluenza al voto del 58% circa, Cori e Giulianello raggiungono il 57,18%. Rispetto al 2009, si evidenzia un calo dell’affluenza del 14% (da considerare però che, all’epoca, era possibile votare nell’arco di due giorni).

Il comune lepino si conferma comunque “zona rossa”, con un Partito Democratico che raccoglie il 48,76% dei consensi, staccando di gran lunga il Movimento 5 Stelle (22,46%) e Forza Italia (13,97%). Risultati inaspettati alla vigilia, se si pensa alle tante parole spese riguardo un testa a testa tra PD ( + 15% rispetto al 2009) e M5S (il cui paragone possiamo farlo con le politiche del 2013, trattandosi della prima partecipazione alle Europee: – 1,36 % rispetto ai voti per il Senato; + 1,18% rispetto alla Camera dei Deputati). Debacle di Forza Italia ( – 13% circa rispetto al 2009, seppur all’epoca la formazione era il Popolo delle Libertà).

Anche nella battaglia delle preferenze, il Partito Democratico è di gran lunga il più votato: Simona Bonafè (435), Nicola Danti (340), Roberto Gualtieri (323), Maria Goffredo Bettini (277), Enrico Gasbarra (168), Ilaria Bonaccorsi (155). Riguardo gli altri partiti: nonostante il 22%, ad Agea Laura bastano 48 voti per risultare la «preferita» del M5S. Con molti voti di lista in meno rispetto ai pentastellati, Barbara Spinelli ( L’Altra Europa con Tsipras: 3,23%) fa decisamente meglio raccogliendo 52 preferenze. Ma il primo candidato ad «intromettersi» nel dominio dei democratici è Roberta Angelilli con 140 voti (Nuovo Centrodestra “Alfano” – Udc :6,12%), seguita a pochissime lunghezze dal forzista nonché ex presidente della Provincia di Latina Armando Cusani (133).

Cori dunque si tinge di rosso. Ma è un rosso non più forte come una volta, bensì sbiadito dall’elevatissima astensione, primo vero partito a livello locale e nazionale. Ovviamente, le forze di minoranza non se la passano molto meglio. Escluso il M5S, le altre rischiano di spartirsi le briciole in futuro.

La partecipazione politica è ai minimi storici. Sottovalutare ciò significa favorire il disinteresse verso la politica, non preparare talenti per il futuro locale, non affrontare i problemi economici, politici, sociali etc. Che i risultati delle Europee siano un modo per contrastare una delle maggiori piaghe del nostro tempo: la disaffezione alla politica.

Articolo apparso sul mensile LEPINI MAGAZINE di GIUGNO 2014

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Sembrava una tornata elettorale destinata a finire con il tentativo di sorpasso sul rettilineo finale da parte del M5S sul Partito Democratico. Invece, abbiamo visto che la realtà è stata ben altra: il PD va oltre il 40% e abbatte il record di consenso (a sinistra) appartenente a Enrico Berlinguer ed al PCI (1976, 34.4%), mentre Grillo&Co. scendono addirittura rispetto alle politiche del 2013. Inutile parlare di Forza Italia, ormai destinata ad un declino lento ed inesorabile. Da evidenziare invece la resurrezione della Lega Nord e il superamento dello sbarramento da parte del progetto Un’altra idea di Europa.

Risultati eclatanti, che avranno ovviamente ripercussioni nell’immediato futuro. Renzi ora ha ben 3 possibilità per poter durare come Presidente del Consiglio: 1) continuare con NcD e Scelta Civica, puntando sul fatto che a nessuno dei due alleati conviene (in termini di consenso) staccare la spina; 2) accordo con SEL e fuoriusciti pentastellati; 3) decidere di concludere l’attuale esperienza di governo e ricandidarsi, per giocarsi così la chance di un governo non di larghe intese (i fattori ci sarebbero tutti: Grillo in difficoltà, Forza Italia idem, PD al suo massimo storico etc.).

Ma questa è un’altra storia.

In questo caso conviene soffermarsi riguardo le motivazioni che hanno portato a far saltare tutti i sondaggi che per tutta la campagna elettorale avevano dato ben altri risultati.

Partiamo da ciò che è scontato: il flop M5S. Grillo ha sbagliato completamente la comunicazione elettorale. Partendo dal programma, molto aggressivo ma privo di difese: il referendum sull’euro incostituzionale ai sensi dell’art.75 della Costituzione Italiana e dell’art.50 del Trattato di Lisbona ( http://elnuevodia.altervista.org/si-puo-uscire-dalleuro-istruzioni-per-luso/ ), l’abolizione del fiscal compact non possibile tramite il Parlamento Europeo (è competenza del Consiglio d’Europa) e del pareggio di bilancio (norma della costituzione italiana figlia di un accordo sempre del Consiglio d’Europa) etc. Come a calcio, se mandi tutti avanti è più facile che l’avversario possa segnare in contropiede, soprattutto se i difensori non sono all’altezza della situazione. Dunque, io – militante del PD – incontro persone intenzionate a votare M5S, gli spiego bene le cose… ed ecco che cambiano idea (almeno nella maggior parte dei casi). Altra nota dolente: una lunghissima sequela di insulti, uno più pesante dell’altro ( “peste rossa”, giusto per citarne uno), che hanno solo oscurato le tematiche inerenti l’Europa, i suoi problemi e le sue opportunità. Tantissimi, fortunatamente, danno al voto una forte importanza: voto se so di cosa si parla. Quindi, mi informo ed evito invettive e anatemi. In poche parole: più insulti, più perdi consenso.Terzo: a differenza del Parlamento nazionale, quello europeo è composto da persone scelte dai cittadini dell’UE. In Italia, in questa tornata c’è stata la possibilità di apporre da 1 a 3 preferenze, con tanto di alternanza di genere obbligatoria. Ora, logicamente, il cittadino è chiamato a votare il partito dove trova candidato un esponente che gli ispira fiducia. Quindi, ci avrà parlato, lo avrà seguito nel suo percorso… Insomma, sa quale nome e cognome scrivere sulla scheda. Domanda: se anziché far girare mezzo mondo ai parlamentari 5 stelle, si fosse fatto spendere qualche parola in più ai candidati? Forse non sarebbe stato meglio? Io direi di si. Possibile che i magri risultati alle amministrative ed alle regionali 2013 non abbiano insegnato nulla? Da questa riflessione, ne consegue che le leggi elettorali prive di voto di preferenza sono il sistema migliore per i pentastellati. Quarto: #vinciamonoi. Si dice che i cavalli si vedono all’arrivo. Soprattutto in politica, l’eccessiva sicurezza non paga mai. Cito un precedente: 2 anni fa, nel mio Comune, la coalizione di centrodestra attuò una campagna elettorale fondata sulla certezza di una vittoria scontata (in un comune storicamente di sinistra!). Finì 63 a 37 per il centrosinistra. Senza poi evidenziare il boomerang della promessa mancata di Grillo: «o vinciamo o me ne vado».. Cinque: in Europa o crei una coalizione trasversale tra tutti (o quasi) i Stati membri, oppure non conti nulla. Candidati solo in Italia, senza alcuna alleanza, i grillini ora si ritroveranno ad essere una dozzina in un Parlamento di 730 membri. Quindi, ci si trova davanti ad un bivio: andare da soli mantenendo la linea tradizionale oppure allearsi con qualcuno? Eventualmente, allearsi con chi (Le Pen, Juncker, Schultz… )? A chiunque venga dato l’appoggio, verrebbe meno uno dei principi cardine del movimento: andare da soli, senza alcun accordo con altri. Inoltre, una volta realizzata l’alleanza, per forza di cose la politica pentastellata dovrà seguirne il relativo orientamento (di sinistra se con Tsipras, di estrema destra con la Le Pen etc.). Sei, un anno al Parlamento da cui fuoriescono pochissime cose: rimborsi restituiti; sequela di no a Bersani, Civati e Renzi; no alla proposta di legge sul voto di scambio politico – mafioso, al decreto sulla Terra dei Fuochi… e tante, troppe agorà. Ai cittadini verrà pure in mente come fanno dei parlamentari della Repubblica Italiana a stare in tantissimi posti d’Italia e in Parlamento. Insomma, incontrare i cittadini si, ma ogni tanto bisogna anche restare nel palazzo (assenteismo al 30% mica è poco!).

Candidarsi alle Europee è stato un atto coraggioso ma, qualunque fosse stato il finale, avrebbe portato solo ad uno svilimento del ruolo M5S in politica. Ora, recuperare la credibilità perduta sarà difficilissimo, soprattutto se si continuerà con la medesima linea di intransigenza. Senza poi contare le scelte che dovrà effettuare a Strasburgo, su cui mi sono soffermato prima. In pillole: avere raggiunto le massime istituzioni nazionali era più che sufficiente.

 

 

E’ necessario riorganizzare la macchina, perchè l’effetto novità è ormai scomparso. 

L’ascesa di Matteo Renzi alla Presidenza del Consiglio la reputai la goccia che fece traboccare il vaso. Ero arrabbiatissimo: dopo neanche due mesi dalle primarie, nasceva l’ennesimo governo PD – (parte del) centrodestra, il mio sostegno alla (eventuale) scissione di Civati era forte. Per chi non avesse il tempo di leggere il link postato qualche rigo prima, comunico che nell’articolo scrissi che alle Europee avrei votato Tsipras, in quanto ritenevo il PD di oggi incapace di mantenere le buone intenzioni di cui da sempre, il partito in cui milito, infarcisce le sue proposte. Invece, il tempo ha un grande potere: cambiare le cose. D’altronde, come è successo che Matteo Renzi abbia deciso di sacrificare quanto da lui dichiarato sulle larghe intese, ecco accadere che il sottoscritto si ritrova a votare di nuovo per il Partito Democratico. Un fulmine sopra la via di Damasco? Una capra che ritorna all’ovile? Pensate quello che volete, sinceramente del giudizio delle persone mi importa assai poco. E solo gli idioti non cambiano idea. Da febbraio a oggi ci sono stati alcuni avvenimenti: la lista L’Altra Europa con Tsipras sembra aver perso quella ventata di novità con cui era apparsa agli occhi delle persone. Sinistra Ecologia & Libertà, partito di Nichi Vendola che dall’Italia sostiene la candidatura del politico greco, sembra essersi allontanata da quello spirito riformista che l’aveva caratterizzata fino ad ora. Per carità, resta inqualificabile il comportamento del PD nel periodo immediatamente successivo alle elezioni politiche nei confronti del suo (ex) alleato. In poche parole: il progetto politico più a sinistra d’Europa sembra stia percorrendo la medesima strada della candidatura Ingroia: partenza stupenda, con ottimi candidati e poi, piano piano, perdita di lucidità dovuta a contrasti interni e – soprattutto – al fatto che, quando i piani politici nascono nel pieno della campagna elettorale (o quasi), la forza propulsiva di cui godono è insufficiente a farli reggere nel lungo periodo. Infatti, Rivoluzione Civile è morta al primo fallimento, pochi giorni dopo le elezioni politiche. Così Tsipras in Italia: partenza bella, sotto le ali dell’entusiasmo e dell’ottimismo nell’abbattere la crisi economica e poi… il nulla. Che strano, eppure SEL è all’opposizione in Parlamento, di argomenti da trattare ne avrebbe tanti. La verità è semplice: nel nostro Parlamento ci sono tante opposizioni. La principale, il M5S, con le sue sceneggiate teatrali (es.: salire sul tetto per difendere la costituzione (!) ) ha monopolizzato la scena, senza peraltro arrivare a chissà quali risultati (anzi, hanno perso 14 senatori e qualche deputato alla Camera). Forza Italia, da quando il suo leader è decaduto da Senatore, è un partito destinato a morte lenta ma inesorabile. E poi eccoci arrivare a SEL: i numeri esigui di cui dispone non gli permettono certo di fare la voce grossa; allo stesso tempo, neanche può sperare in un’eventuale alleanza con gli altri partiti di minoranza. Insomma, è un partito che dispone di grossissime potenzialità e personalità al suo interno, ma si è isolato, rinchiuso in un recinto da cui (piaccia o non piaccia) potrà uscirne solo contribuendo a formare una nuova coalizione con il PD. L’alternativa sarebbe creare l’ennesimo progetto politico di sinistra (parlo del dopo – elezioni europee: qualora non si fosse capito, la lista Tsipras ha bruciato le sue possibilità di successo) o, altrimenti, andare da soli per raggiungere traguardi impossibili.

In questo post mi è capitato di scrivere M5S. Da questo momento, inizia la seconda parte dell’articolo. Anche in questa campagna elettorale Beppe Grillo è il più scatenato: pubblica articoli provocanti, post ove elogia le mirabolanti azioni dei suoi parlamentari, fa spettacoli a pagamento sul tema te la do io l’Europa etc. Fino a qui, niente di nuovo rispetto a quanto ci ha abituato a vedere il Beppe nazionale. Anzi, le novità del M5S derivavano dal signore che risolverà tutti i problemi d’Italia (Alessandro di Battista) e dall’espulsione dei colleghi «parassiti» (parole di Di Maio) dai elativi gruppi parlamentari. Bene, le persone sanno sempre come stupirti ogni volta: pur di racimolare voti Grillo non esita ad attaccare pesantemente il Partito Democratico (notare: mentre l’anno scorso tra un insulto e l’altro qualche tematica il partito la trattava, ora i contenuti stanno a 0) e i suoi membri. Del tutto gratuita è la definizione di «peste rossa» («die rote Pest» dicevano le SS naziste) ai componenti della prima organizzazione politica italiana. A sentire quelle parole, ho pensato a mio padre, persona «rossa» da sempre, infermiere da una vita e contadino nel tempo libero; mi sono venuti in mente quei «germi» di Nilde Iotti, Enrico Berlinguer, Angelo Vassallo, Gerardo d’Ambrosio … ; ho pensato a quei ragazzi e a quelle ragazze che lottano per e con il PD per un mondo di giustizia, legalità, uguaglianza. E, senza vanto, ho pensato anche a me stesso: io, da 5 anni tesserato con il Partito Democratico, fin dall’inizio dell’attività politica vicino a chi lotta tutti i giorni per campare, che si è fatto un mazzo tanto per raggiungere qualche obiettivo, devo sentirmi dare della peste rossa da un comico pregiudicato, che è riuscito nell’impresa di portare in Parlamento persone sconosciute al mondo, che hanno racimolato si è no 80 – 100 voti a testa?

Sicuramente il Movimento 5 Stelle è nuovo nel panorama nazionale. Ma, di grandissime boiate ne hanno dette e fatte i suoi esponenti in questo primo anno di attività (ricordiamone qualcuna: referendum sull’euro, età minima per la Presidenza della Repubblica sconosciuta a Roberta Lombardi, dire NO a qualsiasi proposta, caciara in Parlamento sul decreto IMU – BANKITALIA). Ripeto: il Movimento 5 Stelle è nuovo nella politica italiana. Aggiungo: è la conferma che non sempre il nuovo è migliore del vecchio.

In conclusione: il mio voto sarà per il Partito Democratico, per il PSE e Schultz. Fra i principali candidati, vuoi o non vuoi è il progetto politico europeo più stabile (lo spiegherò in un prossimo post). E sarà un voto (per quanto possa valere il mio) solidale con i tanti compagni e compagne della «peste rossa», che ogni giorno ci mettono la faccia affinchè il partito possa essere veramente «la svolta buona dell’Italia» e dell’Europa.

 

La goccia che fa traboccare il vaso

on 14 febbraio 2014 in POLITICA Commenti disabilitati su La goccia che fa traboccare il vaso

Giuro, pensavo che peggio dell’anno scorso non si potesse fare. Giusto per rinfrescarci la memoria: elezioni politiche già vinte che vinciamo sul filo di lana ( ma non abbastanza per poter governare), non elezione di Rodotà alla Presidenza della Repubblica (chissà perchè poi), impallinamento (i famosi 101) di Romano Prodi e governo di pacificazione (!!) con Silvio Berlusconi. Intanto: gli OccupyPD facevano la voce grossa incitando al governo del cambiamento, sostenendo Stefano Rodotà e Romano Prodi (insieme, perchè entrambi erano e sono risorse per il Paese), persone che erano tesserate dai tempi del Partito Comunista Italiano bruciavano la tessera del PD dopo la seconda elezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica. Insomma, tutto poteva cambiare ma alla fine tutto è rimasto come sempre. In quei giorni ero arrabbiatissimo, vedevo svanire quel percorso di primarie e parlamentarie, di carta d’intenti che avevamo costruito con Sinistra Ecologia e Libertà, con il Partito Socialista Italiano e con Centro Democratico, di fatiche nel volantinare e convincere le persone a votare per il nostro partito. Decisi di non strappare la tessera, perchè quel pezzo di plastica aveva (e ha) più dignità dell’allora classe dirigente (che ritenevo la peggiore che il centrosinistra abbia avuto fin dalle origini), perchè in tutto quel casino le colpe non erano solo del PD, ma anche di un movimento (il M5S) che, anziché partecipare ad un progetto di cambiamento, decideva di umiliare in streaming Pierluigi Bersani e di chiudere a qualsiasi possibilità di accordo (salvo Beppe Grillo dire, 5 minuti prima della votazione su Napolitano, che, se avessimo votato Rodotà si sarebbero aperte praterie per il governo). Soprattutto, a 22 anni non potevo già considerare quei fatti il mio capolinea nel portare avanti battaglie politiche in cui credo. E poi, c’era il Congresso: cedere ora significava darla vinta alla nomenklatura. E allora sotto con Giuseppe Civati, «illustre sconosciuto» che per i più era un bel ragazzo (così si sentiva dire da ragazze che conosco), una persona troppo giovane per la segreteria (in effetti, a 40 anni, con una figlia a carico, sicuramente è un adolescente rivoluzionario, niente di più), una «persona che voterei ma sarebbe inutile perchè tanto vince Renzi» (si, va letto tutto d’un fiato). Poi, si sa come è andata a finire: vittoria di Renzi alla grande. Senza problemi, il risultato delle Primarie lo riconobbi: «L’Italia cambia verso, con un partito bello e democraticoche la pensa come te». Almeno così speravo. D’altronde, le prime scelte di Renzi neanche mi guastavano: il PD dettava l’agenda politica, si sfidava Grillo ed il suo movimento dopo i tentativi di Bersani e Civati nonché etichettature varie da parte dei relativi esponenti, si ad una riforma del Senato (siamo l’unico Paese al mondo che ha due Camere con i medesimi poteri). E poi, la legge elettorale: Grillo diceva di no e Renzi ricorreva a Silvio Berlusconi (dopo 8 anni, potevamo allungare di qualche giorno il tentativo con Grillo, a questo punto) con cui realizzava l’Italicum (no preferenze, sbarramento con la virgola etc.), prossimo (?) ad approvazione. Intanto: #maipiulargheintese, #enricostaisereno etc. Le ultime parole famose; ieri la direzione PD ha deciso di realizzare la staffetta: dimissioni di Enrico Letta e Matteo Renzi nuovo Presidente del Consiglio, con buona pace delle regole democratiche. Personalmente, ritengo quest’ultimo fatto la goccia che fa traboccare il vaso. E ciò lo dico a malincuore, perchè di questo partito sono una piccola stella di quella galassia di coordinatori di circoli di cui il PD ha permeato la nostra penisola. Sono stato eletto il 2 novembre 2013, con l’intenzione di rilanciare la partecipazione politica nella mia comunità, soprattutto tra i giovani. Un obiettivo ambizioso, reso complicato dalle contraddizioni in cui negli ultimi anni siamo caduti. Adesso, quell’obiettivo lo ritengo irraggiungibile per due motivi: 1) le persone neanche ci penseranno ad avvicinarsi ad un partito che ha rinnegato il risultato delle primarie; 2) ho perso fiducia anche io, e temo che continuare a restare nel PD significhi solo cozzare con i miei ideali di sinistra (giuro: mai avrei pensato di dirlo, ma la coerenza con se stessi bisogna tutelarla). Quando le persone ti dicono in faccia che -in queste condizioni – non vogliono più dare una mano, quando ti dicono «mi dispiace per te, ma il PD non lo voterò mai più» e lo senti ripetere tante volte da una moltitudine di uomini e donne, capisci che stiamo andando verso un pozzo senza fondo. Quindi, caro PD, per me parte un periodo di profonda riflessione sul mio ruolo in questa organizzazione politica: devo capire, comprendere se sono ancora un pezzo del puzzle che si incastra perfettamente oppure no. Continuerò a parlare con i membri dei circoli, affinchè le mie riflessioni possano giungere a delle conclusioni. Intanto, per le elezioni europee, il mio voto (sempre a malincuore) non sarà per il PD. Ma, sicuramente non sarà neanche per il M5S, perchè le mie idee cozzano con coloro che pensano che i politici sono tutti uguali e corrotti, che si vantano di non far parlare colleghi deputati di partiti avversi, che ritengono un click da casa la vera democrazia diretta, che pensano che la distruzione dei partiti sia un bene per la democrazia etc. Il mio voto, fin da quando ho acquisito la maggiore età, è sempre stato basato sui contenuti e mai sulla protesta. Voterò Tsipras, perchè voglio continuare a credere in un’Europa dei diritti; il Partito Democratico, per come siamo messi oggi, potrà anche creare il documento programmatico più bello del mondo, ma non saprebbe concretizzarlo. D’altronde, se siamo un partito serio, avremmo dovuto avviare un’indagine interna per scoprire i 101. #giustoperdirneuna. Ecco, ci si chiarisca prima all’interno, e poi si torni a fare politica (sui territori!).

Andrò contro le responsabilità del ruolo che ricopro? Forse, ma permettetemi di dire che: in un partito ove i programmi e gli impegni vengono messi da parte con molta facilità, azioni democratiche come quella che ho intrapreso io sono zucchero.

vorrei che tutto questo fosse solo un incubo …

Una mia proposta

on 8 luglio 2013 in Senza categoria Commenti disabilitati su Una mia proposta

Lo Statuto del Partito Democratico non lo modifichiamo adesso. Rendiamo oggetto di discussione della campagna elettorale. Lasciamo scegliere alle persone che verranno a votare se vorranno un Segretario – Candidato Premier oppure no.

Non sarebbe la cosa migliore?