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Foibe e immigrazione: un paragone pericoloso

on 6 marzo 2017 in ATTUALITA' Commenti disabilitati su Foibe e immigrazione: un paragone pericoloso

Articolo del sottoscritto pubblicato qui: http://www.mondita.it/2017/03/foibe-e-immigrazione/

Più che una bufala, è l’assurda previsione dell’annientamento etnico della popolazione italiana da parte degli immigrati. Solitamente, quando si cerca di capire cosa potrebbe accadere in futuro riguardo un determinato ambito (nel nostro caso, la popolazione italiana), si espongono dati, fatti e altro materiale considerato significativo per l’analisi. In questo caso, invece, si arriva a fare una previsione utilizzando un paragone storico abbastanza eclatante: le foibe e l’immigrazione.

L’articolo protagonista di questa particolare acrobazia storico – giornalistica è il seguente: 70 anni fa il massacro degli italiani e la grande foiba di oggi, pubblicato nel Giorno del ricordo ( 10 febbraio) e raggiungibile al seguente link. Nel post si comincia con una spiegazione breve di quello che fu la tragedia delle foibe. Sarebbe utile analizzare questa prima parte, in quanto lascia adito a diversi dubbi. Non viene, ad esempio, spiegato il momento dell’occupazione italiana nei territori della ex – Jugoslavia, ove nacquero i prodromi della tragedia giuliano – dalmata. Per il momento, però, mi limito a consigliare la visione del seguente video, nella speranza di poter approfondire la tematica in futuro. Nel nostro caso, invece, ci concentreremo soprattutto sul paragone citato nelle prime righe. Iniziamo considerando il seguente periodo: gli Italiani erano maggioranza in Istria, grande maggioranza soprattutto nelle zone costiere: Pola, Fiume, Zara erano città italiane. Lo erano architettonicamente, culturalmente ed etnicamente. Oggi non lo sono più: per sovvertimento etnico. E il genocidio etnico può avvenire in due modi: per annientamento degli autoctoni, o per lenta sostituzione degli stessi per mezzo di “nuovi arrivati”. Oggi la chiamano “immigrazione”. Magari facilitato da una ondata di suicidi causata dalla precarizzazione e dalle delocalizzazioni che poi sempre con l’immigrazione hanno a che vedere.

Questo estratto è un classico miscuglio realizzato da chi intende dare una spiegazione allo scopo non di chiarire le idee, ma di renderle ancora più confuse. Affiancare il genocidio all’immigrazione, oltre che ad essere una cosa orribile, significa dire nulla. Partendo dalla differenza tra i due termini (genocidio: “sistematica distruzione di una popolazione, una stirpe, una razza o una comunità religiosa”; immigrazione. “in generale, l’insediamento di uomini in paesi diversi da quello in cui sono nati, per cause naturali o politiche […]”) il paragone nega una realtà storica e biologica. I caratteri italiani, infatti, sono il frutto dell’incontro di più culture, realizzatosi nel corso dei secoli.

E’ sufficiente, infatti, verificare quanto successo nell’Italia pre – romana (presenza di numerosi popoli, come gli Etruschi, i Latini, i Sabini e i Greci), in quella Repubblicana e Imperiale (es: Celti ed Egizi). A ciò, bisogna aggiungere tutto il periodo successivo al crollo dell’Impero Romano: (Longobardi, Franchi, Austriaci, Spagnoli etc.). Quindi, in sintesi, separare i nostri caratteri dall’immigrazione è impossibile, in quanto fenomeno che, costantemente e impercettibilmente, continua a contribuire al cambiamento del nostro popolo. È dunque inopportuno prendere come esempio le Foibe. Ancor di più, lo è il fatto di collegare il fenomeno migratorio con i suicidi, le precarizzazioni e le delocalizzazioni. Si tratta di un accostamento stile Shoah, quando gli ebrei venivano eliminati perché colpevoli di arricchirsi a danno dei tedeschi. Inoltre, quando si scrive un articolo, specie per internet, è utile fornire fonti o, comunque, maggiori approfondimenti, volti a chiarire collegamenti che, a volte, potrebbero solo sembrare astrusi (come nel nostro caso).

Altro inquietante periodo: non v’è differenza alcuna, in termini di esito finale, tra quello che avvenne nell’Istria italiana, e quello che avviene oggi nei quartieri delle nostre città. Lentamente, anno dopo anno, interi caseggiati e zone si spopolano di italiani che “scelgono l’esodo e abbandonano le proprie case ed i propri averi per trasferirsi in altre zone della città, pur di fuggire dalla nuova realtà che viene percepita come ostile e pericolosa”, chi invece rimane “assiste in breve tempo ad uno sconvolgimento totale del tessuto sociale, della vita politica, delle relazioni economiche e umane. E’ un genocidio con altri mezzi […].

Conviene partire dalle ultime righe, sostituendo il termine sconvolgimento con cambiamento. L’equazione è molto semplice: l’immigrato che verrà (ad esempio) dalla Nigeria per andare a vivere a Roma, inevitabilmente abbandonerà la propria realtà, sacrificando le sue capacità a favore di un Paese del tutto nuovo; l’italiano che lascerà Roma per andare da altra parte (Italia o altro Paese), sacrificherà le proprie capacità in favore della propria realtà. Non si tratta di uno sconvolgimento, come dice l’articolo, bensì di lenti cambiamenti dovuti alla mobilità umana, che non potranno essere arginati in alcun modo. Pesante è anche il termine esodo(“emigrazione da una regione da parte di popolazioni, volontaria o più spesso forzosa, determinata da ragioni politiche, economiche, religiose o culturali, o anche da calamità naturali”). Spiegandolo con un esempio, esodo era quello realizzato da chi fuggiva dal conflitto siriano e cercava di giungere in Europa attraverso la via dei Balcani, oggi ostacolata da muri. Non può essere considerata esodo, invece, la decisione autonoma di una persona di abbandonare il proprio Paese per andare a vivere, lavorando o studiando, in altra parte del mondo. Anche in questo secondo estratto, dunque, l’inopportunismo regna sovrano.

Si arriva poi alla previsione finale: tra pochi decenni, nel territorio una volta chiamato Italia, bivaccheranno tutte le popolazioni del mondo, tutti tranne gli Italiani. Che saranno gettati e dimenticati nella Foiba della Storia. Come detto in precedenza, in altri termini, nella nostra penisola c’è già una molteplicità di popolazioni, che ad oggi hanno contribuito soprattutto ad arricchire il nostro Paese con le loro culture, risorse e capacità. La inquietante Foiba della Storia non esiste. Anzi, è utile rispolverare spesso il termine “storia”, perché ci aiuterebbe ad arginare in modo più efficace bufale come l’articolo appena analizzato.

 NB: l’immagine di evidenza è una foto in cui vengono presentati cinque ostaggi sloveni come italiani vittime dei comunisti. Cliccate qui per informazioni

24 maggio 1915: entriamo in guerra

on 24 maggio 2015 in Senza categoria Commenti disabilitati su 24 maggio 1915: entriamo in guerra

24 maggio 1915: entriamo in guerra

Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra: una decisione sofferta, a lungo dibattuta tra neutralisti (contrari all’intervento) e interventisti (favorevoli alla partecipazione al conflitto). La decisione sarà assunta dal governo Salandra, certo di una rapida fine del conflitto (la famosa «guerra lampo»). Ovviamente, non sarà così: la guerra breve diventerà un conflitto lungo 4 anni (1914 – 1918). I nostri nemici saranno coloro che, fino a pochi giorni prima, erano nostri alleati: gli Imperi Centrali.

A 100 anni dall’inteverto dell’Italia, ecco qui una piccola rassegna di pensieri provenienti dai contemporanei dell’epoca:

  • “Vi sono truppe allo scoperto, sotto il tiro del cannone nemico, con 15° sotto zero, e si vuole che avanzino. Muoiono gelati a centinaia e ciò è ignorato dal paese. Gli ufficiali più arditi hanno crisi di pianto di fronte alla vanità degli sforzi, davanti all’impossibile. Sull’Isonzo si muore a torrenti umani e nulla finora si è raggiunto.” (lettera di un generale dissidente a Giolitti);

  • ” Siamo balzati fuori tutti insieme: siamo a 1.000m dalle prime trincee tedesche. Il rumore dalla fucileria e del bombardamento è infernale. Un proiettile scoppia a 2m da me: una scheggia mi ammacca l’elmetto, ma non sono ferito. Altri 15m e un altro proiettile mi cade ai piedi. Abbiamo conquistato la prima linea: un centinaio di tedeschi, con le mani alzate, corrono verso di noi. Non riesco a impedirmi di sparargli addosso. Molti miei compagni sono morti, non abbiamo più ufficiali. Anche le trincee adesso sono piene di tedeschi che sono morti.” (lettera proveniente dal fronte occidentale);

  • “Non si creda agli atti di valore dei soldati, non si dia retta alle altre fandonie del giornale, sono menzogne. Non combattono, no, con orgoglio, né con ardore; essi vanno al macello perché sono guidati e perché temono la fucilazione. Se avessi per le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo strozzerei” (B.N. anni 25, soldato; condannato a 4 anni di reclusione per lettera denigratoria,1916)

  • Sono ritornato dalla più dura prova che abbia mai sopportato: quattro giorni e quattro notti, 96 ore, le ultime due immerso nel fango ghiacciato, sotto un terribile bombardamento, senza altro riparo che la strettezza della trincea, che sembrava persino troppo ampia. I tedeschi non attaccavano, naturalmente, sarebbe stato troppo stupido. Era molto più conveniente effettuare una bella esercitazione a fuoco su di noi; risultato: sono arrivato là con 175 uomini, sono ritornato con 34, parecchi quasi impazziti” (lettera dal fronte occidentale).

Corrado Govoni:

arrivare a vedere

la carne tedesca cadere

afflosciati testa in giù

porci insaccati

nel budellame dei cappotti blu

Giuseppe Ungaretti

Di queste case
non e’ rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non e’ rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E’ il mio cuore
il paese piu’ straziato

Non tutti gli italiani celebrano allo stesso modo il 25 aprile, data in cui l’Italia viene liberata dal nazifascismo. Per molti è il momento di celebrare la Resistenza, la ritrovata libertà, la fine di un incubo; per altri è un giorno di lutto, il momento in cui il nostro Paese «legittimo» (quello di Salò, dell’Italia ancora alleata con la Germania) viene sconfitto da Alleati e «traditori». In quest’ultimo caso, al 25 aprile si accompagna il 28, giorno della fucilazione di Benito Mussolini. In pillole: prima celebro il «lutto nazionale», poi ricordo il più grande statista di tutti i tempi, il Duce. Casomai lo si farà scrivendo quelle frasi di circostanza, del tipo « Muoiono gli uomini, ma non gli ideali». Ognuno ricorda quello che vuole, è legittimato a farlo. E’ necessario però evidenziare che, qualora la guerra fosse stata vinta da nazisti e fascisti, oggi qualsiasi cosa della nostra vita sarebbe stata diversa. Prendiamo ad esempio il dibattito politico: la crisi economica sarebbe stata risolta da un Duce o da un Fuhrer che avrebbero proposto investimenti sui campi di concentramento, allo scopo di rafforzare l’eliminazione di quelle razze inferiori dannose per l’economia dei popoli ariani. Pensate che bello: comprando un giornale (per esempio, un interessante «Il Popolo d’Italia») avresti potuto leggere un dibattito tra due rappresentanti del governo che la pensavano diversamente sul medesimo argomento. Altro che costruzione di centrali a biogas, di valorizzazione del fotovoltaico etc. Qui il quesito sarebbe stato: meglio eliminare prima tutti gli omosessuali o gli ultimi ebrei presenti sulla faccia della Terra?

Traditori o no, celebrare Benito Mussolini significa uccidere più volte tutti coloro che, senza colpe, sono stati condannati alle camere a gas, sfruttati come manodopera gratuita fino allo stremo delle forze. Allearsi e vincere con la Germania nazista significava creare una Europa unita fondata sul razzismo e l’eliminazione di propri simili causa puri motivi di fanatismo.

Un altro esempio: quanto sarebbe stato bello scambiare 4 chiacchiere al bar tra amici – sorseggiando una birra Peroni (ovviamente solo birre italiane o tedesche, al massimo giapponesi) – e parlare di quanti neonati disabili sono stati uccisi con iniezioni letali, perché imperfetti ed incompatibili con la razza ariana? E pensate che spettacolo indossare parrucche fatte con capelli di donne destinate ai forni, oppure indossare occhiali, vestiti etc. di esseri umani «inferiori».

Questo sarebbe stato il nostro mondo, in caso di vittoria nazifascista. Forse avremmo avuto tutti un lavoro, ma a prezzo di un annullamento della dignità umana; saremmo tutti nazifascisti, legittimati a picchiare un non ariano.

Traditori o no, meno male che è andata così: fortuna che oggi discutiamo con la Troika e non con Hitler; evviva la democrazia, abbasso la dittatura; oggi Ventotene non è un’isola di confino, ma turistica. Sinceramente, il mondo di oggi è infinitamente migliore di quello che immaginano i fans del Duce.

PUNTATE PRECEDENTI:

NAPOLI > https://ilmalpaese.wordpress.com/2015/01/05/stranissimo-e-bellissimo-viaggio-in-italia-napule-mille-culure/  

DA VENEZIA AI CASTELLI ROMANI > https://ilmalpaese.wordpress.com/2015/01/03/stranissimo-e-bellissimo-viaggio-in-italia/

Il giardino di Ninfa è un monumento naturale della Repubblica Italiana situato nel territorio di Cisterna di Latina. Si tratta di un giardino all’inglese, la cui realizzazione è stata iniziata da Gelasio Caetani 1921 ed attualmente gestito dalla Fondazione Caetani. Si tratta di un incantevole incrocio tra piante provenienti da tutto il mondo (es.: l’acero giapponese ed il pino dell’Himalaya) ed i ruderi medievali di quella che fu la città di Ninfa. La definizione di giardino più romantico del mondo non l’ho inventata io, ma è stata frutto di un articolo del « The New York Times ». Siamo arrivati, ti consiglio di dare fondo a tutte le energie della tua macchina fotografica. Infatti (inserire album fotografico di Ninfa).

Dopo una mattinata tra ruderi, piante e nozioni sul monumento naturale da parte degli esperti del settore, arriva il momento di riprendere la macchina e tornare a casa. Mi dici che il pomeriggio vuoi passarlo a riordinare il materiale che hai raccolto in questo periodo sull’Italia, perchè hai in mente di farci un libro e/o un blog. Inoltre vuoi programmare già la tua prossima tappa: il Sud. L’Italia deve proprio piacerti tanto, insomma.

Eccoci arrivati al giorno della partenza: ti accompagno a Cisterna, da dove prenderai il treno per andare a Latina.

Perchè visitare Latina? Innanzitutto precisiamo: visitare Latina significa (quasi) obbligatoriamente dare un’occhiata anche a Pomezia, Aprilia, Sabaudia… Motivo? Sono tutte città giovanissime, che hanno più o meno una settantina di anni. Sono il più grande esempio di progettazione urbanistica realizzatosi durante l’autoritarismo fascista. Senza sottovalutare le altre città, mi limito a parlarti di Latina. Il 18 dicembre 1932 Benito Mussolini, Duce d’Italia, inaugura quello che sarà il futuro capoluogo dell’Agro Pontino: Littoria. Il progetto viene realizzato con il contributo di coloni provenienti soprattutto dalle aree depresse del Nord Italia. Dopo la liberazione, si pensa di mutare il nome della città in Latinia, ma quelle due lettere finali (-ia) sembrano ancora ricordare il triste passato fascista (d’altronde, gli altri Comuni di nuova fondazione si chiamano: Aprilia, Sabaudia, Pomezia…). Dunque, leviamo la penultima vocale, onde evitare spiacevoli equivoci. Girando la città ti ritrovi dunque immerso in quegli anni (’30 – ’40) che ovviamente, hanno risentito dei cambiamenti giunti fino a noi: Palazzo Emme, il cui nome è un omaggio al Duce (l’iniziale del suo cognome) e oggi è sede di diversi progetti culturali; Piazza del Quadrato, nucleo originario della città; l’edificio dell’Opera Nazionale Combattenti, oggi sede di un Museo della Bonifica… Ma Latina è anche bellezze naturali: basti pensare al Lago di Fogliano, facente parte del Parco Nazionale del Circeo e classificata come Zona umida di importanza internazionale (RAMSAR). Specie mediterranee (leccio, palma nana, alloro) si affiancano a palme, eucaliptus e araucaria. Insomma, è da vedere anche quello. E non dimenticarti il Museo di Piana delle Orme, dove si rivive (quasi) dal vivo l’esperienza della seconda guerra mondiale.

Parte I°

Costruire una società migliore, basata sull’uguaglianza sostanziale (e non solo formale), sulla solidarietà tra le persone (concreta e non solo a parole), deve avere un punto di partenza imprescindibile: l’abbattimento dell’ignoranza di cui molte persone nutrono la loro pancia, facendo lievitare il consenso di politici la cui unica qualità è quella di saper urlare insulti od essere presenti in TV quasi come fosse casa loro. Si dirà che ciò è dovuto alla disperazione, alla fame, alla difficoltà di arrivare alla fine del mese etc. Evitiamo di non abusare di queste giustificazioni: non siamo la prima generazione che affronta questi problemi. Anzi, chi ci ha preceduto ha saputo molto spesso trasformare le sofferenze in benzina per le rivoluzioni, per conquistare diritti fondamentali (la nostra Repubblica è figlia delle macerie che il fascismo, molto gentilmente, ci ha lasciato) etc. Ma in passato c’era un senso di collettività molto più forte, la partecipazione politica non si riduceva al mero voto periodico per eleggere rappresentanti nelle istituzioni. Ora invece si tende a restare alla finestra, aspettare che passi sotto il primo problema e spendere quante più parole possibili per risolverlo (nella nostra testa però, non nella realtà). E poi, altra cruda realtà: la televisione, principale mezzo di comunicazione di massa, ha trasformato la società in un gruppo di persone il cui aspetto individuale è nettamente prevalente rispetto invece a quello di comunità. Peccato, perchè la TV inizialmente si era caratterizzata per un carattere educativo (il maestro Manzi, per chi ne può parlare, è un esempio eccezionale di ciò). Inoltre, ha standardizzato notevolmente le opinioni: basta che un politico furbo decida di monopolizzare l’etere ed ecco fatto che, nel giro di pochissimo tempo, ciò che dice diventa Vangelo. Poi, nessuno si preoccuperà di capire se tale Vangelo racconta verità o bugie (e quei pochi che lo fanno vengono subito emarginati). Così, ed eccoci arrivare al succo del post, gli immigrati diventano gli artefici dei nostri problemi socio – economici. Diventano una nuova Kasta che si ciba di soldi dei contribuenti pubblici senza far nulla (le famose storie dei 30, 40, 50… euro al giorno in hotel a 5 stelle etc.). Ok, se 25 anni fa i tedeschi si preoccuparono di abbattere il Muro di Berlino, a noi oggi spetta distruggerne uno più pericoloso: quello composto da mattoni di ignoranza e razzismo. A queste ultime due parole bisogna però aggiungerne un’altra: l’incoerenza del nostro popolo. Dunque, leggendo qualsiasi libro di storia si potrà comprendere che l’Italia è un Paese unito ed indipendente dal dominio straniero dal 17 marzo 1861, quindi da 153 anni. I valori risorgimentali della cacciata dello straniero, dell’indipendenza e, soprattutto dell’autodeterminazione dei popoli, in poco tempo sono evaporati, sostituiti da quelli prodotti dalla politica del colonialismo. Insomma, noi che più di tutti abbiamo sofferto l’occupazione straniera, decidiamo ad un certo punto di andare a colonizzare i Paesi africani, considerati inferiori rispetto all’Europa industriale e civile. In poche parole: non venite a casa nostra, però noi veniamo da voi anche senza permesso. Coerenza portami via. Certo, potrei anche ricordare esempi di superiorità italica clamorosi come Adua ma, lasciamo perdere, onde evitare di urtare le sensibilità patriottiche di qualcuno.

Prima ho utilizzato il termine Vangelo. Ovviamente, quando si dice tale parola, subito viene in mente la religione cattolica. Facendo una rapida ricerca, si comprenderà che l’Italia è un Paese con una netta prevalenza della religione cattolica (come potrebbe essere altrimenti, in quanto la Chiesa da sempre, nella nostra penisola, ha esercitato un’influenza notevolissima?). Il mio è un cattolicesimo molto flebile, ma da quel poco che ricordo, esistono comandamenti che dicono di amare il prossimo tuo come te stesso, parabole come quella del Buon Samaritano (di cui spesso si tende ad impersonare la parte del menfreghista e non di chi aiuta). Bene, sarebbe quindi utile raddrizzare le nostre contraddizioni storiche. Ora che ci penso, aggiungo un’altra notizia interessante. Nel lontano ‘500 in Francia si diffuse l’espressione machiavellico: era colui che si rendeva colpevole di diffondere nel Paese transalpino pratiche fino ad allora sconosciute, come la congiura, la truffa etc. Termine che ebbe origine in Niccolò Machiavelli e che fece degli italiani i principali bersagli di colpevolezza (d’altronde, in Francia, durante il ‘500 la Corte ebbe tra le sue fila alcuni nostri connazionali).

Abbiamo fatto una lunga premessa, un lungo lavoro di preparazione per realizzare l’abbattimento del muro. Adesso, immergendoci nella nostra attualità, provvederemo alle operazioni di distruzione dell’impianto, tappa dopo tappa, mattone dopo mattone.

Facciamocene (fortunatamente) una ragione: ciò che madre – natura da miliardi di anni ci offre per il nostro sostentamento è insostituibile. Abbiamo provato a farne a meno: le epopee industriali che si sono succedute nella storia, a partire dal ‘700, sono state forse il tentativo più forte (e drammatico) di ridimensionare il ruolo del lavoro nei campi, certi che ritmi produttivi più celeri avrebbero permesso il passaggio dall’autosostentamento all’autonomia con tanto di surplus. E così, ecco arrivare i grandi esodi dalla campagna alla città, ecco realizzarsi nel tempo grandi progetti industriali (es.: il triangolo Milano – Torino – Genova), ecco che molte campagne vengono abbandonate a loro stesse, spesso sostituite da progetti di sviluppo urbano orribili, in disprezzo di qualsiasi piano regolatore, volti solo a soddisfare interessi di parte. Così, il ragazzo della Via Gluck di Celentano diventava un retaggio del passato, il Tevere patria dei bagnanti popolani si trasformava in un fiume di rifiuti. E poi le terre avvelenate dalla criminalità organizzata, le scorie delle centrali nucleari … Insomma, ci siamo messi di impegno per non subordinarci più all’agricoltura. Ma, peccato (e per fortuna) che certe cose non le potremo mai cambiare del tutto, anche perchè ci sarà un motivo se la terra continua ad essere il settore più anziano, ma allo stesso tempo, sempre presente nella storia dell’uomo e del pianeta. Oggi, l’Istat ci conferma questa sacrosanta verità: potrai abbandonare la terra a lungo ma, prima o poi, avrai necessità di tornarvi, dopo che ti sarai disilluso su quel falso paradiso chiamato industria. E se proprio non vuoi fare a meno dell’industria, vai nell’agroalimentare, lavora con agriturismi etc. Insomma, fai qualcosa di naturale, di biologico, di sostenibile. In altri termini: la terra non la combattere, ma parlaci. Ora, tornando alla parte più pragmatica e meno poetica (volete mettere il fascino dei campi con i numeri dell’economia?) del post:

  • a giugno l’occupazione nelle grandi imprese (in termini destagionalizzati) resta invariata rispetto a maggio sia al lordo sia al netto dei dipendenti in Cassa Integrazione Guadagni (CIG) […]. Rispetto a giugno 2013, l’occupazione nelle grandi imprese diminuisce dello 0’8% al lordo della CIG e dello 0,5% al netto dei dipendenti in CIG. Al netto degli effetti di calendario, il numero delle ore lavorate per dipendente (al netto dei dipendenti in CIG) diminuisce, rispetto a giugno 2013, dell’1,2 % […] Sempre a giugno la retribuzione lorda per ora lavorata (dati destagionalizzati) ha registrato una diminuzione dello 0,5% rispetto al mese precedente. In termini tendenziali l’indice grezzo aumenta del 3,3%. Rispetto a giugno 2013 la retribuzione lorda e il costo del lavoro per dipendente (al netto dei dipendenti in CIG) aumentano rispettivamente del 2,2% e dell’1,6%. Considerando la sola componente continuativa, la retribuzione lorda per dipendente aumenta rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, dello 0,4%»;

  • BOOM AGRICOLTURA . Crescita record delle assunzioni in agricoltura, con un incremento record del 5,6% nel secondo trimestre 2014 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E’ quanto emerge da un’analisi della Coldiretti sulla base dei dati ISTAT in occasione della diffusione dei numeri sull’occupazione nelle grandi imprese italiane a giugno. Il trend positivo dell’agricoltura – sottolinea la Coldiretti – è il risultato di una crescita record del 27,6% al Nord e del 28,6% al centro, mentre si registra un calo nel Sud Italia (- 8,3%). Si stima peraltro – precisa Coldiretti – che abbia meno di quarant’anni un lavoratore dipendente su quattro assunti in agricoltura, settore in cui si registra anche una forte presenza di lavoratori giovani ed immigrati».

Da notare le ultime righe: un lavoratore dipendente su 4 ha meno di quarant’anni, una forte presenza di lavoratori giovani ed immigrati. Insomma, l’agricoltura sta dimostrando di essere un settore dal lavoro (quasi) sicuro, ove i giovani possono nel presente costruirsi il futuro, dove le diversità culturali, etniche, religiose etc. diventano piacevoli fonti di confronto civile e non di conflitti. Insomma, madre natura c’è. E l’agricoltura, non morirà mai e poi mai.

*Fonte: http://www.quotidiano.net/occupazione-grandi-imprese-istat-1.171998

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La Striscia di Gaza è sempre più infuocata e macchiata del sangue delle vittime di questa follia bellica innescata da Israele e Hamas. La comunità internazionale, che dovrebbe essere rappresentata soprattutto dall’ONU, si ritrova impotente più di altre volte, causa sicuramente gli interessi che ruotano attorno allo Stato d’Israele. Lo dimostra il fatto che, fin dall’inizio dell’ostilità, Israele ha realizzato crimini contro l’umanità, molto probabilmente ha violato il divieto di aggressione, ha bombardato consapevole che avrebbe potuto fare un elevatissimo numero di vittime civili, di profughi etc. Insomma, la situazione peggiora di giorno in giorno alimentata dalle timidezze degli organi preposti alla pace e sicurezza internazionali. Però, mettiamo caso che chi di dovere si ritrova unito e forte nel condannare, non solo a parole, le azioni di Israele: quale sarebbe la soluzione definitiva ad una questione che, da oltre mezzo secolo, non si riesce a risolvere? Sicuramente, sancire una divisione del territorio interessato, attribuendone parte ad Israele e parte allo Stato oggi governato da Hamas, è un tentativo già provato e che ha dimostrato i suoi limiti (piano di ripartizione della Palestina del 1947). Si otterrebbe solo l’ennesima (inutile) «tregua temporanea», con Israele disposto a non rispettare, di nuovo, risoluzioni ONU. Allora, forse, conviene dar vita ad una soluzione drastica, che possa risolvere definitivamente la questione. Occorre però partire da un aspetto, per alcuni forse ridicolo, per altri no, ma comunque poco considerato: quello storico – psicologico. Sappiamo ormai tutti che il popolo ebraico è sempre stato oggetto di persecuzioni: dall’antichità, passando per il Medioevo e l’età moderna, fino ad arrivare alla drammatica fase dello sterminio compiuto dai nazisti. Prendendo la storia come eventi isolati, si capisce ben poco di ciò che intendo dire; considerandola invece come una successione di fatti dello stesso tipo (in questo caso ne sono parole chiave: ebrei, persecuzioni) si può ben comprendere che, forse, il popolo «eletto da Dio» ha sviluppato un pensiero secondo cui qualsiasi minaccia nei suoi confronti è da prendere seriamente, rispondendo con la forza per difendersi, piaccia o meno che ci vadano di mezzo (soprattutto) i civili. Dinanzi a tale problema, sperare che entrambe le parti diventino «buoni vicini di casa» è una pazzia. Almeno che l’ONU non intervenga con i caschi blu contro una delle due parti o, perlomeno, con delle sanzioni. Ma, al momento è semplice utopia. Paradossalmente, sarebbe meno utopistico trovare un nuovo punto del pianeta in cui stanziare i palestinesi, permettendo loro di vivere in pace senza il timore di bombe o razzi, lasciando a Israele la possibilità di (ri)occupare i territori e non avere più troppe giustificazioni per attaccare militarmente ad ogni minima offesa. D’altronde, quando tutte le soluzioni “normali” vengono meno, quando una comunità internazionale tende a tutelare più i suoi interessi che quelli dei civili, tanto vale trovare un risultato in grado di accontentare tutti: “magnaccia” e innocenti.

LA VERA STORIA DEL PROCESSO DEL LAGO DI GIULIANELLO

on 19 maggio 2014 in Senza categoria Commenti disabilitati su LA VERA STORIA DEL PROCESSO DEL LAGO DI GIULIANELLO

Com’è diventato pubblico il lago di Giulianello? Chi ama il lago deve saperlo…prendetevi 5 minuti e leggete questo articolo. E’ storia.

CLICCA IL SEGUENTE TESTO:

il lago di giulianello diventa pubblico

FONTE: https://www.facebook.com/movimento.autonomiagiulianello/posts/728406310556351?notif_t=close_friend_activity 

 

Il giorno del ricordo… vero

on 10 febbraio 2014 in Senza categoria Commenti disabilitati su Il giorno del ricordo… vero

10 febbraio: giorno del ricordo. Durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato periodo post – bellico, italiani fascisti e non dell’area friulana e dalmata venivano condannati dagli jugoslavi titini alla morte. I malcapitati venivano portati a ridosso di profonde cavità carsiche, con le mani legate dietro alla schiena e poi legati gli uni agli altri; i soldati sparavano ad una persona, questa cadeva nella cavità portandosi dietro tutti gli altri membri di questa tragica catena umana. Un massacro da condannare, così come tutte le azioni di tale tipo. C’è però un rilievo da fare: da quando è stata istituita la «giornata del ricordo» (30 marzo 2004), diverse forze politiche tendono a sottolineare che le persone uccise hanno subito tale destino in quanto la loro unica colpa era essere italiani. Questa espressione è una semplificazione riduttiva e molto pericolosa: si tende a far passare l’idea dell’italiano «buono ed innocente», rispettoso dello stereotipo «italiani brava gente» che a lungo ci ha caratterizzato (e non sempre dal sapore veritiero), mentre lo jugoslavo diventa l’occupante, l’assassino, il sanguinario. Inoltre, si cerca di far passare, in maniera diversa rispetto al Giorno della Memoria (27 gennaio), il tema del razzismo (appunto, l’espressione «la loro unica colpa era essere italiani»). Gli ebrei vengono perseguitati in quanto ebrei; gli italiani vengono infoibati in quanto italiani. Intendiamoci: il giorno della Memoria non è stato istituito per far passare il messaggio degli ebrei uccisi e perseguitati perchè la loro unica colpa era essere ebrei , bensì per far comprendere alla gente che, negli anni ’30 e ’40 del ’900, l’uomo era riuscito ad arrivare al punto di attuare l’eliminazione fisica dei suoi simili causa la logica scellerata della superiorità di una razza su un’altra. D’altronde, sarebbe anche sbagliato ricordare «solo» gli ebrei, in quanto destinatari dellasoluzione finale furono anche Rom, Sinti, portatori di handicap, prigionieri politici etc. Se bisogna trovare dei colpevoli, questi ovviamente sono gli autori delle tragedie (essere convinti di una presunta ed inesistente superiorità di una razza su tutte le altre). In pillole: il giorno della Memoria, istituito il 1° novembre 2005 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, intende ricordare lo sterminio di ebrei, rom, sinti, prigionieri politici avvenuto negli anni ’30 e ’40 del ’900, in quanto ritenuti figli di razze inferiori e/o pericolosi per quella dominante. L’obiettivo è far si che l’uomo non ripeta più tali pazzie, comprendendo che tutti gli esseri umani sono uguali e diversi solo per caratteristiche come l’età, la salute etc.Tornando al «giorno del ricordo»: ricordiamo evidenziando i colpevoli veri (i mandanti e gli autori delle esecuzioni) e l’obiettivo (il medesimo scritto in neretto, poche righe sopra) e non diamo specifiche esemplificative del tipo la loro unica colpa era essere italiani(sono ripetitivo, scusate). Anche perchè, se qualche «matto» è appassionato di storia oppure, si azzarda soltanto a leggere qualcosa di approfondito sull’argomento, scoprirebbe che la vicenda delle foibe non è legata solo ai poveracci catturati, legati tra loro e poi gettati nelle cavità carsiche. Scoprirebbe una questione molto più larga, le cui «radici» risalgono all’occupazione italiana di quelle zone jugoslave, all’italianizzazione forzata, alle repressioni attuate dai soldati fascisti etc. E, se qualcuno calcasse ancor di più la mano, arriverebbe ad evidenziare le crudeltà dei nostri militari nelle colonie africane. Qualche maligno potrà dire: e tutti quegli africani uccisi dai fascisti, quali colpe avevano? Essere africani? Immaginate le conseguenze: si scatenerebbe una «gara» (pessima) a chi butta giù il massacro con il maggior numero di vittime, solo per difendere la propria idea politica. Insomma, l’eredità storica non deve mai essere fatta propria da una parte politica, altrimenti si cadrebbe in interpretazioni contraddittorie, ma soprattutto di favore e false. Cerchiamo di essere «indipendenti», nel senso: leggiamo libri sugli argomenti che ci interessano, andiamo sui luoghi della memoria etc.

Avviso al lettore: l’articolo non intende ridurre quanto hanno subito ebrei, rom, sinti, prigionieri politici, infoibati etc. Nomi, cognomi, persecuzioni delle vittime non vanno gettati nell’oblio, ma l’importante è che non vengano utilizzati per favorire verità favorevoli a questa o quella parte politica.

Fonte: http://ilmalpaese.wordpress.com/2014/02/10/il-giorno-del-ricordo-vero/ 

LA STORIA CONTINUA

on 8 dicembre 2013 in Senza categoria Commenti disabilitati su LA STORIA CONTINUA

Quando un partito ti porta a votare 2 milioni e mezzo di persone nonostante lo scandalo del tesseramento gonfiato, l’incostituzionalità della legge elettorale, le larghe ( ora un po’ meno) intese, la disaffezione alla politica etc., significa che il cuore pulsante di quel partito continua ad essere sano e robusto. Questo cuore pulsante sono i tesserati, i militanti, tutti coloro che si sono spesi in questo anno per la buona riuscita del Congresso Nazionale. E da domani inizieranno a spendersi per rendere questo partito ancora più grande. La vittoria di Matteo Renzi viene vista da molti come la fine della sinistra. Non sono d’accordo. Vero, buona parte della nomenklatura ha deciso di rinnegare quanto detto durante le primarie di coalizione del 2012, ma Matteo Renzi non potrà rinunciare del tutto a quello che era il suo progetto iniziale: «rottamare» la classe dirigente del Partito Democratico. Alla conclusione delle primarie dell’anno scorso, quando Pierluigi Bersani fu incoronato candidato premier di «Italia Bene Comune», la prima cosa che mi venne in mente fu quella di unire gli slogan dei due candidati che avevano raggiunto il ballottaggio: «Il coraggio dell’Italia. Adesso!». Ecco, ora mi piacerebbe che si cominciasse a dire: «L’Italia cambia verso, con un partito bello e democratico, che la pensa come te». Non si tratta di ammettere la sconfitta di chi, come me, ha sostenuto Giuseppe Civati o, come altri, Gianni Cuperlo; tutt’altro. Il Partito Democratico è, per dirlo con le parole di Gianni Cuperlo, «una comunità di persone» che vede nelle Primarie lo strumento ideale per decidere, insieme alle persone, i candidati ideali alle cariche pubbliche. Certo, non sempre ci riesce; non sempre riusciamo a capire le esigenze delle persone; spesso parliamo di problemi interni al partito, ma non di quelli reali, che il Paese vive tutti i giorni. Però una cosa è certa: chi è dentro il Partito sa benissimo che il risultato delle Primarie va accettato, altrimenti queste non avrebbero motivo di esistere. E si ricadrebbe nell’unica alternativa possibile: il partito basato sulla persona. Ma di questi in Italia ne abbiamo fin troppi.

 

Detto questo,

 

  • auguro buon lavoro al Segretario Matteo Renzi;
  • lancio un affettuoso saluto ai compagni di viaggio di questa avventura.