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Archive for the ‘AMBIENTE’ Category


Bandiera blu 2017: 342 le località premiate

on 8 maggio 2017 in AMBIENTE, ITALIA Commenti disabilitati su Bandiera blu 2017: 342 le località premiate

Articolo del sottoscritto pubblicato qui: http://it.blastingnews.com/ambiente/2017/05/bandiera-blu-2017-342-le-localita-premiate-001682607.html

#mare sempre più blu in Italia, sempre più puntellato dalle bandiere di tale colore. È quanto emerge dalla 30° edizione della Bandiera Blu, assegnata dalla Foundation for Environmental Education (FEE): 342 sono infatti le spiagge premiate, con un incremento del 5% rispetto all’anno precedente, quando il numero si era fermato a 293. Nello specifico, per quel che riguarda la Regione Lazio, quest’anno l’ambito riconoscimento è spettato ai seguenti Comuni: Anzio, Gaeta, Latina, Sabaudia, San Felice Circeo, Sperlonga, Terracina e Ventotene. Il Lazio, così, si piazza al sesto posto nella classifica delle regioni che detengono bandiere blu.. Davanti alla regione della capitale, infatti, si collocano: Liguria (27 bandiere blu), Toscana (19), Marche (17), Campania (14), Puglia e Sardegna (11). Deludente la performance della Sicilia, con appena 6 bandiere blu. Il riconoscimento è stato istituito nel 1987 (Anno Europeo dell’Ambiente), attualmente assegnato in 49 Paesi. È il frutto di una sinergia tra FEE e due agenzie dell’ONU: l’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) e UNWTO (Organizzazione Mondiale del turismo). L’assegnazione si basa sul rispetto di criteri volti a valorizzare la gestione sostenibile del territorio, a far sì che le aree marine possano sviluppare un modello di sviluppo nel rispetto dell’ambiente. I criteri di assegnazione sono divisi in due categorie: i (imperativo: devono essere assolutamente rispettati) e g (guida: si deve cercare di rispettarne il maggior numero possibile). Obbligatorio è il rispetto di tutti i criteri presenti nella categoria Educazione Ambientale e Informazione (es.: Un minimo di 5 attività di educazione ambientale devono essere offerte ogni anno. Per continuare a leggere, cliccare qui: http://it.blastingnews.com/ambiente/2017/05/bandiera-blu-2017-342-le-localita-premiate-001682607.html

«Una Bretella per le Olimpiadi»

on 13 aprile 2015 in AMBIENTE, ATTUALITA', EUROPA, ITALIA Commenti disabilitati su «Una Bretella per le Olimpiadi»

Con il documento di economia e finanza (DEF), Delrio si è inventato un #cambiaverso tutto suo: accetta sulle Grandi Opere, stop alla tattica dell’emergenza per concludere in tempo utile le infrastrutture, valorizzazione dei progetti volti a promuovere una vera sostenibilità nel pieno rispetto delle regole europee. Leggere il DEF 2015 significa comprendere che, almeno in buona parte, si va contro lo Sblocca Italia, documento ove le Grandi Opere facevano la parte del leone.

In un colpo solo l’autostrada Roma – Latina e la Bretella Cisterna – Valmontone – opere ritenute fino ad oggi strategiche per lo sviluppo industriale della Provincia di Latina e che hanno caratterizzato il dibattito politico non di una, ma di diverse generazioni di politici e non – vengono declassate, sottratte dalla categoria della priorità. Ferrovie, metropolitane e (anche) strade, ma molte di meno: questa è la «svolta Delrio». Almeno così sembra: secondo alcuni esponenti politici il DEF non ha cambiato nulla riguardo la Roma – Latina e la Cisterna – Valmontone, in quanto progetti già finanziati e con i lavori in procinto di partire. C’è però da comprendere alcune cose: lo Stato non ha finanziato l’intero progetto , ma lo copre solo per una parte (contribuisce per il 40%, mentre il restante spetta al privato). Al momento infatti, la copertura economica è garantita solo per il lotto Roma – Latina, mentre la parte Cisterna – Valmontone (secondo lotto) e il tratto Spinaceto – Fiumicino – Civitavecchia ancora non vedono un euro. In pillole: un progetto abnorme, con infrastrutture tra loro collegate e diviso in 3 lotti che, solo progressivamente verranno completamente finanziati. Il tutto per collegare il Lazio Meridionale con l’autostrada del Sole e favorire un decente collegamento per i trasporti industriali. Calcolando che i costi, come è sempre successo nella nostra penisola, saliranno nel tempo e, tenendo conto delle metamorfosi del sistema produttivo nazionale e globale, quanto tempo ci vorrà per reperire tutti i fondi necessari (se mai si troveranno)?

Al momento comunque, Delrio non sembra di questo avviso: accetta sulla Roma – Latina (ritenuta fondamentale per garantire la sicurezza della SS 148 Pontina) e sulla Cisterna – Valmontone. Certo, è da notare che qualche politico di caratura nazionale ha dichiarato di aver ricevuto “rassicurazioni” sul non declassamento da parte dello stesso Ministro alle Infrastrutture, ma fino a prova contraria, una conversazione privata è nulla di fronte ad un documento pubblico quale è il DEF. In tal senso, è comunque interessante evidenziare le dichiarazioni del deputato PD Ranucci: «La notizia del definanziamento della Cisterna-Valmontone, tratta fondamentale della Roma Latina, per la quale il Cipe ha già versato 600 milioni di euro è figlia di un malinteso e credo sia da escludere il suo inserimento nel pacchetto delle infrastrutture meno strategiche. Il Ministro Delrio, che questa mattina ha dichiarato sull’importanza di mettere mano alle emergenze ed ai lavori utili nel nostro Paese, ha già dato rassicurazioni in merito. Stiamo parlando dell’unica vera infrastruttura del Lazio, un’opera da 2 miliardi e settecento milioni di euro che ha già visto il Cipe intervenire nel project financing con 600 milioni. Un’opera importante anche in vista delle Olimpiadi, anello fondamentale tra Napoli, Roma e Civitavecchia […]» (Fonte: http://www.latinaquotidiano.it/corridoio-roma-latina-ranucci-e-moscardelli-tranquillizzano-lopera-non-puo-essere-definanziata/ ). Ora, riflettiamo un attimo: le opere servono per lo sviluppo industriale della Provincia di Latina, per garantire maggiore sicurezza etc. Ci può stare, non sono d’accordo ma – questa volta – “passo” per qualche minuto. Però, per favore, evitiamo di dire boiate: Roma si è candidata per le Olimpiadi 2024, ma ciò non significa che le sono già state assegnate, perché la decisione finale ci sarà solo nel 2017.

Con scuole che crollano, una penisola che frana ogni giorno, scandali che si scoperchiano ormai quasi quotidianamente… elaborare certi pensieri è un pugno allo stomaco verso i cittadini italiani. Ma è anche esempio di un’arretratezza culturale che da anni ormai colpisce il nostro Paese: in altre parti d’Europa stanno lavorando per rendersi indipendenti il più possibile dalla gomma (vedere qui: https://elnuevodia.altervista.org/dalla-bretella-cisterna-valmontone-ad-helsinki-passando-per-amburgo/ ) mentre qui, nonostante i noti problemi dell’eccessiva dipendenza energetica da altri Paesi, continuiamo a fare finta di nulla e sponsorizziamo un modello di sviluppo stile anni ’60. Continuiamo a non comprendere che i tempi sono cambiati, che il sistema industriale ha subito una metamorfosi, che ci sono sfide non nazionali ma globali da affrontare (mai sentito parlare di OverShootDay?). Di questo passo, il mondo che si lascerà alle future generazioni sarà decisamente peggio di quello attuale.

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DALLA BRETELLA CISTERNA – VALMONTONE AD HELSINKI (PASSANDO PER AMBURGO)

on 15 novembre 2014 in AMBIENTE, ATTUALITA' Commenti disabilitati su DALLA BRETELLA CISTERNA – VALMONTONE AD HELSINKI (PASSANDO PER AMBURGO)

Seconda parte: ritorno in Italia e dissesto idrogeologico

(Puntata precedente > un salto ad Helsinki ed uno ad Amburgo )

Dunque, nella prima puntata abbiamo parlato di due città del Nord Europa (Helsinki ed Amburgo) che si stanno apprestando a realizzare una clamorosa rivoluzione: l’indipendenza dalle macchine. Dopo questo piccolo tour, facciamo ritorno a casa, rientriamo nel BelPaese. Ci torniamo con la consapevolezza che in qualche parte del mondo ci sono veramente dei pazzoidi che hanno accettato la sfida ambientale e climatica, non solo per salvaguardare il pianeta bensì per dar vita ad un modello di sviluppo più sostenibile, salubre e con maggiori risorse a livello economico. E’ roba degli ultimi venti anni, non di secoli fa. Ma abbiamo sviluppato anche la certezza che in Italia di strada ne dobbiamo ancora fare; anzi, forse abbiamo fatto dei passi indietro. Girando la penisola si scoprono realtà niente affatto idilliache: terreni agricoli trasformati forzatamente in aree industriali, località non bonificate dalle aziende che le hanno abbandonate, industrie inquinanti etc. Per carità, anche qui da noi ci sono modelli di sviluppo sostenibile, ma si tratta ancora di piccole realtà. Soprattutto, di questi tempi, è necessario evidenziare il problema del dissesto idrogeologico del Paese. A partire dal secondo dopoguerra, il boom economico ha favorito un processo di speculazione edilizia che, nella stragrande maggioranza dei casi guardava soltanto agli introiti e non all’ambiente (d’altronde, una coscienza ambientalista in Italia ha cominciato a maturare solo con le tragedie del Vajont, dell’alluvione di Firenze etc.; insomma, quando si sono verificati i primi veri disastri). Un modo di fare di cui oggi ne paghiamo tristemente le conseguenze. Si dia un’occhiata a queste due fotografie:

 

Una panoramica tragica, che dovrebbe impegnare le istituzioni ad una svolta clamorosa: bloccare per anni (o perlomeno rallentare notevolmente) la realizzazione di opere pubbliche e spendere le energie per il recupero idrogeologico del territorio italiano, onde evitare il ripetersi di fenomeni sempre più frequenti (es.: alluvione di Genova). Domanda: bloccare le opere pubbliche significa danneggiare lo sviluppo del Paese? Assolutamente no, perchè ci sono altre strade che si possono percorrere. Ne parleremo alla terza puntata 😉

Inizia un lungo articolo dedicato all’ambiente, alle opere pubbliche, all’aria che respiriamo etc. Per tale ragione, comprendendo la difficoltà nel poter leggere, in un colpo solo, una sequenza infinita di dati, città, leggi etc., il post sarà presentato in più sottoarticoli, che verrano pubblicati nei prossimi giorni… Ergo, #restatesintonizzati. E buona lettura!

PRIMA PARTE: un salto a Helsinki e uno ad Amburgo

Partiamo da lontano, da molto lontano: l’Unione Europea. Allora, in questa terra così lontana nell’anno 2014 (si tenga ben presente il calendario gregoriano) i Paesi membri hanno raggiunto un accordo importante: entro il 2030 bisognerà tagliare del 40% le emissioni di gas serra. Per carità, nulla di definitivo, si tratta di un accordo preliminare in vista del vertice di Parigi del 2015 (momento in cui si scopriranno definitivamente le carte), ma è comunque un discreto punto di partenza. Ci sono poi alcune «clausole» volute da alcuni Stati che potrebbero ridimensionare l’accordo (es.: o anche le grandi potenze mondiali si impegnano con programmi concreti o non si farà nulla) però, cerchiamo di guardare il bicchiere mezzo pieno: un nuovo tentativo di realizzare una sfida ambientale e climatica si sta mettendo in atto. Poniamoci una domanda: come si fanno a ridurre i gas serra? Diamo la risposta più semplice possibile: non abbattendo alberi, anzi piantandone di nuovi (per la ovvia legge della fotosintesi clorofilliana); utilizzando macchine ecologiche (e, se proprio non abbiamo soldi in tasca per permettercene una, ricorriamo ai mezzi pubblici). Ci sono poi le energie pulite come il fotovoltaico, l’eolico etc. Insomma, risposte che sappiamo fin dalle elementari.

L’Unione Europea ha raggiunto quest’anno tale accordo. Ma, focalizzando la nostra attenzione scopriamo che alcune realtà del vecchio continente hanno già intrapreso da tempo una politica di sostenibilità raggiungendo un livello avanzato, tanto da potersi considerare modelli da seguire. In particolare, due città si sono imposte un obiettivo ambizioso, roba che in Italia oggi è pura e lontana utopia: diventare indipendenti dalle macchine. Spieghiamolo bene e, facciamo un salto a Helsinki ed Amburgo.

Amburgo

«Amburgo, in Germania, sta lavorando a un piano per eliminare la necessità di muoversi in automobile nel giro di soli 20 anni. L’obiettivo dell’amministrazione tedesca è rendere la città un luogo migliore in cui vivere: più sostenibile dal punto di vista ambientale e più “sana” per gli abitanti. E’ in fase di realizzazione un piano chiamato Grünes Netz (Rete Verde): si intende realizzare nuovi percorsi esclusivamente dedicati alle biciclette e ai pedoni collegati con quelli già esistenti e in grado di unire in modo sicuro le aree verdi presenti in città. I parchi, i giardini, i campi sportivi e tutti gli spazi di interesse pubblico saranno raggiungibili a piedi o in bicicletta da pendolari e turisti attraverso una rete che coprirà circa il 40 per cento delle attrazioni di Amburgo. Gli abitanti della seconda città più grande di Germania una volta erano completamente dipendente dalle automobili. Un cambiamento era dunque necessario per far fronte al riscaldamento globale che ha visto la temperatura in città aumentare di 9 gradi centigradi in 60 anni e il livello dei mari innalzarsi di 20 centimetri.Una città senz’auto permetterà di ridurre molto le emissioni di CO2 mentre la presenza di più alberi e spazi verdi servirà a mitigare gli effetti negativi di possibili inondazioni o eventi climatici estremi » (fonte: http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/amburgo-senza-auto ). Per approfondire: http://www.hamburg.de/gruenes-netz.

Helsinki

«La capitale finlandese punterà ad eliminare le auto private entro dieci anni, grazie all’utilizzo di trasporti pubblici integrati e gestiti da un app. Entro il 2025, la città di Helsinki – capitale della Finlandia – potrebbe dire addio al trafficogenerato da automobili private, grazie ad un nuovo e rivoluzionario progetto battezzatoKutsuplus. Il sistema prevede una integrazione completa del trasporto pubblico, del bike sharing, dei treni e dei traghetti, in modo da rendere inutile e dispendioso il possesso e l’uso di un veicolo privato.Grazie all’utilizzo di un’apposita app sviluppata per smartphone e tablet sarà possibileprenotare dei minibus che risulteranno integrati con tutto il resto dei mezzi pubblici: in questo modo sarà possibile creare  una fitta e completa rete di interconnessioni legati alla mobilità, in grado di permettere rapidi ed efficaci spostamenti in qualsiasi direzione desiderata. Secondo gli esperti, entro 10 anni nessuno dei cittadini di Helsinki avrà più bisogno di un’auto privata per qualsiasi spostamento urbano. Per ottenere questo risultato, in realtà basterà semplicemente ottimizzare i trasporti pubblici della città nord europea, considerando che già oggi su 1,3 milioni di residenti nell’area metropolitana di Helsinki, ben800.000 persone dispongono di un abbonamento ai mezzi pubblici, nonostante il costo dell’ abbonamento risulti tra i più elevati in tutta Europa, anche se bisogna tener conto che il titolo di viaggio permette di usufruire di qualsiasi mezzo pubblico – come ad esempio treni, metropolitana e autobus (compreso l’utilizzo dei trasporti via traghetto, studiati per collegare la città con il resto dell’Europa) – senza bisogno di acquistare un altro biglietto» (Fonte: http://www.motori.it/ecoauto/19546/helsinki-dal-2025-sara-una-citta-senza-auto.html ).

Due realtà che stanno per realizzare una rivoluzione culturale e sostenibile di dimensioni gigantesche, figlie di un processo durato a lungo negli anni. Ormai nessuno può più negare il primato del fotovoltaico in Germania (nonostante le condizioni climatiche di partenza più sfavorevoli rispetto all’area mediterranea), la qualità dell’aria raggiunta nel Nord Europa (giusto per prendere un’altra città baltica: Tallinn è da anni la capitale con l’aria più pulita al mondo). 

Ok, ora arriviamo a noi (appuntamento alla prossima “puntata” 😉 )

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Facciamocene (fortunatamente) una ragione: ciò che madre – natura da miliardi di anni ci offre per il nostro sostentamento è insostituibile. Abbiamo provato a farne a meno: le epopee industriali che si sono succedute nella storia, a partire dal ‘700, sono state forse il tentativo più forte (e drammatico) di ridimensionare il ruolo del lavoro nei campi, certi che ritmi produttivi più celeri avrebbero permesso il passaggio dall’autosostentamento all’autonomia con tanto di surplus. E così, ecco arrivare i grandi esodi dalla campagna alla città, ecco realizzarsi nel tempo grandi progetti industriali (es.: il triangolo Milano – Torino – Genova), ecco che molte campagne vengono abbandonate a loro stesse, spesso sostituite da progetti di sviluppo urbano orribili, in disprezzo di qualsiasi piano regolatore, volti solo a soddisfare interessi di parte. Così, il ragazzo della Via Gluck di Celentano diventava un retaggio del passato, il Tevere patria dei bagnanti popolani si trasformava in un fiume di rifiuti. E poi le terre avvelenate dalla criminalità organizzata, le scorie delle centrali nucleari … Insomma, ci siamo messi di impegno per non subordinarci più all’agricoltura. Ma, peccato (e per fortuna) che certe cose non le potremo mai cambiare del tutto, anche perchè ci sarà un motivo se la terra continua ad essere il settore più anziano, ma allo stesso tempo, sempre presente nella storia dell’uomo e del pianeta. Oggi, l’Istat ci conferma questa sacrosanta verità: potrai abbandonare la terra a lungo ma, prima o poi, avrai necessità di tornarvi, dopo che ti sarai disilluso su quel falso paradiso chiamato industria. E se proprio non vuoi fare a meno dell’industria, vai nell’agroalimentare, lavora con agriturismi etc. Insomma, fai qualcosa di naturale, di biologico, di sostenibile. In altri termini: la terra non la combattere, ma parlaci. Ora, tornando alla parte più pragmatica e meno poetica (volete mettere il fascino dei campi con i numeri dell’economia?) del post:

  • a giugno l’occupazione nelle grandi imprese (in termini destagionalizzati) resta invariata rispetto a maggio sia al lordo sia al netto dei dipendenti in Cassa Integrazione Guadagni (CIG) […]. Rispetto a giugno 2013, l’occupazione nelle grandi imprese diminuisce dello 0’8% al lordo della CIG e dello 0,5% al netto dei dipendenti in CIG. Al netto degli effetti di calendario, il numero delle ore lavorate per dipendente (al netto dei dipendenti in CIG) diminuisce, rispetto a giugno 2013, dell’1,2 % […] Sempre a giugno la retribuzione lorda per ora lavorata (dati destagionalizzati) ha registrato una diminuzione dello 0,5% rispetto al mese precedente. In termini tendenziali l’indice grezzo aumenta del 3,3%. Rispetto a giugno 2013 la retribuzione lorda e il costo del lavoro per dipendente (al netto dei dipendenti in CIG) aumentano rispettivamente del 2,2% e dell’1,6%. Considerando la sola componente continuativa, la retribuzione lorda per dipendente aumenta rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, dello 0,4%»;

  • BOOM AGRICOLTURA . Crescita record delle assunzioni in agricoltura, con un incremento record del 5,6% nel secondo trimestre 2014 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E’ quanto emerge da un’analisi della Coldiretti sulla base dei dati ISTAT in occasione della diffusione dei numeri sull’occupazione nelle grandi imprese italiane a giugno. Il trend positivo dell’agricoltura – sottolinea la Coldiretti – è il risultato di una crescita record del 27,6% al Nord e del 28,6% al centro, mentre si registra un calo nel Sud Italia (- 8,3%). Si stima peraltro – precisa Coldiretti – che abbia meno di quarant’anni un lavoratore dipendente su quattro assunti in agricoltura, settore in cui si registra anche una forte presenza di lavoratori giovani ed immigrati».

Da notare le ultime righe: un lavoratore dipendente su 4 ha meno di quarant’anni, una forte presenza di lavoratori giovani ed immigrati. Insomma, l’agricoltura sta dimostrando di essere un settore dal lavoro (quasi) sicuro, ove i giovani possono nel presente costruirsi il futuro, dove le diversità culturali, etniche, religiose etc. diventano piacevoli fonti di confronto civile e non di conflitti. Insomma, madre natura c’è. E l’agricoltura, non morirà mai e poi mai.

*Fonte: http://www.quotidiano.net/occupazione-grandi-imprese-istat-1.171998

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(Un secchio di beneficenza & uno “Tsu – Nami” di problemi)

Banalmente parlando, l’ Ice Bucket Challenge ha colmato un vuoto estivo: l’assenza di un tormentone musicale. Anzichè andare a ballare in discoteca quello che, fino all’anno scorso, era il grande successo dell’estate, ci si mette in costume, a dorso nudo o come vi pare, si riempie un secchio di acqua gelata e, mentre uno ti riprende in video, ti rovesci il secchio in testa. Per qualche secondo tremi, ti ritrovi (quasi) in Siberia poi, camminando o correndo, ti asciughi e tutto passa. Ovviamente, nel video bisognerà nominare qualcuno affinchè faccia lo stesso. Un gesto tanto banale, eppure è diventato un fenomeno virale di questa (non) calda estate 2014. Come mai? Ormai lo sappiamo tutti: l’Ice Bucket Challenge è una iniziativa promossa da Pete Frates, giovane atleta ed ex capitano della squadra di baseball del Boston College colpito dalla SLA, e Corey Griffin, morto annegato a Nantucket, in Massachussets, lo scorso 16 agosto in seguito ad un incidente subacqueo. L’obiettivo è raccogliere fondi per la SLA. La Sclerosi Laterale Amiotrofica è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i mononeuroni, cioè le cellule nervose cerebrali e del midollo spinale che permettono i movimenti della muscolatura volontaria. Le cause della malattia sono sconosciute e, al momento, è possibile solo allungarne il decorso tramite cure palliative, determinate scelte di vita etico / culturali etc (Fonte: http://www.aisla.it ). Quest’acqua che esce dal secchio e ti rende per un breve lasso temporale un ghiacciolo a grandezza umana non è una sciatteria, ma ha un suo significato: l’acqua fredda ti intorpidisce per qualche secondo la muscolatura, facendoti provare una sensazione che i malati di SLA sono costretti a sopportare 24 ore su 24, per tutta la vita. Dunque, ritengo incomprensibile chi giudica questo semplice gesto uno spreco d’acqua. Ma di questo ne parlerò più in là. Concentriamoci un attimo sul «bilancio» di questa «moda»: al 24 agosto sono stati realizzati circa 2,4 milioni di video per un incasso mondiale di 70 milioni di dollari. L’anno scorso, nel medesimo periodo, il contatore si era fermato a 2,4 milioni. Insomma: 35 volte di più. Non è affatto poco. Stando a quanto dichiarato da Massimo Mauro, presidente dell’ AISLA (http://www.aisla.it ): «Da un mese tutto il mondo parla della ricerca sulla Sla: era una malattia dimenticata, ma adesso non lo è più grazie a questa vera e propria campagna di comunicazione». «Non ci sono dubbi, che l’idea delle secchiate d’acqua gelata abbia un “valore straordinario, considerando quanto in Italia sia difficile donare poiché, al contrario di quanto avviene negli Usa, le donazioni non sono detraibili». Dichiarazioni che: 1) rafforzano la bontà dell’ Ice Bucket Challenge; 2) ci offrono l’opportunità di comprendere come procedono secchio, acqua e freddo nella penisola. Allora, riconsideriamo quanto è stato raccolto nel mondo: circa 70 milioni di dollari. Ora quantifichiamo il contributo nostrano: circa 33mila euro (fonte: http://www.aisla.it ). In pillole: abbiamo contribuito solo per lo 0.47%. Vero, come dice Massimo Mauro, in Italia le donazioni non sono detraibili. Ma quanto vuoi detrarre da un contributo, anche simbolico, di 1, 5, o 10 euro? Soprattutto, fino a che punto è moralmente giusto (giuridicamente parlando, sarebbe pienamente legittimo) pensare alle detrazioni nel momento in cui sai che, banconote e monete che offri sono destinate a combattere una malattia che, una volta che ti prende, ti mangia i muscoli senza alcuna possibilità di salvezza? E poi, quanto può essere solida una affermazione del genere: «Buttarsi l’acqua addosso è uno spreco, meglio donare e basta!». I numeri parlano chiaro: in media ciascun italiano ha donato 55 centesimi di euro, bagnato o meno. In poche parole: siamo tra i bassifondi della solidarietà. Non c’è «ma» che tenga: dopo l’innalzamento del livello di intolleranza verso gli stranieri, con picchi che spesso toccano la soglia del razzismo, conosciamo dei passi indietro notevoli anche nel settore della solidarietà sociale, che pure ci ha sempre contraddistinto nel mondo. Colpa della crisi? Forse. Eppure, paradossalmente, questa triste congiuntura economica è (anche) un’occasione da non perdere: risparmiare, tirare la cinghia etc. potrebbe essere l’occasione per dare una sferzata alle nostre abitudini di vita che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono andate al di là di ogni nostra logica comprensione. Riflettiamo un secondo: usiamo la macchina per destinazioni lontane, ma anche per raggiungere il supermercato a 250 metri da casa; accendiamo la luce della camera da letto e spesso dimentichiamo di spegnere quelle della cucina e del bagno; teniamo accesi (quasi contemporaneamente) televisione, lavatrice e lavastoviglie; andiamo a fare spesa, prendiamo una caterva di prodotti alimentari e, spesso, buona parte finiscono scaduti nella pattumiera etc. Tutto questo senza pensare che molte risorse non sono inesauribili, e non tutti ne godono in misura equitativa. E così, arriva il fatidico giorno dell’ EarthOver Shoot Day, ogni anno sempre più precoce. Insomma, nel momento in cui ci indigniamo per un po’ di H2O sui nostri crani, per il resto dell’anno non proferiamo parola riguardo il fatto che, sempre più in fretta, il pianeta Terra consuma le sue risorse, destinate a tutta l’umanità per l’intero anno. Provo a spiegarlo meglio: quest’anno l’EarthOverShootDay è caduto il 19 agosto. Da quel momento la Terra è «in riserva»: tutto ciò che consumiamo dal 19 agosto è in realtà quanto era stato destinato per il 2015. Di questo passo, nel giro di neanche mezzo secolo le guerre fratricide coinvolgeranno ciascuno di noi, perchè acqua, petrolio, generi alimentari… – con tanto di cambiamenti climatici – saranno talmente scarsi che potranno soddisfare pochissimi abitanti sul pianeta. Che strano questo mondo: ci si indigna per due gocce, ma si tace sullo «Tsu – Nami» che potrebbe colpire ciascuno di noi.

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