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Archive for the ‘SOCIETA’’ Category


Polvere del mondo

on 25 gennaio 2017 in ATTUALITA', ITALIA, SOCIETA' Commenti disabilitati su Polvere del mondo

ingranaggiBastano due proiettili ben assestati per rompere il sottile equilibrio della pace mondiale e scatenare una inutile strage tra le nazioni. È sufficiente la paranoia di una persona per colpire ed annullare equilibri logici su argomenti placidi, che difficilmente potrebbero essere soggetti ad interpretazioni diverse. Poi, ci sono i diritti. Questi sono una rete di fili su cui ogni giorno camminiamo: iniziamo il viaggio sul filo del diritto alla vita, poi ci aggrappiamo a quello del lavoro, fino a concludere il tour dopo aver “giocato” su altri “luoghi universali”. Continueremo a godere dei diritti fino a quando riusciremo a tenerci in equilibrio. Ma, a volte le cose diventano troppo semplici, dunque tanto vale complicarle un po’. Quindi, un salto sul filo del diritto alla salute e piccolo colpo di forbice lì dove ci si dovrebbe vaccinare. Così, basta la decisione di non tutelare appieno sé stessi per mettere in pericolo l’equilibrio della salute su cui una comunità sana dovrebbe basarsi (immunità di gregge, questa sconosciuta).  Fili sottili su cui camminiamo, tanto quanto quelli dell’ecosistema. Anche qui, una decisione dell’uomo può sancire il destino di molti: animali, piante, persone e tanto, tanto altro. Un giorno saremo tutti polvere, ma nel frattempo ognuno di noi è un granello di sabbia che può decidere il destino di uno o più ingranaggi di quel complicato e delicato meccanismo chiamato Terra.

Articolo del sottoscritto pubblicato qui: http://www.asslastazione.it/2017/01/25/polvere-del-mondo/

Portes Ouvertes

on 14 novembre 2016 in ATTUALITA', DIRITTI, MONDO, SOCIETA' Commenti disabilitati su Portes Ouvertes

accoglienza (1)Dire padroni a casa nostra oppure chiudiamo i confini, sicuramente ti da il batticuore. Ma le emozioni più belle sono quelle che ti fanno uscire la lacrimuccia dall’occhio, dove i protagonisti sono i ponti e non i muri. In questa Unione Europea di egoismi emergenti c’è un Paese, l’Italia, che ai nazionalismi sa contrapporre esperienze di solidarietà passate e attuali che fanno rabbrividire, per quanto sono belle. C’è ad esempio Brindisi, capoluogo pugliese di 90mila abitanti, che il 7 marzo 1991 si ritrovò ad accogliere 25mila profughi albanesi in fuga da decenni di regime comunista. Un esodo allora considerato biblico, che vide le istituzioni nazionali impreparate a reagire adeguatamente (ci vollero 5 giorni per i primi aiuti strutturati), ma compensate dal grande cuore degli abitanti della città, che non ebbero paura di aprire le porte: 36 scuole divennero subito dormitori, le mense aziendali fecero duemila pasti in più al giorno rispetto al normale… 25 anni dopo, Lampedusa non è più solo un’isola da citare in geografia, Mare Nostrum non richiama più solo all’epoca romana… E, «sconfinando» un momento, scopriamo che le porte diventano ouvertes. E il 13 novembre 2015: Parigi viene scossa da una serie di attentati. All’inferno del Bataclan, i cittadini rispondono con l’hashtag #PortesOuvertes, offrendo protezione a chi scappava dal terrore. Tornando in Italia scopriamo che, 25 anni dopo, Riace non è più solo la città dei bronzi. Lo deve al sindaco, che ha deciso di avviare un programma di accoglienza per rifugiati, connesso al rilancio della città. Un’idea che ha portato alla rinascita del centro storico, al rilancio di attività artigianali, al sorpasso della natalità nei confronti della mortalità. Oggi Riace è un modello unico nel suo genere, è uno dei tanti baci d’amore tra due mondi, uno ricco e l’altro povero. Insomma, i confini qui non sono pervenuti. Per fortuna.

Articolo del sottoscritto apparso su: http://www.asslastazione.it/2016/11/13/portes-ouvertes/

Partiamo da qualche buona notizia. Innanzitutto è doveroso evidenziare quanto uscito dal New York Times: il 2014 è l’anno in cui l’economia globale è cresciuta, ma le emissioni di Co2 hanno invertito la rotta. Giusto per dare qualche numero: nel 2012 abbiamo immesso nell’atmosfera 34,5 miliardi di tonnellate di Co2, nel 2013 ben 35 miliardi (record), nel 2014 sono state «appena» 32,3. Altra notizia importante, anche se ormai risaputa: da qualche anno la vendita delle biciclette ha superato quella delle automobili. Infine, c’è un crescente ritorno all’agricoltura a discapito del lavoro in fabbrica. In poche parole: c’è un ritorno al sostenibile. Si tratta di un processo soprattutto benefico per la nostra salute, per quella del pianeta e l’economia (non solo monetaria) delle persone. A proposito di quest’ultima, è necessario monitorare quell’evento chiamato «Earth OverShoot Day». Si tratta del giorno in cui la Terra esaurisce le risorse disponibili per l’anno ed entra «in riserva»: da quel momento ciò che consumiamo non sono altro che beni messi a disposizione dal pianeta per l’anno successivo. L’anno scorso l’ «Earth OverShoot Day» è caduto il 19 agosto, nel 2013 il 20 dello stesso mese, nel 2012 il 22 (sempre nel periodo sextilis ). In pillole: l’umanità esaurisce le scorte annuali sempre prima. Dunque è necessaria una inversione di tendenza, se proprio ci teniamo a lasciare alle future generazioni un mondo più sostenibile.

Comunque, all’inizio abbiamo evidenziato segnali incoraggianti (fortunatamente non sono gli unici) da non trascurare e da utilizzare come punto di partenza per ulteriori sviluppi. Ora, al di là dell’eterna discussione scientifica sul fatto che i cambiamenti climatici sono dovuti o no alla Co2, un dato di fatto è inopinabile: meno inquiniamo e più ne beneficiamo a livello economico, sanitario, di risorse umane e materiali. Già questo sarebbe un bel regalo per il futuro, ma i disastri di decenni e decenni procurati dal menefreghismo umano non possono essere ridimensionati solo con qualche timido segnale di ripresa. Serve molto di più, un azzardo, una «grande opera». Spesso l’espressione equivale a cemento e distruzione di aree verdi, eppure potrebbe avere un’accezione molto più simpatica. Non solo, la si potrebbe affiancare a progetti realizzabili in tempi molto più brevi rispetto ad un’autostrada o ad un grande evento. Arriviamo al sodo: un grande passo in avanti potrebbe essere l’istituzione di un abbonamento nazionale – da parte di Trenitalia«bici+treno». Non si tratta di chiedere alle Ferrovie dello Stato di permettere di portare la bicicletta in treno. Questo infatti è già permesso, anche se la disciplina è regolata regione per regione. L’obiettivo è proprio modificare quest’ultimo punto: abbonamento nazionale «bici + treno» uguale per tutto il territorio nazionale. Al momento infatti, giusto per prendere qualche regione come esempio: in Puglia il servizio è gratuito, nel Lazio si paga 3,50 euro al giorno (dunque si può facilmente arrivare a 1000 euro l’anno circa!), in Lombardia, Sicilia ed Emilia Romagna si paga un abbonamento di 60 euro all’anno. Si tratta di una situazione molto frammentata, a cui bisogna aggiungere che molto spesso mancano le attrezzature adeguate per poter «accogliere» le biciclette nei vagoni. Eppure non sono pochi i cicloturisti, i lavoratori e le persone in generale che, durante la loro giornata, realizzano le loro azioni abbinando entrambi i mezzi di trasporto. Unire l’Italia sotto questo punto di vista sarebbe un vantaggio per coloro che già sono abituati a muoversi in tale maniera, ed un incentivo per chi invece ha il timore di farlo (oltre a contribuire al raggiungimento di quegli obiettivi globali di cui abbiamo parlato in precedenza). A gennaio, sul link http://change.org/bici+treno la giovane manager bolognese Sara Poluzzi ha aperto le danze per «unire l’Italia con biciclette e treni». Nel giro di pochissimo tempo si è andati ben oltre la petizione: la Regione Emilia Romagna è stata la prima a recepire le richieste ed ha deciso di reinserire l’abbonamento annuale «bici+treno» (revocato nel 2014) al costo di 60 euro, valido ovviamente solo per il territorio della Regione. Nel frattempo «fibrillazioni» ci sono in Piemonte, Toscana, Lazio e Abruzzo, dove referenti locali stanno provando a smuovere le istituzioni regionali su tale tema. Riguardo le altre Regioni, state pur certi che è solo questione di tempo. Il dibattito ormai si è aperto, un movimento di opinione sempre crescente si va ormai formando (basta notare la crescita costante, nel giro di soli 3 mesi, del gruppo facebook «Bici+Treno» (https://www.facebook.com/groups/bicitreno/ ). Trasformare l’iniziativa in concretezza significa fare un passo deciso verso la sostenibilità, termine che spesso spaventa piuttosto che far sognare un mondo migliore.

FIRMA LA PETIZIONE: https://www.change.org/p/trenitalia-spa-abbonamento-bici-treno-nazionale
GRUPPO FACEBOOK: https://www.facebook.com/groups/bicitreno

Innanzitutto un «Grazie!». Un «Grazie» grande come il Mare Mediterraneo ai membri della Marina Militare Italiana, alle organizzazioni di volontariato ed a tutti coloro che in questo anno hanno contribuito alla realizzazione dell’operazione umanitaria Mare Nostrum. Vanno ringraziati per l’impegno che ci hanno dedicato, per il tempo della loro vita che hanno sacrificato, per aver dato un’immagine dell’Italia solidale, accogliente, pronta a sacrificarsi per salvaguardare quanto di più prezioso abbiamo: la vita umana. Questo era innanzitutto Mare Nostrum. Uomini, donne, bambini di ogni età, dopo miglia e miglia percorse lungo quel lembo d’acqua tra il continente europeo e le coste africane, dopo aver rischiato la vita per giorni su un barcone, senza possibilità di mangiare, bere, costretti a fare a meno delle più scontate regole igieniche, si ritrovavano dinanzi a motovedette, aerei, navi… pronti a soccorrerli ed a portarli in salvo. Prima la vita, poi tutto il resto; dai respingimenti di Maroni all’umanità. Era stato fatto un bellissimo passo in avanti. Ma Mare Nostrum non era solo questo. L’operazione intendeva « assicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano sul traffico illegale di migranti »(Fonte: http://www.marina.difesa.it/attivita/operativa/Pagine/MareNostrum.aspx ). Perchè, per chi ancora non lo sapesse: dietro ai barconi vi lucrano dei banditi. Un viaggio per una o più persone costa migliaia e migliaia di euro. Si tratta spesso dell’unica possibilità per poter fuggire dalle persecuzioni, per poter salvare i propri familiari e garantire loro una vita migliore. In pillole: o paghi salato o muori.

Umanità, giustizia, speranza… era tante belle parole questo progetto. Nel tempo, poteva addirittura diventare il punto di accensione di una nuova ( e più efficace) primavera araba. Lo sanno anche i governanti africani che la fuoriuscita di propri cittadini, a lungo andare, può far sorgere negli emigrati la pazza idea di realizzare un moto rivoluzionario. L’incontro con la democrazia, con uno stile di vita superiore economicamente a quello che fino ad ora avevi visto, con Paesi ove non è contemplata la pena di morte bensì lo status di «rifugiato politico» e tanto altro avrebbero fatto scattare, prima o poi, qualche sommovimento. E chissà…

Persone prima che numeri. Una delle critiche principali rivolte a Mare Nostrum è stato il costo dell’operazione: 9,5 milioni di euro al mese per un totale di 114 milioni di euro, presi dal bilancio della Marina Militare, senza toccare le tasche degli italiani (cavallo di battaglia di razzisti e nazionalisti facilmente smontato). Spesa eccessiva? Si poteva aggiungere qualche euro in più? Io preferisco chiuderla così: la vita umana non ha prezzo, è più preziosa di qualsiasi altra cosa. Oggi, se migliaia e migliaia di persone si ritrovano sul nostro suolo, piuttosto che in fondo al mare, ciò lo si deve allo Stato italiano, alle organizzazioni umanitarie, a chi ha dedicato il suo impegno allo Stretto di Sicilia. Poi, possono anche cominciare i discorsi sugli immigrati «portatori di malattie gravi», «esempi di delinquenza» etc. Ma, prima aspettiamo che compiano la fattispecie illegale (colpevoli di essere malati, un reato che intaccherebbe con il diritto alla salute sancito dal nostro ordinamento giuridico) e poi giudichiamo (siamo pur sempre innocenti fino al terzo grado di giudizio, oppure no?).

Ora Mare Nostrum chiude, sostituita dall’operazione Triton. L’Europa scende in campo finalmente, dopo tante e tante pressioni esercitate dal nostro Paese che non poteva accollarsi da solo l’intero peso del flusso migratorio dall’Africa all’Italia. Francia, Spagna, Portogallo, Finlandia, Lettonia, Islanda, Malta, Olanda, Austria, Belgio, Polonia, Romania, Svezia e Slovenia contribuiranno alla realizzazione di questo nuovo progetto. Finalmente un progetto comune europeo in grado di confrontarsi con il fenomeno migratorio. Peccato che Triton sia un pochino diversa da Mare Nostrum. Ci sono piccole ma significative differenze:

Mare Nostrum: progetto nato il 18 ottobre 2013 per fronteggiare lo stato di emergenza umanitaria in corso nello Stretto di Sicilia, dovuto all’eccezionale afflusso di migranti. Ha una duplice missione: garantire la salvaguardia della vita in mare, assicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano sul traffico illegale di migranti. Ne fanno parte Marina Militare, Aeronautica Militare, Carabinieri, Guardia di Finanza, Capitaneria di Porto, Croce Rossa Italiana, Polizia di Stato e altri Corpi dello Stato. Inoltre, i controlli sanitari sono svolti dai medici dell’ISMAF (Istituto di Santa Marittima Aeronautica delle Frontiere), dal personale del Corpo Militare e dalle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, dal CISOM (Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta) e dalla fondazione RAVA. Mare Nostrum opera in sinergia con FRONTEX (istituzione dell’Unione Europea il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere) ed EUROSUR (nuovo sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri sotto egida dell’Unione Europea che prevede, principalmente, l’impiego di droni). Fonte: http://www.marina.difesa.it/attivita/operativa/Pagine/MareNostrum.aspx ;

Triton: missione europea gestita da Frontex. Mentre Mare Nostrum si spingeva fino al limite con le acque territoriali libiche per salvare i migranti in difficoltà, Triton arriva fino a 30 miglia dalla coste italiane. L’obiettivo è garantire una «cogestione rinforzata delle frontiere esterne». Dunque, si insisterà più sulla sorveglianza dei confini piuttosto che sulle operazioni di salvataggio. Le operazioni di salvataggio proseguiranno (il diritto internazionale lo impone) ma i tempi di intervento si allungheranno e non è chiaro se – naufragi a parte – le navi di Triton agiranno direttamente o non si limiteranno solo a segnalare la presenza di barconi. Oltre all’Italia partecipano i Paesi citati in precedenza. Riguardo il nostro Paese, una nave anfibia, con a bordo anche un ospedale e tre pattugliatori rimarranno a Lampedusa. Stando poi al Commissario agli Affari Interni dell’UE Cecilia Malmstrom: «Triton non incide in alcun modo sulla responsabilità dell’Italia di controllare la propria parte delle frontiere esterne dell’UE, nonché i suoi obblighi in materia di ricerca e salvataggio delle persone bisognose di soccorso». Fonte: http://ilmanifesto.info/renzi-rottama-mare-nostrum/ .

In conclusione:

  1. L’Italia ha ottenuto una maggiore partecipazione dell’Unione Europea. Un numero notevole di Paesi parteciperà – dal 1° novembre – al controllo delle frontiere tra Italia e Africa, ma il raggio d’azione sarà ridotto (come detto in precedenza) e diversi gli obiettivi dell’operazione: da umanitaria diventa di rafforzamento del controllo alle frontiere;
  2. affinchè l’intervento europeo ottenesse maggiori effetti, logica voleva che Mare Nostrum continuasse. Invece no, l’Italia ha ridimensionato il suo impegno, nonostante l’arrivo degli “alleati”. Ci siamo fatti male da soli.

 

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Partiamo innanzitutto da un fatto positivo, ma nettamente sottovalutato da media ed opinione pubblica nazionale: il rilancio dell’attività sindacale. Piaccia o meno, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha il «merito» di aver «risvegliato» l’azione politica (in buona parte) del sindacato italiano. Si dirà che ciò, una volta che si parla di riforma del lavoro, di art.18 etc. è abbastanza scontato. In realtà non è così. Matteo Renzi veniva da una serie di importanti vittorie: il 40% alle Europee, l’approvazione (parziale) di leggi importanti (sistema elettorale, Senato etc.) … Inoltre, il sindacato veniva da un periodo difficile, caratterizzato da notevoli divisioni (si pensi solo ai battibecchi Camusso – Landini). Aggiungendo poi il fatto che Renzi almeno fino ad ora ha goduto di una elevata fiducia tra i cittadini italiani, realizzare una manifestazione di successo sembrava cosa con un elevato coefficiente di difficoltà. Invece, la CGIL è riuscita a portare oltre un milione di persone a Piazza San Giovanni. Certo, è un numero lontanuccio da quei 3 milioni che una decina di anni fa Sergio Cofferati portò al Circo Massimo. Ma, tenendo conto della diversa situazione politica, sociale ed economica, è comunque un grosso risultato. Non dimentichiamoci infatti che – agli inizi del nuovo millennio – la partecipazione politica in tutte le sue forme era nettamente superiore rispetto ad oggi. Insomma, non sia mai che l’atteggiamento di sfida del governo nei confronti di parte dell’associazionismo politico non diventi, in qualche modo, una cura salutare.

Dopo aver dato largo spazio a tale aspetto, possiamo ora addentrarci negli innumerevoli spunti che il 25 ottobre 2014 ci lascia: un Partito Democratico diviso tra Piazza San Giovanni e Leopolda, la proposta di depotenziare lo sciopero nel settore pubblico, la stessa abolizione dell’art.18 etc. Senza avere la presunzione di trattare tutto, cerchiamo di realizzare una qualche riflessione.

Innanzitutto, il Partito Democratico dimostra di avere due linee abbastanza differenti. A Piazza San Giovanni si raccoglie la minoranza di sinistra, che non intende cedere riguardo l’abolizione dell’art.18, che propone di rivedere l’accordo politico sulla riforma del lavoro approvata anche da Brunetta e Sacconi. A Firenze invece si riunisce la «maggioranza» del principale partito italiano. La Leopolda 2014 è l’edizione che cambia pelle alla kermesse: da evento di proposta, di cambiamento, di lancio di una nuova classe dirigente, diventa una non meglio definita manifestazione di incontro tra governo (o solo “maggioranza PD”?) e società civile. Insomma, è un bell’intrigo. D’altronde, se veramente l’art.18 è la causa principale (o, comunque una delle cause maggiori) della precarietà del sistema lavoro in Italia, allora sarebbe stato molto più semplice se, fin dall’epoca del governo Berlusconi 2001 – 2006 si fosse avallata la sua abrogazione. Invece, come sappiamo, non è stato così: l’art.18 ha resistito a Silvio Berlusconi, non è stato oggetto di discussione durante il secondo governo Prodi, è stato parzialmente toccato da Mario Monti, fino ad arrivare alla situazione attuale. La questione si complica ulteriormente se si pensa che la stragrande maggioranza di deputati e senatori democratici è favorevole alla sua cancellazione, pur essendosi candidati nel 2013 con il programma Italia Bene Comune che non sosteneva affatto tale tesi. Chiudiamola così: un fulmine sulla via di Damasco. Riguardo la Leopolda: quale è il suo vero ruolo? Le risposte possono essere diverse. Potrebbe trattarsi di un momento di incontro tra partito, imprenditori e società civile in generale, come abbiamo già accennato. Ma, fino a prova contraria, il Partito Democratico ha un organizzato sistema comunicativo, fatto di feste dell’unità, circoli,federazioni, un impianto web notevole. Insomma, gli strumenti non mancano. Allora, la Leopolda è forse un momento di dibattito e riflessione tra l’istituzione governo e la società civile medesima? Anche in questo caso conviene utilizzare il verbo potere al condizionale. Perchè? Il motivo è semplice: il governo ha il diritto / dovere di avere un dialogo costante con il resto del Paese; sembra dunque superfluo realizzare una ulteriore manifestazione per sancire ciò. Nodi. Nodi che solo il tempo ci aiuterà a sciogliere. Forse.

In attesa che il tempo lavori per noi, abbiamo altro di cui parlare. Scegliamo un argomento a caso: le parole di Davide Serra. In pillole: scioperare è un costo, è un’azione che favorisce la disoccupazione. Quindi, limitiamolo. Ecco, qui comincerei a preoccuparmi seriamente. Basta avere un attimo libero e pensare: 1) si danno 80 euro al mese ad alcune delle categorie meno abbienti. E ci può stare, se però ciò viene seguito da altre azioni volte a realizzare un vero e proprio incentivo economico per consumi e redditi. 2) Si danno 80 euro in più alle neo – mamme per un determinato periodo. Qui il campanello comincia a suonare: nel momento in cui trovi risorse per sorreggere il «peso dell’infanzia» forse sarebbe opportuno favorire la realizzazione di asili nido. Anche perchè, dare contributi economici in tale modo, rischia solo di favorire la «sedentarietà» delle mamme. 3) Si propone di depotenziare lo sciopero. Il campanello comincia a farsi insistente. Davide Serra motiva questa sua proposta con il fatto che scioperare non fa altro che creare disagi, imponendo agli utenti di sopportare disservizi, agli imprenditori stranieri di «avere pazienza» nel completare gli affari nel nostro Paese etc. Quindi, facciamo così: permettiamo di scioperare, ma facendo in modo che le persone lavorino non danneggiando gli altri. Chiaro no? D’altronde, nella storia gli scioperi sono stati esempio di protesta e di efficienza lavorativa allo stesso momento. Qualsiasi libro di storia può dimostrare ciò (!).

Senza girarci troppo intorno: unendo i 3 punti sembra di vedere una parvenza di programma mussoliniano. Intendiamoci: non è il preludio al ritorno dell’autoritarismo nel nostro Paese, ma è semplicemente un modo per dire che certe ricette già in passato non hanno funzionato.

Infine, una critica doverosa nei confronti del palco di S.Giovanni. La piazza, con il suo milione di persone, è stata meravigliosa. Ma, dal palco le voci che si sono susseguite non hanno dato segnali innovativi e propositivi. Sinceramente, una manifestazione nata per smontare le ragioni del Jobs Act, è finita lasciando irrisolti gli interrogativi. E, forse, ha legittimato l’azione del governo.

 

 

Dopo tanto tempo avevo deciso di rivedere una puntata di Servizio Pubblico. Un motivo vero e proprio di questa scelta non ce l’ho: forse perchè mi hanno incuriosito i link della pagina ufficiale, forse perchè le tematiche che si sarebbero trattate spingevano a seguirlo… Resta comunque il fatto che, già prima della fuoriuscita anticipata di Marco Travaglio, la puntata aveva assunto un tono – secondo me – veramente scadente. Le parole di Paolo Villaggio nei confronti degli Angeli del Fango (della serie: troppo facile spalare ora, la colpa del disastro è anche loro) avevano già abbassato il livello della trasmissione. Poi – come già anticipato – è arrivata la sceneggiata del Condirettore de Il Fatto Quotidiano. Cosa è successo? Travaglio ha attaccato l’azione politica a livello locale che ha caratterizzato Genova negli ultimi anni, criticando soprattutto la gestione Burlando. Burlando, presidente della Regione Liguria, risponde chiedendogli cosa avrebbe fatto lui a livello idrogeologico. Risposta: «Mi ha preso per caso per un ingegnere idrogeologico?». E nasce dunque un bel battibecco. Interviene poi uno degli Angeli del Fango, si rivolge a Travaglio e, di nuovo, questi: »«Non devi prendertela con me, ma con chi ha governato la Liguria». Santoro interviene, prova a spiegare al giornalista che nessuno lo sta attaccando. Ma niente, Travaglio si offende, si alza e se ne va. Per approfondire: http://www.corriere.it/spettacoli/14_ottobre_17/lite-diretta-la7-santoro-6b268b66-5582-11e4-af6f-2cb9429035c6.shtml.

Detto questo, al di là del fatto di chi ha ragione e chi no, la puntata di Servizio Pubblico mi ha confermato un pensiero che, fino ad oggi, mi sono sforzato di rifiutare: il Paese si sta sfasciando. Bella scoperta, dirà qualcuno. Sicuramente, lo sfascio economico è sotto gli occhi di tutti, quello sociale anche. Ma ciò che non riusciamo / vogliamo ancora vedere è qualcosa di più grave: l’accentuarsi di una tendenza – tipica nella storia della società italiana – nel trovare il colpevole sempre in un’altra persona, cercando di salvaguardare sé stessi. Nel 2014 abbiamo raggiunto il livello massimo (e forse neanche l’apice, momento in cui teoricamente si sancisce l’inizio della discesa) di tale tendenza, soprattutto grazie a due importanti persone del panorama politico italiano: Beppe Grillo e Matteo Renzi. Il primo ha favorito tali eventi direttamente nella società italiana: il M5S è nato da poco, non potete attaccarlo di responsabilità politiche del passato. Vero, giusto, ovvio, non sarebbe affatto giusto. Chi mai potrebbe affermare il contrario? Ma, nel momento in cui ti criticano il fatto che, al Circo Massimo urli ai quattro venti che i tuoi parlamentari sarebbero andati a spalare quando invece era meglio mantenere il silenzio, mandandoli comunque (o, forse ancora meglio, coinvolgendo solo gli attivisti e lasciare i rappresentanti istituzionali lavorare), e tu fai finta di non capire, allora è tutta un’altra storia. Mi spiego: nessuno attacca il M5S per le responsabilità politiche, bensì la stragrande maggioranza sostiene che ci sono momenti in cui la solidarietà va praticata in silenzio, stop. E allora stai bene a fare copia e incolla di messaggi che rielencano tutti i sindaci di Genova, compresi quasi i governatori dell’epoca della Repubblica Marinara. Però, alla fine si ottiene l’intento: è colpa di chi ha votato PD, di chi ha sostenuto una certa classe politica nell’ultimo mezzo secolo. E’ giusto che ci sia stato un alluvione di tali dimensioni, forse gli elettori ora cambieranno idea. Insomma, cinismo, cinismo, cinismo (basta farsi un giretto sui social networks per accertarsi di ciò). E’ colpa di tutti, però basta che voti M5S e avrai le colpe espiate. Una sorta di protestantesimo grillino. E Renzi? L’attuale presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico è arrivato di recente, però ha già bruciato le tappe (non solo a livello istituzionale!). Anzi, ha un modo di fare più intelligente. C’è una manovra economica che peserà sulle Regioni? Care Regioni, non vi lamentate. Dovete risparmiare! Si abolisce l’art.18 e i sindacati si oppongono? Cari sindacati, fino ad ora avete detto sempre no! I dati economici sono tutti negativi? Basta con i gufi! Insomma: io ci provo, però altre istituzioni mi rallentano.

O è colpa degli altri, oppure gli altri intendono mettere ostacoli. Ma, fino a che punto potrà reggere questa situazione? Non rischiamo di arrivare (definitivamente) al punto in cui ognuno di noi, pensando per sé, attaccherà l’altro di ostacolarlo o di averlo danneggiato? Capiterà forse un giorno che «l’altro», anziché ignorare le accuse o rispondere pacatamente, deciderà di alzare i toni, di usare le mani o peggio? Pensiamoci: si comincia sempre con 1. Poi si fa 2, 4, 8… insomma, uno sviluppo esponenziale si crea, quando si sottovaluta la situazione.

Ecco, la politica in qualcosa sta riuscendo: nello sfasciare una comunità di popolo.

P.S.: e chi se la prende con gli immigrati? E Silvio Berlusconi? E altri ancora? Ho deciso di non parlarne per un motivo: di articoli in tal senso ce ne sono già tantissimi. 

IL M5S E L’ALLUVIONE ETICO

on 14 ottobre 2014 in ATTUALITA', ETICA, SOCIETA' Commenti disabilitati su IL M5S E L’ALLUVIONE ETICO

«Noi andiamo a spalare, voi che fate?»; «i nostri parlamentari sono a Genova, invece Renzi?». Lo scrissi già qualche mese fa (https://elnuevodia.altervista.org/m5s-unetica/?doing_wp_cron=1413289183.9174230098724365234375 ): con il Movimento 5 Stelle l’etica è morta più di quanto ci fosse riuscito un Silvio Berlusconi negli anni del suo apice politico. Perchè? Perchè dal Movimento grillino, per il solo fatto di essere una novità assoluta nel panorama politico nazionale, ci si aspettavano comportamenti diversi, modi di fare “consoni” al ruolo istituzionale che molti di loro tra sindaci, consiglieri, parlamentari etc. si apprestavano ad occupare in questi ultimissimi anni. Invece no, figli del «vaffanculo!» erano e figli del «vaffanculo!» sono rimasti. Puoi anche disconoscere tuo padre o tua madre, ma comunque parte dei loro geni sarai destinato ad averli a vita.

 

E Mirandola era diventata già un avvisaglia:

lombardi

In questi giorni in cui Genova di tutto avrebbe bisogno tranne che di «appropriazioni indebite», Beppe Grillo, dall’alto del palco del Circo Massimo di Roma, non ha altro da dire (o meglio, da urlare) che i parlamentari del M5S andranno a spalare la città dai detriti. Bene, bellissima cosa, un gesto nobile. O meglio, un gesto che poteva essere nobile e che, comunicato in questo modo, è diventato più povero della persona più disgraziata di questo mondo. Paradosso (forse): a Genova non serve disordine, bensì ordine. Nel senso: i partiti che hanno rappresentanti in Parlamento pensassero a sbloccare fondi e lavori di recupero idrogeologico del territorio; le persone (militanti di partito, membri di sindacati, persone spinte dall’altruismo e via dicendo) pensassero a dare un contributo minimo per riportare la città ad una condizione di dignità, ad una situazione degna di quella che in passato fu una gloriosa Repubblica marinara. Perchè Genova, e più in generale la solidarietà, sono patrimonio dell’essere umano, non di un simbolo partitico.

In pillole: contribuire, ma in silenzio, al massimo con riserbo. Come gli «Angeli del fango» insegnano.

 

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PARLANO DI ME, DI NOI… “COS’E’ IL MALPAESE? VOCI DELL’ITALIA CHE (R)ESISTE”

on 28 agosto 2014 in ANGELO CIOETA, ATTUALITA', GIOVENTU', IL MALPAESE, SOCIETA' Commenti disabilitati su PARLANO DI ME, DI NOI… “COS’E’ IL MALPAESE? VOCI DELL’ITALIA CHE (R)ESISTE”

ARTICOLO SU LAZIONAUTA    ARTICOLO SU CORRIERE DI LATINA   ARTICOLO SU ONIRIKA EDIZIONI ARTICOLO SU LA VOCE

 

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(Un secchio di beneficenza & uno “Tsu – Nami” di problemi)

Banalmente parlando, l’ Ice Bucket Challenge ha colmato un vuoto estivo: l’assenza di un tormentone musicale. Anzichè andare a ballare in discoteca quello che, fino all’anno scorso, era il grande successo dell’estate, ci si mette in costume, a dorso nudo o come vi pare, si riempie un secchio di acqua gelata e, mentre uno ti riprende in video, ti rovesci il secchio in testa. Per qualche secondo tremi, ti ritrovi (quasi) in Siberia poi, camminando o correndo, ti asciughi e tutto passa. Ovviamente, nel video bisognerà nominare qualcuno affinchè faccia lo stesso. Un gesto tanto banale, eppure è diventato un fenomeno virale di questa (non) calda estate 2014. Come mai? Ormai lo sappiamo tutti: l’Ice Bucket Challenge è una iniziativa promossa da Pete Frates, giovane atleta ed ex capitano della squadra di baseball del Boston College colpito dalla SLA, e Corey Griffin, morto annegato a Nantucket, in Massachussets, lo scorso 16 agosto in seguito ad un incidente subacqueo. L’obiettivo è raccogliere fondi per la SLA. La Sclerosi Laterale Amiotrofica è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i mononeuroni, cioè le cellule nervose cerebrali e del midollo spinale che permettono i movimenti della muscolatura volontaria. Le cause della malattia sono sconosciute e, al momento, è possibile solo allungarne il decorso tramite cure palliative, determinate scelte di vita etico / culturali etc (Fonte: http://www.aisla.it ). Quest’acqua che esce dal secchio e ti rende per un breve lasso temporale un ghiacciolo a grandezza umana non è una sciatteria, ma ha un suo significato: l’acqua fredda ti intorpidisce per qualche secondo la muscolatura, facendoti provare una sensazione che i malati di SLA sono costretti a sopportare 24 ore su 24, per tutta la vita. Dunque, ritengo incomprensibile chi giudica questo semplice gesto uno spreco d’acqua. Ma di questo ne parlerò più in là. Concentriamoci un attimo sul «bilancio» di questa «moda»: al 24 agosto sono stati realizzati circa 2,4 milioni di video per un incasso mondiale di 70 milioni di dollari. L’anno scorso, nel medesimo periodo, il contatore si era fermato a 2,4 milioni. Insomma: 35 volte di più. Non è affatto poco. Stando a quanto dichiarato da Massimo Mauro, presidente dell’ AISLA (http://www.aisla.it ): «Da un mese tutto il mondo parla della ricerca sulla Sla: era una malattia dimenticata, ma adesso non lo è più grazie a questa vera e propria campagna di comunicazione». «Non ci sono dubbi, che l’idea delle secchiate d’acqua gelata abbia un “valore straordinario, considerando quanto in Italia sia difficile donare poiché, al contrario di quanto avviene negli Usa, le donazioni non sono detraibili». Dichiarazioni che: 1) rafforzano la bontà dell’ Ice Bucket Challenge; 2) ci offrono l’opportunità di comprendere come procedono secchio, acqua e freddo nella penisola. Allora, riconsideriamo quanto è stato raccolto nel mondo: circa 70 milioni di dollari. Ora quantifichiamo il contributo nostrano: circa 33mila euro (fonte: http://www.aisla.it ). In pillole: abbiamo contribuito solo per lo 0.47%. Vero, come dice Massimo Mauro, in Italia le donazioni non sono detraibili. Ma quanto vuoi detrarre da un contributo, anche simbolico, di 1, 5, o 10 euro? Soprattutto, fino a che punto è moralmente giusto (giuridicamente parlando, sarebbe pienamente legittimo) pensare alle detrazioni nel momento in cui sai che, banconote e monete che offri sono destinate a combattere una malattia che, una volta che ti prende, ti mangia i muscoli senza alcuna possibilità di salvezza? E poi, quanto può essere solida una affermazione del genere: «Buttarsi l’acqua addosso è uno spreco, meglio donare e basta!». I numeri parlano chiaro: in media ciascun italiano ha donato 55 centesimi di euro, bagnato o meno. In poche parole: siamo tra i bassifondi della solidarietà. Non c’è «ma» che tenga: dopo l’innalzamento del livello di intolleranza verso gli stranieri, con picchi che spesso toccano la soglia del razzismo, conosciamo dei passi indietro notevoli anche nel settore della solidarietà sociale, che pure ci ha sempre contraddistinto nel mondo. Colpa della crisi? Forse. Eppure, paradossalmente, questa triste congiuntura economica è (anche) un’occasione da non perdere: risparmiare, tirare la cinghia etc. potrebbe essere l’occasione per dare una sferzata alle nostre abitudini di vita che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono andate al di là di ogni nostra logica comprensione. Riflettiamo un secondo: usiamo la macchina per destinazioni lontane, ma anche per raggiungere il supermercato a 250 metri da casa; accendiamo la luce della camera da letto e spesso dimentichiamo di spegnere quelle della cucina e del bagno; teniamo accesi (quasi contemporaneamente) televisione, lavatrice e lavastoviglie; andiamo a fare spesa, prendiamo una caterva di prodotti alimentari e, spesso, buona parte finiscono scaduti nella pattumiera etc. Tutto questo senza pensare che molte risorse non sono inesauribili, e non tutti ne godono in misura equitativa. E così, arriva il fatidico giorno dell’ EarthOver Shoot Day, ogni anno sempre più precoce. Insomma, nel momento in cui ci indigniamo per un po’ di H2O sui nostri crani, per il resto dell’anno non proferiamo parola riguardo il fatto che, sempre più in fretta, il pianeta Terra consuma le sue risorse, destinate a tutta l’umanità per l’intero anno. Provo a spiegarlo meglio: quest’anno l’EarthOverShootDay è caduto il 19 agosto. Da quel momento la Terra è «in riserva»: tutto ciò che consumiamo dal 19 agosto è in realtà quanto era stato destinato per il 2015. Di questo passo, nel giro di neanche mezzo secolo le guerre fratricide coinvolgeranno ciascuno di noi, perchè acqua, petrolio, generi alimentari… – con tanto di cambiamenti climatici – saranno talmente scarsi che potranno soddisfare pochissimi abitanti sul pianeta. Che strano questo mondo: ci si indigna per due gocce, ma si tace sullo «Tsu – Nami» che potrebbe colpire ciascuno di noi.

                            DONARE DALL’ITALIA

In principio vi era Tangentopoli, la drammatica fine della I° Repubblica e la speranza di crearne una seconda più pulita e onesta, con un sistema istituzionale più funzionante ed incisivo nella vita di tutti i cittadini italiani. Poi ci fu l’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica, e le speranze di cambiamento andarono a farsi fottere, sostituite da leggi ad personam, americanizzazione della politica, etichettature ad avversari politici e magistrati etc. Erano anche gli anni del centrosinistra, dell’Ulivo, dell’Unione, delle spaccature interne e dei governi che cadevano dopo poco tempo. E poi, il grande momento, l’occasione storica per eccellenza: le elezioni del febbraio 2013, che sembravano trasformare il governo Monti in una fase di transizione dalla seconda alla Terza Repubblica. Esito: crollo dei partiti tradizionali e boom del M5S, 101, Bersani che fallisce nella mediazione con Grillo e Governo Letta. Di nuovo: fine delle speranze di cambiamento. Fino ad arrivare ad oggi: Matteo Renzi attuale Presidente del Consiglio e 40% del PD alle Europee. Di treni ne abbiamo persi tanti, ma la cosa più grave è che abbiamo perduto qualcosa di più, un nostro modo di essere e di fare politica, di dialogare e non insultare, di vedere nell’avversario politico (appunto) un avversario e non un nemico, di vedere nella politica un campo ove si parla, si scambiano idee etc. e non un campo di guerra. In passato, dei delinquenti implicati in Mani Pulite non avrebbero mai avuto una seconda occasione per far danni 20 anni dopo, in occasione di Expo2015. Eppure sarebbe il male minore, perchè sarebbero sempre le stesse persone: non ci sarebbero, cioè, altri soggetti ex novo. In passato, un Giorgio Almirante avrebbe potuto salutare il suo «nemico storico» Enrico Berlinguer nel suo ultimo viaggio; oggi, un grave problema di salute è l’unica occasione (quasi) per vedere un gesto di umanità da parte di un avversario nei confronti di un altro. Soprattutto, era più facile vedere politici competenti, sicuramente attaccati ai loro interessi in molti casi, ma in grado di saper misurare le parole ed il proprio pensiero. Oggi invece assistiamo ad una seria degenerazione di tutto ciò: i giudici “antropologicamente diversi”, gli italiani “coglioni” che votano a sinistra, il “tricolore” con cui ci si pulisce il c**o etc. sono ormai espressioni superate, figlie di un passato che ci stiamo lasciando alle spalle. Oggi si preferisce proporre il dialogo con i terroristi, magari elevandoli a soggetti del diritto internazionale (Alessandro Di Battista), tanto “sti cavoli” che decapitano persone, seppelliscono vivi uomini, donne e bambini… Oggi c’è il coraggio di supporre “una coincidenza” tra la decapitazione di un giornalista americano e i raid americani (Davide Bono), senza il minimo rispetto per l’orrore provato dalla famiglia… La cosa peggiore è che tutto ciò è frutto di chi, 1 anno fa, si era presentato come il nuovo, la Rivoluzione… Si fosse trattato di estrema destra, di Lega Nord, uno neanche si stupiva più… In Italia abbiamo pagato l’onestà ad un prezzo troppo caro: abbiamo ucciso l’etica in cambio di incompetenza.