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Partiamo innanzitutto da un fatto positivo, ma nettamente sottovalutato da media ed opinione pubblica nazionale: il rilancio dell’attività sindacale. Piaccia o meno, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha il «merito» di aver «risvegliato» l’azione politica (in buona parte) del sindacato italiano. Si dirà che ciò, una volta che si parla di riforma del lavoro, di art.18 etc. è abbastanza scontato. In realtà non è così. Matteo Renzi veniva da una serie di importanti vittorie: il 40% alle Europee, l’approvazione (parziale) di leggi importanti (sistema elettorale, Senato etc.) … Inoltre, il sindacato veniva da un periodo difficile, caratterizzato da notevoli divisioni (si pensi solo ai battibecchi Camusso – Landini). Aggiungendo poi il fatto che Renzi almeno fino ad ora ha goduto di una elevata fiducia tra i cittadini italiani, realizzare una manifestazione di successo sembrava cosa con un elevato coefficiente di difficoltà. Invece, la CGIL è riuscita a portare oltre un milione di persone a Piazza San Giovanni. Certo, è un numero lontanuccio da quei 3 milioni che una decina di anni fa Sergio Cofferati portò al Circo Massimo. Ma, tenendo conto della diversa situazione politica, sociale ed economica, è comunque un grosso risultato. Non dimentichiamoci infatti che – agli inizi del nuovo millennio – la partecipazione politica in tutte le sue forme era nettamente superiore rispetto ad oggi. Insomma, non sia mai che l’atteggiamento di sfida del governo nei confronti di parte dell’associazionismo politico non diventi, in qualche modo, una cura salutare.

Dopo aver dato largo spazio a tale aspetto, possiamo ora addentrarci negli innumerevoli spunti che il 25 ottobre 2014 ci lascia: un Partito Democratico diviso tra Piazza San Giovanni e Leopolda, la proposta di depotenziare lo sciopero nel settore pubblico, la stessa abolizione dell’art.18 etc. Senza avere la presunzione di trattare tutto, cerchiamo di realizzare una qualche riflessione.

Innanzitutto, il Partito Democratico dimostra di avere due linee abbastanza differenti. A Piazza San Giovanni si raccoglie la minoranza di sinistra, che non intende cedere riguardo l’abolizione dell’art.18, che propone di rivedere l’accordo politico sulla riforma del lavoro approvata anche da Brunetta e Sacconi. A Firenze invece si riunisce la «maggioranza» del principale partito italiano. La Leopolda 2014 è l’edizione che cambia pelle alla kermesse: da evento di proposta, di cambiamento, di lancio di una nuova classe dirigente, diventa una non meglio definita manifestazione di incontro tra governo (o solo “maggioranza PD”?) e società civile. Insomma, è un bell’intrigo. D’altronde, se veramente l’art.18 è la causa principale (o, comunque una delle cause maggiori) della precarietà del sistema lavoro in Italia, allora sarebbe stato molto più semplice se, fin dall’epoca del governo Berlusconi 2001 – 2006 si fosse avallata la sua abrogazione. Invece, come sappiamo, non è stato così: l’art.18 ha resistito a Silvio Berlusconi, non è stato oggetto di discussione durante il secondo governo Prodi, è stato parzialmente toccato da Mario Monti, fino ad arrivare alla situazione attuale. La questione si complica ulteriormente se si pensa che la stragrande maggioranza di deputati e senatori democratici è favorevole alla sua cancellazione, pur essendosi candidati nel 2013 con il programma Italia Bene Comune che non sosteneva affatto tale tesi. Chiudiamola così: un fulmine sulla via di Damasco. Riguardo la Leopolda: quale è il suo vero ruolo? Le risposte possono essere diverse. Potrebbe trattarsi di un momento di incontro tra partito, imprenditori e società civile in generale, come abbiamo già accennato. Ma, fino a prova contraria, il Partito Democratico ha un organizzato sistema comunicativo, fatto di feste dell’unità, circoli,federazioni, un impianto web notevole. Insomma, gli strumenti non mancano. Allora, la Leopolda è forse un momento di dibattito e riflessione tra l’istituzione governo e la società civile medesima? Anche in questo caso conviene utilizzare il verbo potere al condizionale. Perchè? Il motivo è semplice: il governo ha il diritto / dovere di avere un dialogo costante con il resto del Paese; sembra dunque superfluo realizzare una ulteriore manifestazione per sancire ciò. Nodi. Nodi che solo il tempo ci aiuterà a sciogliere. Forse.

In attesa che il tempo lavori per noi, abbiamo altro di cui parlare. Scegliamo un argomento a caso: le parole di Davide Serra. In pillole: scioperare è un costo, è un’azione che favorisce la disoccupazione. Quindi, limitiamolo. Ecco, qui comincerei a preoccuparmi seriamente. Basta avere un attimo libero e pensare: 1) si danno 80 euro al mese ad alcune delle categorie meno abbienti. E ci può stare, se però ciò viene seguito da altre azioni volte a realizzare un vero e proprio incentivo economico per consumi e redditi. 2) Si danno 80 euro in più alle neo – mamme per un determinato periodo. Qui il campanello comincia a suonare: nel momento in cui trovi risorse per sorreggere il «peso dell’infanzia» forse sarebbe opportuno favorire la realizzazione di asili nido. Anche perchè, dare contributi economici in tale modo, rischia solo di favorire la «sedentarietà» delle mamme. 3) Si propone di depotenziare lo sciopero. Il campanello comincia a farsi insistente. Davide Serra motiva questa sua proposta con il fatto che scioperare non fa altro che creare disagi, imponendo agli utenti di sopportare disservizi, agli imprenditori stranieri di «avere pazienza» nel completare gli affari nel nostro Paese etc. Quindi, facciamo così: permettiamo di scioperare, ma facendo in modo che le persone lavorino non danneggiando gli altri. Chiaro no? D’altronde, nella storia gli scioperi sono stati esempio di protesta e di efficienza lavorativa allo stesso momento. Qualsiasi libro di storia può dimostrare ciò (!).

Senza girarci troppo intorno: unendo i 3 punti sembra di vedere una parvenza di programma mussoliniano. Intendiamoci: non è il preludio al ritorno dell’autoritarismo nel nostro Paese, ma è semplicemente un modo per dire che certe ricette già in passato non hanno funzionato.

Infine, una critica doverosa nei confronti del palco di S.Giovanni. La piazza, con il suo milione di persone, è stata meravigliosa. Ma, dal palco le voci che si sono susseguite non hanno dato segnali innovativi e propositivi. Sinceramente, una manifestazione nata per smontare le ragioni del Jobs Act, è finita lasciando irrisolti gli interrogativi. E, forse, ha legittimato l’azione del governo.

 

 

IO HO FIRMATO

on 21 ottobre 2014 in ANGELO CIOETA Commenti disabilitati su IO HO FIRMATO

Manifestazione_PDContributo alla Discussione della Direzione Nazionale PD del 20 ottobre 2014

 

Il documento è stato prodotto da dirigenti, iscritti ed elettori del PD con la speranza di poter dare un contributo utile alla discussione presso la Direzione Nazionale del PD sul tema della Forma Partito in programma oggi, lunedì 20 ottobre.

Il documento intitolato “Per un Partito democratico e partecipato” ha l’obiettivo di cercare alternative all’organizzazione politica del PD. Un partito che, pur all’apice dei risultati elettorali, vede ridurre drasticamente la partecipazione alla vita del partito.

Alla base della proposta: dare un ruolo partecipato agli iscritti, ripensare la funzione delle primarie, una più chiara trasparenza a ogni livello dei bilanci, una riorganizzazione più adeguata ai nostri tempi, soprattutto nelle aree metropolitane. La creazione di una scuola di amministrazione per gli eletti e i loro collaboratori; la costituzione di un gruppo di lavoro per scrivere il regolamento dei referendum interni, mai attuato anche se previsto dallo Statuto.

“Per un Partito Democratico e Partecipato”

Un partito che vuole realizzare il sogno di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi degli Stati Uniti d’Europa, deve lavorare per superare l’attuale modello intergovernativo che si distingue per gli egoismi nazionali. Il modo migliore è dare senso alla sua adesione al PES, contribuendo alla trasformazione dello stesso, da sommatoria di partiti nazionali in un vero e proprio partito europeo trasnazionale, con l’obiettivo di contribuire alla creazione di una vera politica europea che punti sul lavoro e sui diritti, capace di stimolare la nascita di un welfare europeo impegnato a redistribuire la ricchezza in modo più equo.

Il Partito democratico, come gli altri corpi intermedi, sta attraversando una lenta metamorfosi che lo sta allontanando sempre più dalla propria base.

Le cause sono molteplici e vanno ricercate su vari fronti: la trasformazione della società sempre più connessa alla rete e sempre più frammentata; le primarie che hanno permesso – in particolare negli anni in cui è mancato un confronto attraverso i congressi – di votare per l’elezione degli organi del partito, segretario e assemblea a ogni livello, senza essere iscritti; la concorrenza dei talk show, dove grazie all’interazione dei social forum e ai temi trattati si può partecipare alla discussione.

Tutto ciò si mescola nel vento dell’antipolitica generato dalla cattiva politica e scoraggia l’iscrizione al partito. Infine, bisogna aggiungere il modello alternativo del Movimento 5 Stelle che ha fatto del web un strumento organizzativo utile, immediato ed economico.

Il Pd nacque con l’intento di aprire spazi di partecipazione dei cittadini alla vita politica cercando di integrare il modello tradizionale con uno più aperto. Ma il risultato, in buona parte, è consistito nella ricerca di posizioni verticistiche a tutti i livelli, ciò ha trasformato il Pd in un partito degli eletti e dei comitati elettorali riducendo la partecipazione dei cittadini alle sole primarie, nonostante lo Statuto preveda momenti di partecipazione più ampi come i referendum interni.

Il rinnovamento deve necessariamente passare attraverso l’apertura alla partecipazione dei cittadini utilizzando il metodo della condivisione attiva delle conoscenze, prevedendo la possibilità a vari livelli di partecipazione che implicano, di conseguenza, diversi oneri e responsabilità per chi è iscritto e chi non lo è.

E’ necessaria anche una più chiara trasparenza dei bilanci, insieme ad una equa ridistribuzione delle risorse economiche, soprattutto sui territori, per razionalizzare le sedi, contenere i costi e rafforzare il partito dando nuova centralità ai circoli.

Un partito forte non teme ma valorizza il dissenso, può crescere esaltando le diversità di opinioni, non deve temere chi resta, ma chi lo abbandona perché non si sente ascoltato. Un partito sano ha un rapporto trasparente e sereno con il potere, non occupa le cariche pubbliche a scapito di merito e competenze, ma rivendica la sua autonomia dallo Stato ed esercita la sua responsabilità per un futuro migliore.

La democrazia rappresentativa va incalzata con le nuove possibilità offerte dalla democrazia partecipativa e deliberativa, perché la democrazia non si esaurisce nella forma: non si applica, ma la si fa vivere. Si possono sperimentare da subito, anche attraverso la rete, occasioni di partecipazione e di deliberazione collettiva: non solo attraverso referendum (democrazia deliberativa) ma assemblee di discussione informate (condivisione cognitiva).

La partecipazione a sua volta implica un recupero di valori etici e di responsabilità collettiva, una diversa visione dell’eletto al servizio dei cittadini. La vecchia idea dell’uomo solo al comando non è più adeguata alla nostra complessità sociale. Ma la partecipazione non è semplice disponibilità all’ascolto. È necessario stabilire un autentico dialogo attivo con i cittadini per costruire insieme una democrazia orizzontale in cui paternalismo, verticismo, autoreferenzialità, trasformismo, opportunismo – vizi tipicamente italiani – dovrebbero essere visti come elementi appartenenti a un passato che non vogliamo ripetere.

A tale scopo dovremo riuscire a individuare e abbattere quelle barriere che oggi impediscono il dialogo, a cominciare dal linguaggio. Perché se nella fase dell’analisi è scontato che i concetti siano espressi con il linguaggio che le discipline sociologiche, giuridiche, politologiche richiedono, poi nello svolgimento del dibattito e nella comunicazione allargata bisogna fare uno sforzo per andare oltre superando il “democratichese” e le formule involute del “politichese” che ci allontanano dai cittadini.

Mettere al centro il concetto di partecipazione significa, per esempio, non limitarsi a individuare candidati segretari e candidato premier, ma adottare gli stessi criteri per l’elezione dei gruppi dirigenti a ogni livello e per partecipare ai processi decisionali.

Pensiamo che si possa realizzare davvero un partito aperto al confronto con i cittadini che usi strumenti di democrazia partecipativa e orizzontale in un progetto coerente che auspichiamo possa essere approvato in tempi rapidi.

Un partito meno burocratico, più coerente tra il “dire” e il “realizzare”, più trasparente nella gestione delle risorse, con una organizzazione più razionale ed efficiente. Da qui l’esigenza di modificare i regolamenti per:

  • Cambiare il sistema di elezione delle assemblee elettive, con sistemi di ponderazione per valorizzare il peso degli iscritti;
  • Creare una Scuola dell’amministrazione, aperta agli eletti e ai loro collaboratori;
  • Costituire un gruppo di lavoro per scrivere il regolamento dei referendum interni;
  • Dare vita ad una fondazione unica sul modello del SPD;
  • Istituire albo interno dei collaboratori degli eletti e riorganizzare le Federazioni tenendo conto dei costi e delle nuove esigenze che le Aree Metropolitane impongono;
  • Spostare una parte del potere decisionale ai circoli e agli elettori aggiornando gli strumenti per la consultazione della base;
  • Formare una rete di Forum tematici concepiti come organismi di partecipazione, aperti a iscritti e non iscritti.

Quindi razionalizzare risorse e strutture, rivalutare il grande capitale umano sono i punti centrali della riforma che può essere avviata dopo un processo di spending review interno, con l’intento di migliorare il rapporti tra eletti, partito e cittadini.

Il cuore della riforma deve riuscire a trasformare i circoli, da luoghi chiusi a spazi della partecipazione alla vita pubblica, razionalizzando le sedi e responsabilizzando il territorio a coinvolgere la società nella vita del partito. Aprendo gli spazi alle associazioni, ai comitati locali, al mondo del lavoro e sindacale, alle imprese e al sistema cooperativo, e coinvolgerli nei processi decisionali e nel delicato lavoro di ricostruzione del tessuto sociale, lacerato dalla crisi.

In questi anni la politica ha dimostrato che le competenze sono importanti per governare e per controllare l’operato di chi governa, in particolare negli enti locali e nelle regioni, dove sprechi e scandali incidono maggiormente. Così diventa importante la Scuola dell’Amministrazione, aperta agli eletti ed ai loro collaboratori, orientata alla promozione della partecipazione, alla tutela del bene comune e della legalità, con la possibilità di usare l’e-learning e di verificare la preparazione dei partecipanti, prima di assumere qualunque incarico.

Infine, l’albo interno dei collaboratori degli eletti nelle Istituzioni dei vari livelli (parlamentari, consiglieri, assessori), nel quale siano indicate in trasparenza professionalità, competenze ed esperienze utili a migliorare il lavoro degli eletti e il rapporto di quest’ultimi con il partito e con i cittadini.

Particolare attenzione va rivolta alle Aree Metropolitane che imporranno una necessaria ristrutturazione del modello organizzativo del partito, decentrando e allo stesso tempo omogeneizzando i territori per rafforzarne il potere, con l’obiettivo di contribuire a governare meglio l’Area metropolitana e pensare allo sviluppo del territorio.

Il modello di riferimento è quello delle sub-federazioni che, partendo dalla divisione del territorio in 4 quadranti e da un’area centrale, tenga in giusta considerazione le caratteristiche socio-economiche dei territori coinvolti e risulta più funzionale, anche grazie alla connessione con i Forum tematici.

Attivi su tutta l’Area e concepiti come organismi di partecipazione, aperti a iscritti e non iscritti, i forum tematici non possono restare palestre di discussione separate dai momenti decisionali e, a volte, avulse dal contesto politico più generale. Occorre introdurre l’obbligo per gli organismi dirigenti di prendere in considerazione le proposte dei forum.

In questo modo le federazioni periferiche potranno diventare centrali nell’azione politica del partito e allo stesso tempo potranno tornare a essere fucine di buona politica.

Primi firmatari

  1. Fabio Luciani – Assemblea Nazionale PD
  2. Raffaele Viglianti – Assemblea Nazionale PD
  3. Susanna Crostella – Direzione Romana PD
  4. Gloria Monaco – Assemblea romana PD
  5. Valentina Martino Ghiglia – Assemblea Romana PD
  6. Patrizia Patrignani – Direzione Regionale PD Lazio
  7. Aldo D’Avach – Direzione romana PD
  8. Marco Gentili – co-presidente Ass. Luca Coscioni, consigliere comunale PD Tarquinia
  9. Daniela Spinaci – Assemblea Nazionale PD
  10. Nicoletta Guelfi – Assemblea Nazionale PD
  11. Raffaele Micangeli – Segretario GD Rieti
  12. Giulia Bernardini Salvagni – Iscritta Circolo PD Monteverde Donna Olimpia
  13. Roberto Ceccarelli – Iscritto Circolo PD Mazzini, Roma
  14. Serenella Ranucci – Direzione Regionale PD Lazio
  15. Claudio Lombardi – Iscritto Circolo PD Capannelle, Roma
  16. Bernardino De Marco – Consigliere Comunale e Provinciale PD Rieti
  17. Enzo Genovese – Direttivo Circolo PD Ardeatina-Montagnola
  18. Ugo Baistrocchi – Attivista Partecipadem
  19. Carla Zironi – Segreteria Circolo PD Ladispoli
  20. Maria Elisa Pacifici – Direttivo Circolo Breda-Giardinetti
  21. Elisabetta Destasio – Direttivo PD Fiumicino (Rm)
  22. Guido Bianchi – Direttivo PD (dimissionario) Frosinone (Lt)
  23. Ileana Parasassi – Assemblea Romana PD
  24. Giovanna Frunzio – Circolo PD Formia (Lt)
  25. Francesca Valeriano – Circolo PD Formia (Lt)
  26. Salvatore Venuleo – Coordinatore Circolo on-line PD “Attilio Tonelli”
  27. Gabriella Della Fera – Attivista Partecipadem
  28. Emanuele Rallo – Consigliere Comunale e Direttivo circolo PD di Oriolo Romano
  29. Brunello Tirozzi – Attivista Partecipadem
  30. Cinzia Lancia – Assemblea Regionale PD Lazio, circolo Woody Allen Roma
  31. Roberta Pierro – Circolo PD di Gaeta (Lt)
  32. Catia Cialé – Attivista Partecipadem
  33. Saverio La Sala – Attivista Partecipadem
  34. Loredana Salerno – Circolo PD di Gaeta (Lt)
  35. Samantha Corvaro – Assemblea Regionale PD Lazio
  36. Bianca Maria Frabotta – Attivista Partecipadem
  37. Alessandra Borsini – ex iscritta PD Alessandrino, Roma
  38. Salvatore Porrello – ex-iscritto, ex Segretario del Circolo Casalotti, Roma
  39. Gabriele Verrecchia – Direttivo del Circolo PD Campagnano di Roma
  40. Erica Antonelli – Consigliere Comunale PD Fiumicino
  41. Piero Silva – Iscritto PD Caprarola (Vt)
  42. Lorenzo Camilli – Direzione provinciale PD Rieti
  43. Patrizia Pocheschi – Iscritta Circolo PD Cisterna di Latina
  44. Antonio Affuso – Attivista Partecipadem
  45. Laura D’Onofrio – Direttivo Circolo PD Cassino
  46. Mario D’Alessandro – Coordinatore segreteria provinciale di Frosinone
  47. Ivana Baldassarre – Direttivo Circolo PD Cassino
  48. Ernesto Fisucci – Assemblea Provinciale PD Frosinone
  49. Angelo Cioeta – Segretario Circolo PD Giulianello (Lt)
  50. Emanuela Pizzale – Direttivo Circolo PD di Paliano (Fr)
  51. Fernando Cancedda – Coordinamento Pd Centro storico, Roma
  52. Elisabetta Necci – Direzione provinciale PD Frosinone
  53. Pierluigi Sorti – Iscritto Circolo PD Mazzini, Roma
  54. Riccardo Greco – Direzione Provinciale PD Frosinone (dimissionario)
  55. Matteo Russo – Iscritto Circolo Oriolo Romano (Vt)
  56. Leonardo Jero – Iscritto Circolo Grottaperfetta, Roma
  57. Anna Maria Tedeschi – Direzione Provinciale PD Frosinone
  58. Fabio Iovine – Assemblea del PD Roma e del PD Lazio
  59. Mario Tosto – Iscritto Circolo PD Casal Palocco
  60. Antonia Spiezia – Assemblea Nazionale PD
  61. Carla Diddi – Iscritta PD Trastevere, Roma
  62. Serena Ubertini – Direttivo Circolo Alesi di Fiumicino (Rm)
  63. Roberta Strappini – Iscritta Circolo PD Casal dei Pazzi, Roma
  64. Guglielmo Galli – Iscritto Circolo PD Esquilino, Roma
  65. Antonella Baiocco – Segretaria del Circolo PD Contigliano (RI)
  66. Gaetano Capone – Assemblea Romana PD
  67. Enzo Bruno – Segretaria del Circolo PD Grottaperfetta, Roma
  68. Marino Beniamino – Segreteria Circolo Gad,  Ferrara
Se vuoi aggiungerti ai sottoscrittori del documento puoi farlo commentando il post o scrivendomi una e-mail a: luciani.pd@gmail.com

La Lega Nord nacque come partito regionalista, radicato nel territorio e volto a far valere le istanze del Nord. Fu una fusione di vari movimenti regionalisti che trovò la sua sintesi nel suo storico leader Umberto Bossi. Nacque come partito pronto a combattere lo spreco e la malapolitica. Giusto per dirne una: l’epoca di Tangentopoli. L’inchiesta «Mani Pulite» portò all’arresto di tanti esponenti di tutti i partiti tranne la Lega che, almeno fino ad un certo punto, potè permettersi il «lusso» di vantarsi di essere l’unica formazione politica pulita, senza condannati. Soprattutto, basti pensare alla caduta del primo governo Berlusconi («il mafiosone di Arcore», dirà qualcuno). Nel tempo però, si svilupperà la vera natura della Lega. Il partito di Bossi più volte dimostrerà di disprezzare il tricolore e qualsiasi altro simbolo ufficiale dell’Italia («con il tricolore mi ci pulisco il ****, dirà sempre quel “qualcuno”), di vedere il Sud (dal Lazio alla Sicilia, ndr) come «confine» dell’Italia nella migliore delle ipotesi (perchè poi ci sono le espressioni del tipo «Napoli è una fogna», come disse tempo fa un noto parlamentare “padano”). E poi: secessione, il sogno della grande Padania, figlia di una stirpe celtica benedetta dall’acqua del dio Po. Insomma, la Lega Nord si era modellata come partito basato su un mix di concretezza (“legalità”, parola che detta oggi fa ridere; “gli interessi del Nord” etc.), utopia (secessione, Stato padano, popolo discendente da una stirpe celtica, dio Po), razzismo e integralismo (Nord contro Sud, avversità verso persone con carnagione diversa da quella italiana, respingimenti etc.).

Oggi stiamo vedendo una evoluzione della Lega Nord. Se ci fate caso, alle ultime elezioni europee, gli unici partiti che sono cresciuti in modo significativo sono stati: Lega Nord e Partito Democratico. Il motivo, dal mio punto di vista, è il cambio di classe dirigente nel loro interno (nel PD l’affermarsi di Renzi, nella Lega Nord è esploso l’astro di Salvini). E quando una forza politica cresce, evidentemente la strada intrapresa è quella giusta. Dunque, perchè fermarsi? Così, Matteo Salvini ha continuato sulla sua nuova strada: non più solo il Nord come campo di battaglia politica, ma anche il Sud («perchè mangiare le arance marocchine quando ci sono quelle di Sicilia?», dirà sul suo profilo).

Dunque, ecco nascere una futuribile forza politica leghista a Sud. E poi: la battaglia contro le persone aventi un colore di pelle diversa. Dal razzismo vero e proprio, al razzismo – differentismo: gli immigrati non devono venire in Italia perchè ci rubano il lavoro, vengono ospitati in centri a 33,45, 54 etc. euro al giorno… E poi delinquono, mentre gli italiani sono tutte brave persone. Dunque, non cacciamoli come faceva Maroni, facciamo una cosa diversa: respingiamoli ed aiutiamoli a casa loro. Premesso che è un progetto molto semplice, visto che si tratta di dare soldi a stranieri (!!!!) che vivono in condizioni economiche disperatissime, spesso sotto regimi che violano quotidianamente i diritti umani fondamentali, la domanda che bisogna porci è: ma che cosa sta diventando la Lega Nord? Per tutta risposta, mi verrebbe da dire: non è più un partito regionalista, bensì elettorale. Subito una piccola parentesi: parlerò in termini di scienza politica, consapevole del fatto che – pur avendoci fatto un esame – la mia è un’opinione, un tentativo di dare una spiegazione. In poche parole: non intendo affatto paragonarmi agli esperti del settore. Chiusa tale parentesi, torniamo alla questione. Il partito elettorale è un tipo di formazione politica che, piuttosto che basarsi su una ideologia o su, comunque, un determinato tipo di valori, cerca di raccogliere voti assecondando gli umori delle persone. Così, ci sarà il periodo in cui si sarà contrari ai matrimoni gay, ma poi arriverà il momento in cui si capirà che la maggioranza degli italiani è favorevole. Ergo: anche io sarò d’accordo a che gli omosessuali contraggano matrimonio. Fino ad oggi, l’unico vero partito elettorale è stato Forza Italia. Ora, Salvini ci prova con la Lega Nord. D’altronde, basta vedere la manifestazione del 18 ottobre 2014 a Piazza Duomo: il «nuovo corso» si mescola al «vecchio». Ma questa amalgama non sembra riuscire perfettamente. In effetti, al di là della vicinanza «fisica» che può esserci tra due striscioni con su scritto: Prima gli Italiani! / Italia merda! Secessione!, come si potranno mai accomunare due pensieri così divergenti? Per carità, già nel 1994 la Lega Nord si alleò con Alleanza Nazionale, due opposti in fatto di “senso dell’unità nazionale”. Ma ora qui si sta chiedendo uno sforzo gigantesco: trasformare LN in un partito elettorale, che vede il Sud come parte dell’Italia, che vede gli immigrati in una visione razzista – differentista, che li vede come persone da aiutare a casa loro e – contemporaneamente – criticare azioni di esportazione della democrazia (che sarebbe comunque un aiuto a casa di altri), del tipo guerra in Iraq ed Afghanistan.

Insomma, c’è un bel po’ di confusione.

P.S: la fase del “Trota” è evoluzione oppure… ?

Dopo tanto tempo avevo deciso di rivedere una puntata di Servizio Pubblico. Un motivo vero e proprio di questa scelta non ce l’ho: forse perchè mi hanno incuriosito i link della pagina ufficiale, forse perchè le tematiche che si sarebbero trattate spingevano a seguirlo… Resta comunque il fatto che, già prima della fuoriuscita anticipata di Marco Travaglio, la puntata aveva assunto un tono – secondo me – veramente scadente. Le parole di Paolo Villaggio nei confronti degli Angeli del Fango (della serie: troppo facile spalare ora, la colpa del disastro è anche loro) avevano già abbassato il livello della trasmissione. Poi – come già anticipato – è arrivata la sceneggiata del Condirettore de Il Fatto Quotidiano. Cosa è successo? Travaglio ha attaccato l’azione politica a livello locale che ha caratterizzato Genova negli ultimi anni, criticando soprattutto la gestione Burlando. Burlando, presidente della Regione Liguria, risponde chiedendogli cosa avrebbe fatto lui a livello idrogeologico. Risposta: «Mi ha preso per caso per un ingegnere idrogeologico?». E nasce dunque un bel battibecco. Interviene poi uno degli Angeli del Fango, si rivolge a Travaglio e, di nuovo, questi: »«Non devi prendertela con me, ma con chi ha governato la Liguria». Santoro interviene, prova a spiegare al giornalista che nessuno lo sta attaccando. Ma niente, Travaglio si offende, si alza e se ne va. Per approfondire: http://www.corriere.it/spettacoli/14_ottobre_17/lite-diretta-la7-santoro-6b268b66-5582-11e4-af6f-2cb9429035c6.shtml.

Detto questo, al di là del fatto di chi ha ragione e chi no, la puntata di Servizio Pubblico mi ha confermato un pensiero che, fino ad oggi, mi sono sforzato di rifiutare: il Paese si sta sfasciando. Bella scoperta, dirà qualcuno. Sicuramente, lo sfascio economico è sotto gli occhi di tutti, quello sociale anche. Ma ciò che non riusciamo / vogliamo ancora vedere è qualcosa di più grave: l’accentuarsi di una tendenza – tipica nella storia della società italiana – nel trovare il colpevole sempre in un’altra persona, cercando di salvaguardare sé stessi. Nel 2014 abbiamo raggiunto il livello massimo (e forse neanche l’apice, momento in cui teoricamente si sancisce l’inizio della discesa) di tale tendenza, soprattutto grazie a due importanti persone del panorama politico italiano: Beppe Grillo e Matteo Renzi. Il primo ha favorito tali eventi direttamente nella società italiana: il M5S è nato da poco, non potete attaccarlo di responsabilità politiche del passato. Vero, giusto, ovvio, non sarebbe affatto giusto. Chi mai potrebbe affermare il contrario? Ma, nel momento in cui ti criticano il fatto che, al Circo Massimo urli ai quattro venti che i tuoi parlamentari sarebbero andati a spalare quando invece era meglio mantenere il silenzio, mandandoli comunque (o, forse ancora meglio, coinvolgendo solo gli attivisti e lasciare i rappresentanti istituzionali lavorare), e tu fai finta di non capire, allora è tutta un’altra storia. Mi spiego: nessuno attacca il M5S per le responsabilità politiche, bensì la stragrande maggioranza sostiene che ci sono momenti in cui la solidarietà va praticata in silenzio, stop. E allora stai bene a fare copia e incolla di messaggi che rielencano tutti i sindaci di Genova, compresi quasi i governatori dell’epoca della Repubblica Marinara. Però, alla fine si ottiene l’intento: è colpa di chi ha votato PD, di chi ha sostenuto una certa classe politica nell’ultimo mezzo secolo. E’ giusto che ci sia stato un alluvione di tali dimensioni, forse gli elettori ora cambieranno idea. Insomma, cinismo, cinismo, cinismo (basta farsi un giretto sui social networks per accertarsi di ciò). E’ colpa di tutti, però basta che voti M5S e avrai le colpe espiate. Una sorta di protestantesimo grillino. E Renzi? L’attuale presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico è arrivato di recente, però ha già bruciato le tappe (non solo a livello istituzionale!). Anzi, ha un modo di fare più intelligente. C’è una manovra economica che peserà sulle Regioni? Care Regioni, non vi lamentate. Dovete risparmiare! Si abolisce l’art.18 e i sindacati si oppongono? Cari sindacati, fino ad ora avete detto sempre no! I dati economici sono tutti negativi? Basta con i gufi! Insomma: io ci provo, però altre istituzioni mi rallentano.

O è colpa degli altri, oppure gli altri intendono mettere ostacoli. Ma, fino a che punto potrà reggere questa situazione? Non rischiamo di arrivare (definitivamente) al punto in cui ognuno di noi, pensando per sé, attaccherà l’altro di ostacolarlo o di averlo danneggiato? Capiterà forse un giorno che «l’altro», anziché ignorare le accuse o rispondere pacatamente, deciderà di alzare i toni, di usare le mani o peggio? Pensiamoci: si comincia sempre con 1. Poi si fa 2, 4, 8… insomma, uno sviluppo esponenziale si crea, quando si sottovaluta la situazione.

Ecco, la politica in qualcosa sta riuscendo: nello sfasciare una comunità di popolo.

P.S.: e chi se la prende con gli immigrati? E Silvio Berlusconi? E altri ancora? Ho deciso di non parlarne per un motivo: di articoli in tal senso ce ne sono già tantissimi. 

In principio vi era Tangentopoli, la drammatica fine della I° Repubblica e la speranza di crearne una seconda più pulita e onesta, con un sistema istituzionale più funzionante ed incisivo nella vita di tutti i cittadini italiani. Poi ci fu l’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica, e le speranze di cambiamento andarono a farsi fottere, sostituite da leggi ad personam, americanizzazione della politica, etichettature ad avversari politici e magistrati etc. Erano anche gli anni del centrosinistra, dell’Ulivo, dell’Unione, delle spaccature interne e dei governi che cadevano dopo poco tempo. E poi, il grande momento, l’occasione storica per eccellenza: le elezioni del febbraio 2013, che sembravano trasformare il governo Monti in una fase di transizione dalla seconda alla Terza Repubblica. Esito: crollo dei partiti tradizionali e boom del M5S, 101, Bersani che fallisce nella mediazione con Grillo e Governo Letta. Di nuovo: fine delle speranze di cambiamento. Fino ad arrivare ad oggi: Matteo Renzi attuale Presidente del Consiglio e 40% del PD alle Europee. Di treni ne abbiamo persi tanti, ma la cosa più grave è che abbiamo perduto qualcosa di più, un nostro modo di essere e di fare politica, di dialogare e non insultare, di vedere nell’avversario politico (appunto) un avversario e non un nemico, di vedere nella politica un campo ove si parla, si scambiano idee etc. e non un campo di guerra. In passato, dei delinquenti implicati in Mani Pulite non avrebbero mai avuto una seconda occasione per far danni 20 anni dopo, in occasione di Expo2015. Eppure sarebbe il male minore, perchè sarebbero sempre le stesse persone: non ci sarebbero, cioè, altri soggetti ex novo. In passato, un Giorgio Almirante avrebbe potuto salutare il suo «nemico storico» Enrico Berlinguer nel suo ultimo viaggio; oggi, un grave problema di salute è l’unica occasione (quasi) per vedere un gesto di umanità da parte di un avversario nei confronti di un altro. Soprattutto, era più facile vedere politici competenti, sicuramente attaccati ai loro interessi in molti casi, ma in grado di saper misurare le parole ed il proprio pensiero. Oggi invece assistiamo ad una seria degenerazione di tutto ciò: i giudici “antropologicamente diversi”, gli italiani “coglioni” che votano a sinistra, il “tricolore” con cui ci si pulisce il c**o etc. sono ormai espressioni superate, figlie di un passato che ci stiamo lasciando alle spalle. Oggi si preferisce proporre il dialogo con i terroristi, magari elevandoli a soggetti del diritto internazionale (Alessandro Di Battista), tanto “sti cavoli” che decapitano persone, seppelliscono vivi uomini, donne e bambini… Oggi c’è il coraggio di supporre “una coincidenza” tra la decapitazione di un giornalista americano e i raid americani (Davide Bono), senza il minimo rispetto per l’orrore provato dalla famiglia… La cosa peggiore è che tutto ciò è frutto di chi, 1 anno fa, si era presentato come il nuovo, la Rivoluzione… Si fosse trattato di estrema destra, di Lega Nord, uno neanche si stupiva più… In Italia abbiamo pagato l’onestà ad un prezzo troppo caro: abbiamo ucciso l’etica in cambio di incompetenza. 

L’Italia si sa, è un Paese bello e vario, nel bene e nel male. In Italia quando si parla di riforme costituzionali fuoriescono sempre termini come autoritarismo, dittatura e affini come svolta totalitaria etc. Nella (a)normalità (in altri Paesi la “a” non ci sarebbe) raramente si sente parlare di democrazia (anzi, si sostiene che questa non c’è), Stato sociale (quello che siamo sulla “Carta”) e tante altre belle parole. Senza poi contare le contraddizioni insite nel nostro modo di pensare (forse una caratteristica tutta “italiana”).

Insomma, dopo anni di parole e non fatti, da quel di Firenze sbuca un tale Matteo Renzi che, dopo essere stato Presidente della Provincia e Sindaco del capoluogo toscano, perde le primarie per candidarsi a premier ma diventa Segretario del Partito Democratico, riuscendolo a portare al 40,8% alle Europee (il risultato più alto di sempre) e mettendo in ginocchio il suo principale avversario: il M5S. Ovviamente, non bisogna dimenticarci della «sfiducia» a Enrico Letta e la conseguente ascesa a Presidente del Consiglio. Insomma, la democrazia per Renzi è stata (soprattutto) gioie e dolori, con le preferenze in buona parte ci ha costruito la sua carriera politica. Tutto questo per dire che l’attuale maggioranza che sostiene il premier è legittimata a fare le riforme costituzionali e non ? Assolutamente no. Innanzitutto sfatiamo un mito: il 40.8% raggiunto il 25 maggio. Sicuramente il ritorno alle piazze per rispondere alle folle pentastellate sono state un fattore importante, gli 80 euro in più in busta paga ad alcune fasce della popolazione anche. Ma, quel risultato è figlio soprattutto di altri fattori: il #vinciamonoi aggressivo e violento dei grillini, le polemiche interne e le espulsioni in Parlamento del M5S, la leadership di Silvio Berlusconi che si indebolisce con il passare degli anni e la spaccatura con il Nuovo Centrodestra, l’agonia di Scelta Civica e Sinistra, Ecologia e Libertà etc. Insomma, nonostante le diverse posizioni all’interno del PD, questo è l’unico partito solido a livello strutturale, capace di fronteggiare tutti gli ostacoli posti sul suo cammino. E di questo la popolazione ne tiene conto al momento del voto.

Detto questo, torniamo al tema delle riforme costituzionali. In questi giorni si sta parlando dell’approvazione in prima lettura riguardo la riforma del Senato (potete consultare il contenuto qui oppure qui).Alla maggioranza PD – LEGA – FI che ovviamente difende il testo, risponde una minoranza composta da M5S – DISSIDENTI PD E FI – SEL che lanciano serie critiche. Fino a qui (fortunatamente), nulla di strano e tutto legittimo. I problemi iniziano dopo e (soprattutto) al di fuori delle aule parlamentari: giornali, costituzionalisti, altri esperti del settori ma anche persone che non hanno a che vedere tutti i giorni con queste tematiche, parlano di svolta autoritaria (era autoritario il regime di Benito Mussolini) o addirittura totalitaria (è totalitario il regime nordcoreano). A tal proposito, occorre innanzitutto chiarire il significato di tali termini (se avete tempo, date un’occhiata qui: https://elnuevodia.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/Nuovo-corso-di-scienza-politica2.pdf a partire da pag.56). Inoltre, è curioso evidenziare le contraddizioni espresse dai partiti facenti parte del Parlamento e che oggi attaccano fortemente le intenzioni renziane. Su tutti spicca il M5S. Giusto per rinfrescare la memoria:

  • fu dei grillini la proposta del referendum sull’euro (art.75 della Costituzione Italiana: «Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali »; art.50 Trattato di Lisbona: http://europa.eu/legislation_summaries/glossary/withdrawal_clause_it.htm). L’euro è frutto del Trattato di Maastricht (1992);

  • fu dei grillini la proposta di abolire il fiscal compact (prodotto del Consiglio Europeo, su cui possono intervenire solo i Capi di Stato e di Governo, come stabilito dal Trattato di Lisbona);

  • fu dei grillini la proposta di di abolire il pareggio di bilancio (possibile farlo tramite legge costituzionale, ma bisognerà poi tenere conto sempre del Consiglio Europeo).

Senza poi dimenticare le gaffes sull’età minima per poter essere Presidente della Repubblica (indimenticabile Roberta Lombardi: http://www.blitzquotidiano.it/blitztv/roberta-lombardi-radio-radicale-presidente-della-repubblica-eta-minima-video-1531578/ ), la volontà di introdurre il vincolo di mandato (Art.67: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»). E poi, se proprio vogliamo «rischiare» e parlare di pericoli per la democrazia:

  • non mi pare che sia democratico un sistema che ti permette di candidarti online, prendere una manciata di voti, o meglio di click, da dietro un computer, senza poter avere la certezza di sapere se il voto sia stato libero e segreto (chi mi garantisce che, a fianco del votante, non ci sia stata una persona che “orientava” il voto?). E poi: siamo d’accordo nel dire che ad alcune fasce di età il voto non è accessibile (anziani, disabili etc.) ?. Art.48 Cost.: «Il voto è personale ed eguale, libero e segreto […] Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge. ». Tralasciamo poi che con tutto questo si entra tranquillamente in Parlamento;

  • non mi pare democratico un sistema dove si faccia il tifo per la chiusura dei giornali, delle televisioni e dei partiti, ergendosi contemporaneamente ad unici salvatori della Patria.

Insomma, Grillo e M5S con i termini Costituzione, Democrazia e Trattati non vanno molto d’accordo.

Bellissima (si fa per dire) è la storia di Forza Italia, partito gestito da un condannato in via definitiva per frode fiscale, che si erge a Padre costituente di una Carta secondo cui “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali “ (art.3). Ma qui, piuttosto che la storia personale di Silvio Berlusconi, preme ricordare il tentativo di riforma costituzionale del 2005, capeggiata soprattutto dalla Lega di Umberto Bossi, volta ad instaurare in Italia un falso federalismo ed una vera frammentazione dell’Italia in tanti piccoli Stati quante sono le regioni italiane. Senza poi dimenticare la pazza proposta di inserire referendum popolari sui trattati internazionali: una degenerazione che porterebbe a far dipendere le responsabilità internazionali del nostro Stato dagli umori di persone che, nella stragrande maggioranza non comprendono a fondo la materia. D’altronde, voi affidereste il vostro destino ad un chirurgo che prende consigli da chi non è parte del settore della sanità?

Meglio fermarsi qui e passare poi ad una parte del contenuto della riforma sul Senato. Se si arriverà ad approvazione definitiva, per presentare un disegno di legge popolare serviranno 250mila firme (non più 50mila), per una proposta di referendum 800mila (anziché 500mila). Inoltre, il quorum referendario non terrà più conto del 50%+1 degli aventi diritti al voto bensì di una proporzione riguardante il numero di cittadini che sono andati alle urne alle elezioni politiche. Insomma, in tal senso si presenta una democrazia un po’ più logica e accessibile al cittadino.

Tutto ciò però non basta a convincermi della bontà di questa riforma. Anzi. Logica vuole che le riforme costituzionali le faccia un Parlamento eletto con una legge elettorale legittima (il Porcellum è stato ridimensionato dalla Suprema Corte, seppur si parli di principio di salvaguardia delle istituzioni democratiche), rendere il Senato una Camera non direttamente elettiva rafforza le scelte dei partiti nell’ambito delle loro segreterie, si rischia di passare da un sistema legislativo lento ad uno eccessivamente veloce etc. Insomma, timori di autoritarismi e dittature non ce ne sono, ma per una clamorosa occasione perduta si.

5 mesi fa circa una frana danneggiava seriamente la Tangenziale di Roma nel tratto dell’ Olimpica, impedendone la fruizione a tutti coloro che, sempre o saltuariamente, dovevano utilizzare tale arteria. Un lavoro di ripristino durato troppo, andato a rilento… secondo molti. Parole provenienti soprattutto dall’opposizione di centrodestra, convinta che il recupero della Tangenziale si sarebbe potuto realizzare prima e con costi minori. A tal proposito conviene fare un flashback: durante la giunta di centrodestra targata Gianni Alemanno, la maggioranza di allora si vantò della revoca di un maxiappalto stradale approvato dalla precedente giunta Veltroni (centrosinistra), convinta che tale decisione avrebbe permesso a Roma meno buche e meno allagamenti.

Sappiamo tutti come andò a finire: http://www.unita.it/ambiente/nubifragio-a-roma-bloccate-metro-e-bus-1.343987 . Senza poi dimenticare questo: http://video.repubblica.it/edizione/roma/alemanno-emergenza-neve-a-roma-una-leggenda-metropolitana/116392/114812 (infatti: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/04/falso-profilo-twitter-alemanno-scatena-lironia-reteemergenza-neve-abbandonate-citta/189049/ ). Oggi il sindaco Marino ha dichiarato che «
è
stato un lavoro duro e intenso per rimettere in sesto un danno idrogeologico che metteva a rischio gli abitanti della collina e gli automobilisti. 500 pali impiantati a terra per sostenere il versante, 300 chiodi di 5 metri, 1100 metri cubi di calcestruzzo, 2 trivelle e 20 operai con turni prolungati, per un totale di 18mila ore di lavoro » (fonte: http://cassia.romatoday.it/tangenziale-olimpica-aperta.html ). Non solo: prima del recupero si è realizzata una fase di studio con esperti idrogeologici, si sono analizzate tutte le abitazioni (casa per casa) della zona etc. allo scopo di valutare la soluzione migliore a livello di sicurezza. In poche parole, la giunta di sottoMarino ha deciso di utilizzare una via che oggi in politica sembra essere abbandonata se non, addirittura ridimensionata: la pacata riflessione. Oggi siamo abituati ai grandi annunci, alle opere lampo… Riflettere è un verbo che fa parte del passato. Ecco, innovare significa anche questo: tornare indietro e recuperare ciò che di importante abbiamo perso.

 

Bravo Sindaco Marino.

 

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GRILLO RIDIMENSIONATO DA RENZI

on 15 giugno 2014 in POLITICA Commenti disabilitati su GRILLO RIDIMENSIONATO DA RENZI

Alla fine Matteo Renzi l’ha spuntata: M5S ridimensionato e costretto ad aprirsi ufficialmente al dialogo con il Partito Democratico. I pentastellati passano dalla politica bellica alla diplomazia. «Se non puoi batterli, unisciti a loro si dice». Per quanto sia critico nei confronti dell’operato di Matteo Renzi, devo riconoscere una notevole sagacia nella sua persona riguardo le modalità con cui ha «curato» i rapporti con Grillo ed il suo partito. Renzi(e) è riuscito lì dove avevano fallito Bersani (indimenticabile purtroppo lo streaming con Crimi e Lombardi) e Giuseppe Civati (tragica la vicenda dei 101). L’attuale premier aveva ragione: il Partito Democratico non deve essere passivo, ma deve sfidare Grillo. E così è stato. Dopo 6 mesi di dura lotta, i grillini sono costretti ad un armistizio pesante: cambiare radicalmente la strategia politico – comunicativa. E’ l’8 dicembre 2013: Matteo Renzi diventa segretario del Partito Democratico con una maggioranza bulgara. Durante il discorso della vittoria, il segretario lancia il guanto: «Beppe, firma qui!» dichiarava Renzi(e), intenzionato ad abolire il Senato o, perlomeno, a riformarlo e ad azzerarne le spese. Il M5S confermava la politica del NO. Ma il processo si era innescato, lento ed inesorabile aveva cominciato a mietere vittime. Nel tempo i NO alle 3 proposte di legge elettorale avanzate dal PD e la farsa dell’incontro Grillo – Renzi per le consultazioni (sfociato in una caterva di insulti da parte del primo nei confronti del secondo) avevano delineato una prima immagine di ciò che sarebbe stato il risultato definitivo sfociato alle Europee: Grillo intendeva distruggere, Renzi costruire. Intanto, il «toscanaccio» realizzava uno stupendo salto mortale: smentiva quanto promesso alle primarie e accettava di diventare premier con una maggioranza di fatto uguale a quella guidata da Enrico Letta. E’ un rischio: il PD rischia la scissione. Civati affida agli iscritti del PD il destino della sua area politica. Fortunatamente (per Renzi), il rischio rientra. Ancora, poco prima della fiducia: «Grillo, insieme possiamo fare grandi cose». Di nuovo NO. Il Movimento si ritrova isolato (e perde pezzi soprattutto al Senato): maggioranza PD – NcD – SC (o quel che ne resta) e accordo con FI per le riforme. A poco servono dichiarazioni del tipo «Lo vedete? Fanno accordi con il pregiudicato!»: Renzi chiedendo a loro, comunque rispondevano, si sarebbe coperto le spalle. Poco dopo, si entra nel vivo della campagna elettorale. Il modulo pentastellato è aggressivo: #vinciamonoi. Il PD inizialmente attende, poi si vira: piazze&Matteo Renzi. Le europee diventano una sfida «o noi, o loro!» Vs «Tra speranza e distruzione». I sondaggi danno PD avanti, ma l’aria che tira sembra prospettare un duello all’ultimo respiro. Sorpresa: finisce 40 – 20 per Matteo Renzi. Le giustificazioni (goffe) non bastano (brogli elettorali, colpa dei pensionati etc.). E’ Caporetto, occorre dialogare per salvare il salvabile.

FONTE: http://ilmalpaese.wordpress.com/2014/06/15/grillo-ridimensionato-da-renzi/

ELEZIONI EUROPEE 2014: CORI E GIULIANELLO SI SVEGLIANO «DEMOCRATICHE»

on 10 giugno 2014 in Senza categoria Commenti disabilitati su ELEZIONI EUROPEE 2014: CORI E GIULIANELLO SI SVEGLIANO «DEMOCRATICHE»

Un risultato in linea con il dato nazionale quello registrato dal Comune di Cori alle Elezioni Europee del 25 maggio 2014. Mentre la penisola esprime un’affluenza al voto del 58% circa, Cori e Giulianello raggiungono il 57,18%. Rispetto al 2009, si evidenzia un calo dell’affluenza del 14% (da considerare però che, all’epoca, era possibile votare nell’arco di due giorni).

Il comune lepino si conferma comunque “zona rossa”, con un Partito Democratico che raccoglie il 48,76% dei consensi, staccando di gran lunga il Movimento 5 Stelle (22,46%) e Forza Italia (13,97%). Risultati inaspettati alla vigilia, se si pensa alle tante parole spese riguardo un testa a testa tra PD ( + 15% rispetto al 2009) e M5S (il cui paragone possiamo farlo con le politiche del 2013, trattandosi della prima partecipazione alle Europee: – 1,36 % rispetto ai voti per il Senato; + 1,18% rispetto alla Camera dei Deputati). Debacle di Forza Italia ( – 13% circa rispetto al 2009, seppur all’epoca la formazione era il Popolo delle Libertà).

Anche nella battaglia delle preferenze, il Partito Democratico è di gran lunga il più votato: Simona Bonafè (435), Nicola Danti (340), Roberto Gualtieri (323), Maria Goffredo Bettini (277), Enrico Gasbarra (168), Ilaria Bonaccorsi (155). Riguardo gli altri partiti: nonostante il 22%, ad Agea Laura bastano 48 voti per risultare la «preferita» del M5S. Con molti voti di lista in meno rispetto ai pentastellati, Barbara Spinelli ( L’Altra Europa con Tsipras: 3,23%) fa decisamente meglio raccogliendo 52 preferenze. Ma il primo candidato ad «intromettersi» nel dominio dei democratici è Roberta Angelilli con 140 voti (Nuovo Centrodestra “Alfano” – Udc :6,12%), seguita a pochissime lunghezze dal forzista nonché ex presidente della Provincia di Latina Armando Cusani (133).

Cori dunque si tinge di rosso. Ma è un rosso non più forte come una volta, bensì sbiadito dall’elevatissima astensione, primo vero partito a livello locale e nazionale. Ovviamente, le forze di minoranza non se la passano molto meglio. Escluso il M5S, le altre rischiano di spartirsi le briciole in futuro.

La partecipazione politica è ai minimi storici. Sottovalutare ciò significa favorire il disinteresse verso la politica, non preparare talenti per il futuro locale, non affrontare i problemi economici, politici, sociali etc. Che i risultati delle Europee siano un modo per contrastare una delle maggiori piaghe del nostro tempo: la disaffezione alla politica.

Articolo apparso sul mensile LEPINI MAGAZINE di GIUGNO 2014

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Sembrava una tornata elettorale destinata a finire con il tentativo di sorpasso sul rettilineo finale da parte del M5S sul Partito Democratico. Invece, abbiamo visto che la realtà è stata ben altra: il PD va oltre il 40% e abbatte il record di consenso (a sinistra) appartenente a Enrico Berlinguer ed al PCI (1976, 34.4%), mentre Grillo&Co. scendono addirittura rispetto alle politiche del 2013. Inutile parlare di Forza Italia, ormai destinata ad un declino lento ed inesorabile. Da evidenziare invece la resurrezione della Lega Nord e il superamento dello sbarramento da parte del progetto Un’altra idea di Europa.

Risultati eclatanti, che avranno ovviamente ripercussioni nell’immediato futuro. Renzi ora ha ben 3 possibilità per poter durare come Presidente del Consiglio: 1) continuare con NcD e Scelta Civica, puntando sul fatto che a nessuno dei due alleati conviene (in termini di consenso) staccare la spina; 2) accordo con SEL e fuoriusciti pentastellati; 3) decidere di concludere l’attuale esperienza di governo e ricandidarsi, per giocarsi così la chance di un governo non di larghe intese (i fattori ci sarebbero tutti: Grillo in difficoltà, Forza Italia idem, PD al suo massimo storico etc.).

Ma questa è un’altra storia.

In questo caso conviene soffermarsi riguardo le motivazioni che hanno portato a far saltare tutti i sondaggi che per tutta la campagna elettorale avevano dato ben altri risultati.

Partiamo da ciò che è scontato: il flop M5S. Grillo ha sbagliato completamente la comunicazione elettorale. Partendo dal programma, molto aggressivo ma privo di difese: il referendum sull’euro incostituzionale ai sensi dell’art.75 della Costituzione Italiana e dell’art.50 del Trattato di Lisbona ( https://elnuevodia.altervista.org/si-puo-uscire-dalleuro-istruzioni-per-luso/ ), l’abolizione del fiscal compact non possibile tramite il Parlamento Europeo (è competenza del Consiglio d’Europa) e del pareggio di bilancio (norma della costituzione italiana figlia di un accordo sempre del Consiglio d’Europa) etc. Come a calcio, se mandi tutti avanti è più facile che l’avversario possa segnare in contropiede, soprattutto se i difensori non sono all’altezza della situazione. Dunque, io – militante del PD – incontro persone intenzionate a votare M5S, gli spiego bene le cose… ed ecco che cambiano idea (almeno nella maggior parte dei casi). Altra nota dolente: una lunghissima sequela di insulti, uno più pesante dell’altro ( “peste rossa”, giusto per citarne uno), che hanno solo oscurato le tematiche inerenti l’Europa, i suoi problemi e le sue opportunità. Tantissimi, fortunatamente, danno al voto una forte importanza: voto se so di cosa si parla. Quindi, mi informo ed evito invettive e anatemi. In poche parole: più insulti, più perdi consenso.Terzo: a differenza del Parlamento nazionale, quello europeo è composto da persone scelte dai cittadini dell’UE. In Italia, in questa tornata c’è stata la possibilità di apporre da 1 a 3 preferenze, con tanto di alternanza di genere obbligatoria. Ora, logicamente, il cittadino è chiamato a votare il partito dove trova candidato un esponente che gli ispira fiducia. Quindi, ci avrà parlato, lo avrà seguito nel suo percorso… Insomma, sa quale nome e cognome scrivere sulla scheda. Domanda: se anziché far girare mezzo mondo ai parlamentari 5 stelle, si fosse fatto spendere qualche parola in più ai candidati? Forse non sarebbe stato meglio? Io direi di si. Possibile che i magri risultati alle amministrative ed alle regionali 2013 non abbiano insegnato nulla? Da questa riflessione, ne consegue che le leggi elettorali prive di voto di preferenza sono il sistema migliore per i pentastellati. Quarto: #vinciamonoi. Si dice che i cavalli si vedono all’arrivo. Soprattutto in politica, l’eccessiva sicurezza non paga mai. Cito un precedente: 2 anni fa, nel mio Comune, la coalizione di centrodestra attuò una campagna elettorale fondata sulla certezza di una vittoria scontata (in un comune storicamente di sinistra!). Finì 63 a 37 per il centrosinistra. Senza poi evidenziare il boomerang della promessa mancata di Grillo: «o vinciamo o me ne vado».. Cinque: in Europa o crei una coalizione trasversale tra tutti (o quasi) i Stati membri, oppure non conti nulla. Candidati solo in Italia, senza alcuna alleanza, i grillini ora si ritroveranno ad essere una dozzina in un Parlamento di 730 membri. Quindi, ci si trova davanti ad un bivio: andare da soli mantenendo la linea tradizionale oppure allearsi con qualcuno? Eventualmente, allearsi con chi (Le Pen, Juncker, Schultz… )? A chiunque venga dato l’appoggio, verrebbe meno uno dei principi cardine del movimento: andare da soli, senza alcun accordo con altri. Inoltre, una volta realizzata l’alleanza, per forza di cose la politica pentastellata dovrà seguirne il relativo orientamento (di sinistra se con Tsipras, di estrema destra con la Le Pen etc.). Sei, un anno al Parlamento da cui fuoriescono pochissime cose: rimborsi restituiti; sequela di no a Bersani, Civati e Renzi; no alla proposta di legge sul voto di scambio politico – mafioso, al decreto sulla Terra dei Fuochi… e tante, troppe agorà. Ai cittadini verrà pure in mente come fanno dei parlamentari della Repubblica Italiana a stare in tantissimi posti d’Italia e in Parlamento. Insomma, incontrare i cittadini si, ma ogni tanto bisogna anche restare nel palazzo (assenteismo al 30% mica è poco!).

Candidarsi alle Europee è stato un atto coraggioso ma, qualunque fosse stato il finale, avrebbe portato solo ad uno svilimento del ruolo M5S in politica. Ora, recuperare la credibilità perduta sarà difficilissimo, soprattutto se si continuerà con la medesima linea di intransigenza. Senza poi contare le scelte che dovrà effettuare a Strasburgo, su cui mi sono soffermato prima. In pillole: avere raggiunto le massime istituzioni nazionali era più che sufficiente.

 

 

E’ necessario riorganizzare la macchina, perchè l’effetto novità è ormai scomparso.