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(PD) Politico Dizionario

on 20 dicembre 2016 in ATTUALITA', ITALIA, POLITICA Commenti disabilitati su (PD) Politico Dizionario

Articolo pubblicato sul seguente link: http://www.wtnews.it/6985/editoriali/pd-politico-dizionario

Bandiere-Pd-685x320La sconfitta al referendum del 4 dicembre è stata tutt’altro che innocua. Sicuramente, ha fatto saltare i nervi all’interno del Partito Democratico, già dilaniato da lotte interne che ora sono emerse, forse, in tutta la loro aggressività. Ne è testimonianza l’intervento di Roberto Giachetti nell’Assemblea Nazionale del PD del 18 dicembre 2016, nel quale ha espresso i suoi rilievi riguardo l’adesione ad un clima più unitario all’interno di quella che è oggi la principale forza governativa e partitica del Paese. Parole coraggiose, politicamente aggressive e sincere, che non hanno nascosto l’invito alla minoranza interna a riflettere se restare o meno nel partito e che non hanno esitato ad etichettare Roberto Speranza una faccia come il culo. Con una sola frase, l’intero intervento di Giachetti ha subìto una caduta di stile. Aggravante: si trattava di un intervento fatto in pubblico, all’interno di un organo del Partito Democratico e in diretta streaming, dunque accessibile alla stragrande maggioranza delle persone. Ma il problema, non sono le parole di Roberto Giachetti, bensì il livello di degrado che la discussione politica interna al Partito Democratico sta vivendo da almeno un anno. Andando a ritroso nel tempo, ripercorrendo il 2016, possiamo individuare con facilità espressioni che non sono affatto esempi modello di un linguaggio politico «alto». Poco bella è stata, ad esempio, la frase «lo stile è come il coraggio di Don Abbondio», detta da Matteo Renzi in occasione della Direzione PD del 7 dicembre 2016. Particolarmente imbarazzante è stata, per il sottoscritto, la diatriba su Facebook che si è sviluppata tra il Sindaco del mio Comune (Tommaso Conti) – esponente del Partito Democratico – e un personaggio politico molto noto in Provincia di Latina (Giorgio De Marchis), anche lui in quota PD: un «cafone» di qua, uno «stronzo» di là, un «vaffanculo», altre belle espressioni* ed ecco che sui social ci si dimentica del ruolo istituzionale e della notorietà che si ha, mostrando il lato peggiore della persona. Ci sarebbero altri esempi da elencare, come il «Fassina chi?» di Matteo Renzi, ma qui non conta fare un riepilogo di tutte le oscenità dette dal Partito Democratico e non solo. Il discorso è che bisognerebbe, innanzitutto, cominciare a capire cosa sta succedendo, casomai rispondendo subito alla domanda dove stiamo andando? O meglio, cosa sta diventando il Partito Democratico? Personalmente, non sono più parte di quella storia, avendo lasciato il partito con relative cariche nell’estate del 2015, ma per alcuni fili continuo ancora a sentirmi legato. Fili fragili, che rappresentano il periodo in cui militavo districandomi tra Congressi, Elezioni, dibattiti e gazebo. Ricordo momenti di tensione anche elevati, ma c’era comunque lo sforzo, da parte di tutti, a non sfociare nel volgare e nella mancanza di rispetto verso l’interlocutore. Oggi, di quell’aspetto educativo, sembra restare molto poco: la comunità non è più tale, ma è un luogo (ancor più di prima) composto da persone che tra loro si odiano e fanno a gara per scalare in maniera vorace il partito. È una guerra continua, dunque ogni mezzo è lecito. Peccato, perché il Partito Democratico, fino ad oggi, si era posto come la principale forza politica in grado di contrastare il «Vaffanculo!» del Movimento 5 Stelle e le bassezze di Lega Nord ed altri partiti, proponendo uno stile più armonico, ricco di difetti ma più attento a criticare i problemi che ad etichettare una persona. Dispiace, perché acquisire un linguaggio che non è affatto quello distintivo della propria storia, significa mettere in imbarazzo i militanti, le vere persone coraggiose che spendono buona parte del proprio tempo per divulgare programmi, valori e idee del partito. Delude, perché la discussione politica dovrebbe essere un esempio, un modo per appassionare a questo mondo nuove leve. La strada intrapresa non è affatto positiva: se a questo percorso vi aderisce la principale forza del Paese, allora il livello di guardia diventa massimo. Sarebbe utile, per rimediare, considerare queste parole: «Io credo che la politica stia vivendo uno dei momenti più bassi anche dal punto di vista del linguaggio oltre che dei comportamenti, e che questo non aiuti il Paese. Ormai la rissa è d’obbligo». Guarda caso, parole dette da Roberto Giachetti.

Il “caso Moro” e quel revisionismo che fa bene all’Italia

on 27 ottobre 2016 in ATTUALITA', POLITICA Commenti disabilitati su Il “caso Moro” e quel revisionismo che fa bene all’Italia

Con questo articolo debutto su Walkie Talkie..
Un progetto figo fatto di persone fighe… 

IL “CASO MORO” E QUEL REVISIONISMO CHE FA BENE ALL’ITALIA

Buona lettura!

Caso-Moro
Mi è capitato già due volte di assistere agli incontri del deputato Gero Grassi, in merito al caso Moro. Ascoltare per due ore e poco più quello che è il risultato del duro lavoro svolto (e che è ancora in atto) dalla Commissione istituita per far emergere la verità storica e per capire se combacia con quella ufficiale, significa non solo assistere ma anche contribuire a costruire un futuro diverso e migliore per le giovani generazioni.

Quel 9 maggio ’78 e tutto ciò che ruota intorno alla figura di Aldo Moro ha infatti segnato l’Italia fino ai giorni nostri; l’alone di mistero – figlio di depistaggi, della decisione di imporre il segreto di Stato per un lunghissimo periodo etc. – nel quale tutta la questione è caduta, ha sicuramente contribuito a costruire un Paese che poco e male sa della sua storia repubblicana, che di questi 70 anni conosce solamente l’infarinatura che si fa a scuola. Ma l’opera di Gero Grassi e della Commissione sul caso Moro, la possiamo considerare la cura per quel muro di omertà che troppo spesso nel nostro Paese si innalza.

Quando si va ad ascoltare Gero Grassi, si va ad assistere anche (forse) alla più grande opera di revisionismo dal dopoguerra ad oggi. Detto così, sembra una cosa brutta. D’altronde, Renzo De Felice* è stato notevolmente criticato riguardo i suoi studi sull’effettivo ruolo della Resistenza durante l’occupazione nazifascista (Norberto Bobbio, dopo aver inizialmente difeso l’opera di De Felice, giunse alla conclusione che questi stava attuando un preciso scopo politico, cioè il ridimensionamento del ruolo della lotta partigiana). Ma il Revisionismo altro non è che un metodo di studio e ricerca, un’attività continua di analisi delle fonti volta a mettere alla luce la verità di un determinato pezzo di storia, molto spesso ridotta – nella migliore delle ipotesi – ad una narrazione essenziale, se non addirittura edulcorata.
Il revisionismo è questo, è un continuo ricercare la verità. È ciò che ti permette di scoprire che i «Tondi di Centuripe»* non sono affatto ritratti policromi in terracotta risalenti al III° sec.a.C., ma ai primi del ‘900, dunque trattasi di clamorosi falsi.

E Revisionismo è anche quello della Commissione sul caso Moro. Si tratta di un ottimo vaccino contro il dilagare della storia falsa o manipolata, contro quella narrazione di fatti realizzata soprattutto in nome della «Ragion di Stato».

La verità è illuminante e ci aiuta ad essere coraggiosi, diceva Aldo Moro. Bene, è arrivato il momento di dirla.

*Per approfondire, invito a leggere la fonte da cui ho tratto le informazioni: Revisionismo, breve seminario per discuterne (Simoncelli Paolo).

Fonte: http://www.wtnews.it/6829/opinioni/il-caso-moro-e-quel-revisionismo-che-fa-bene-allitalia

(2° parte)

(1° parte: MANIFESTO DELL’ANTIRAZZISMO)

Dunque, ci siamo lasciati dopo aver fatto una lunga copertina riguardo incomprensioni italiche che, in diversi modi, ci aiutano a comprendere che noi siamo un popolo che spesso ha cercato solidarietà all’estero (ma è restio a fare l’inverso), che ha nella sua storia e nella sua cultura elementi che dovrebbero favorire il processo di integrazione (invece si tende a dimenticare il nostro passato). Inoltre, abbiamo evidenziato come la politica per molti si è ridotta al mero voto periodico e a quanto passa la televisione, causando una standardizzazione dei propri pensieri. Ecco, conviene partire proprio da tale punto: gli effetti della comunicazione proveniente dai mezzi di informazione di massa. A partire dal 1994, anno della prima vittoria di Silvio Berlusconi, soprattutto la televisione è diventata un formidabile catalizzatore di voti, un mezzo che per vincere va assolutamente utilizzato. Ma, la politica è confronto, approfondimento, è arte del governare, è studio etc. E senza tali requisiti, forse occupare gli scranni delle istituzioni non conviene, se proprio si vuol bene alla collettività. Nell’ambito dell’immigrazione capita spesso che a parlare in tv sono politici che assolutamente nulla conoscono del fenomeno, facendolo passare per quello che non è. Sarebbe dunque più giusto far parlare gli esperti, coloro che, nel silenzio, sono a contatto tutti i giorni con la tematica interessata. Siate sinceri: quanti di voi hanno sentito parlare un rappresentate di un centro per rifugiati, un esponente dell’ UNAR (Unione Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) etc.? Ben pochi. Ecco, se ci si impegnasse di più ad informarsi presso gli organi competenti le cose andrebbero meglio per tutti. Detto questo, andiamo a smontare i tanti, troppi, tristi luoghi comuni sugli immigrati.

  • #FERMIAMOLINVASIONE

Nell’aria si percepisce una presenza di immigrati talmente elevata da poter dar vita ad una occupazione dello Stato italiano, ad una cacciata dei «nativi» da «casa loro». Stiamo tranquilli, stando al rapporto DossierImmigrazione2014 (Fonti: http://www.dossierimmigrazione.it/ / http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/30/immigrati-meno-reati-di-italiani.html / http://www.unar.it ), attualmente in Italia sono presenti 5 milioni 364 mila persone su un totale di 60 milioni circa di anime presenti nella penisola. Nel giro di un anno si sono registrati circa 178mila nuovi arrivi.

  • #RUBANOILLAVOROAGLIITALIANI

Innanzitutto, diciamo subito una cosa: chi viene in Italia lo fa non per rubare, bensì per cercare lavoro. Un po’ come fanno i nostri connazionali all’estero. C’è anche da dire che, in buona parte dei casi, gli immigrati decidono di aprire attività inerenti i loro costumi, le loro tradizioni, la cultura che si portano dietro etc. Dunque, ecco fiorire ristoranti indiani, egiziani etc. Ci sarebbe poi un lungo discorso sulle persone che sfruttano la manodopera straniera, riducendola anche in schiavitù giusto per fare un esempio: http://www.uil.it/immigrazione/NewsSX.asp?ID_News=3370 ). Passiamo ora ad alcuni numeri: nel 2013 i visti per motivi di lavoro sono stati 25683 per il lavoro subordinato e 1810 per quello autonomo. Mentre ben 76164 sono stati rilasciati per “ricongiungimento familiare”. In sostanza, gli stranieri che ultimamente entrano in modo regolare in Italia hanno già un nucleo familiare radicato nel nostro Paese. L’Italia è una meta sempre meno ambita. Anche perchè gli stranieri sono pagati meno (la loro retribuzione media è di 959 euro contro i 1313 dei lavoratori italiani), perdono con più facilità il lavoro ed hanno difficoltà a trovarlo. Benchè i lavoratori stranieri occupati siano circa due milioni e 400mila (il 10 per cento del totale degli occupati), il loro tasso di disoccupazione ha superato il 17 per cento, contro l’11 per cento degli italiani. (Fonte: http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/30/immigrati-meno-reati-di-italiani.html ).

  • #RESPINGIAMOLI

Giustamente, quando c’è un’invasione, questa deve essere respinta. E’ da capire con quali armi e con quale esercito, visto che stiamo parlando di persone normalissime che, nella stragrande maggioranza dei casi, entrano con regolare documentazione e, solo in minima parte hanno la fedina penale sporca. Dunque, respingere persone che rispettano la legge sarebbe abbastanza contraddittorio. C’è però la questione dei barconi provenienti dalle coste africane: questa è la situazione accusata di “invasione”. Ora, se delle carrette scassate, che (purtroppo) spesso finiscono il loro viaggio prima di arrivare a destinazione, sono motivo di pericolo, tanto vale evitare di definirci orgogliosi italiani (vabbè che poi noi soffriamo della sindrome di Adua). Di nuovo, la matematica interviene in nostro aiuto: dal 2008 al 2013 il numero dei migranti respinti dall’Europa si è quasi dimezzato (da 634975 a 327255). E le frontiere dove si è registrata la maggior pressione non sono state quelle marittime (dove si è registrato il 2,2 per cento dei casi), ma quelle terrestri (84,3 per cento) e gli aeroporti (13,5 per cento) (fonte: http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/30/immigrati-meno-reati-di-italiani.html ). Altro sostegno ci viene dal diritto: Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti.” (dlgs 286, art. 2, c. 1). Dunque: diritto alla vita e alla salute, del diritto di asilo, del diritto alla libertà di manifestazione del pensiero, alla protezione della maternità, della famiglia e dell’infanzia etc. Ci sarebbero poi articoli della nostra Costituzione, del Trattato di Lisbona e tanto altro, ma fermiamoci qui. Aggiungo solo un’altra cosa: la legge del mare impone alle persone in difficoltà di essere portate in salvo, non di abbandonarle in braccio alla morte.

Riprendiamo fiato, e diamoci appuntamento alla terza parte, che non tarderà a venire 😉

Partiamo innanzitutto da un fatto positivo, ma nettamente sottovalutato da media ed opinione pubblica nazionale: il rilancio dell’attività sindacale. Piaccia o meno, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha il «merito» di aver «risvegliato» l’azione politica (in buona parte) del sindacato italiano. Si dirà che ciò, una volta che si parla di riforma del lavoro, di art.18 etc. è abbastanza scontato. In realtà non è così. Matteo Renzi veniva da una serie di importanti vittorie: il 40% alle Europee, l’approvazione (parziale) di leggi importanti (sistema elettorale, Senato etc.) … Inoltre, il sindacato veniva da un periodo difficile, caratterizzato da notevoli divisioni (si pensi solo ai battibecchi Camusso – Landini). Aggiungendo poi il fatto che Renzi almeno fino ad ora ha goduto di una elevata fiducia tra i cittadini italiani, realizzare una manifestazione di successo sembrava cosa con un elevato coefficiente di difficoltà. Invece, la CGIL è riuscita a portare oltre un milione di persone a Piazza San Giovanni. Certo, è un numero lontanuccio da quei 3 milioni che una decina di anni fa Sergio Cofferati portò al Circo Massimo. Ma, tenendo conto della diversa situazione politica, sociale ed economica, è comunque un grosso risultato. Non dimentichiamoci infatti che – agli inizi del nuovo millennio – la partecipazione politica in tutte le sue forme era nettamente superiore rispetto ad oggi. Insomma, non sia mai che l’atteggiamento di sfida del governo nei confronti di parte dell’associazionismo politico non diventi, in qualche modo, una cura salutare.

Dopo aver dato largo spazio a tale aspetto, possiamo ora addentrarci negli innumerevoli spunti che il 25 ottobre 2014 ci lascia: un Partito Democratico diviso tra Piazza San Giovanni e Leopolda, la proposta di depotenziare lo sciopero nel settore pubblico, la stessa abolizione dell’art.18 etc. Senza avere la presunzione di trattare tutto, cerchiamo di realizzare una qualche riflessione.

Innanzitutto, il Partito Democratico dimostra di avere due linee abbastanza differenti. A Piazza San Giovanni si raccoglie la minoranza di sinistra, che non intende cedere riguardo l’abolizione dell’art.18, che propone di rivedere l’accordo politico sulla riforma del lavoro approvata anche da Brunetta e Sacconi. A Firenze invece si riunisce la «maggioranza» del principale partito italiano. La Leopolda 2014 è l’edizione che cambia pelle alla kermesse: da evento di proposta, di cambiamento, di lancio di una nuova classe dirigente, diventa una non meglio definita manifestazione di incontro tra governo (o solo “maggioranza PD”?) e società civile. Insomma, è un bell’intrigo. D’altronde, se veramente l’art.18 è la causa principale (o, comunque una delle cause maggiori) della precarietà del sistema lavoro in Italia, allora sarebbe stato molto più semplice se, fin dall’epoca del governo Berlusconi 2001 – 2006 si fosse avallata la sua abrogazione. Invece, come sappiamo, non è stato così: l’art.18 ha resistito a Silvio Berlusconi, non è stato oggetto di discussione durante il secondo governo Prodi, è stato parzialmente toccato da Mario Monti, fino ad arrivare alla situazione attuale. La questione si complica ulteriormente se si pensa che la stragrande maggioranza di deputati e senatori democratici è favorevole alla sua cancellazione, pur essendosi candidati nel 2013 con il programma Italia Bene Comune che non sosteneva affatto tale tesi. Chiudiamola così: un fulmine sulla via di Damasco. Riguardo la Leopolda: quale è il suo vero ruolo? Le risposte possono essere diverse. Potrebbe trattarsi di un momento di incontro tra partito, imprenditori e società civile in generale, come abbiamo già accennato. Ma, fino a prova contraria, il Partito Democratico ha un organizzato sistema comunicativo, fatto di feste dell’unità, circoli,federazioni, un impianto web notevole. Insomma, gli strumenti non mancano. Allora, la Leopolda è forse un momento di dibattito e riflessione tra l’istituzione governo e la società civile medesima? Anche in questo caso conviene utilizzare il verbo potere al condizionale. Perchè? Il motivo è semplice: il governo ha il diritto / dovere di avere un dialogo costante con il resto del Paese; sembra dunque superfluo realizzare una ulteriore manifestazione per sancire ciò. Nodi. Nodi che solo il tempo ci aiuterà a sciogliere. Forse.

In attesa che il tempo lavori per noi, abbiamo altro di cui parlare. Scegliamo un argomento a caso: le parole di Davide Serra. In pillole: scioperare è un costo, è un’azione che favorisce la disoccupazione. Quindi, limitiamolo. Ecco, qui comincerei a preoccuparmi seriamente. Basta avere un attimo libero e pensare: 1) si danno 80 euro al mese ad alcune delle categorie meno abbienti. E ci può stare, se però ciò viene seguito da altre azioni volte a realizzare un vero e proprio incentivo economico per consumi e redditi. 2) Si danno 80 euro in più alle neo – mamme per un determinato periodo. Qui il campanello comincia a suonare: nel momento in cui trovi risorse per sorreggere il «peso dell’infanzia» forse sarebbe opportuno favorire la realizzazione di asili nido. Anche perchè, dare contributi economici in tale modo, rischia solo di favorire la «sedentarietà» delle mamme. 3) Si propone di depotenziare lo sciopero. Il campanello comincia a farsi insistente. Davide Serra motiva questa sua proposta con il fatto che scioperare non fa altro che creare disagi, imponendo agli utenti di sopportare disservizi, agli imprenditori stranieri di «avere pazienza» nel completare gli affari nel nostro Paese etc. Quindi, facciamo così: permettiamo di scioperare, ma facendo in modo che le persone lavorino non danneggiando gli altri. Chiaro no? D’altronde, nella storia gli scioperi sono stati esempio di protesta e di efficienza lavorativa allo stesso momento. Qualsiasi libro di storia può dimostrare ciò (!).

Senza girarci troppo intorno: unendo i 3 punti sembra di vedere una parvenza di programma mussoliniano. Intendiamoci: non è il preludio al ritorno dell’autoritarismo nel nostro Paese, ma è semplicemente un modo per dire che certe ricette già in passato non hanno funzionato.

Infine, una critica doverosa nei confronti del palco di S.Giovanni. La piazza, con il suo milione di persone, è stata meravigliosa. Ma, dal palco le voci che si sono susseguite non hanno dato segnali innovativi e propositivi. Sinceramente, una manifestazione nata per smontare le ragioni del Jobs Act, è finita lasciando irrisolti gli interrogativi. E, forse, ha legittimato l’azione del governo.

 

 

La Lega Nord nacque come partito regionalista, radicato nel territorio e volto a far valere le istanze del Nord. Fu una fusione di vari movimenti regionalisti che trovò la sua sintesi nel suo storico leader Umberto Bossi. Nacque come partito pronto a combattere lo spreco e la malapolitica. Giusto per dirne una: l’epoca di Tangentopoli. L’inchiesta «Mani Pulite» portò all’arresto di tanti esponenti di tutti i partiti tranne la Lega che, almeno fino ad un certo punto, potè permettersi il «lusso» di vantarsi di essere l’unica formazione politica pulita, senza condannati. Soprattutto, basti pensare alla caduta del primo governo Berlusconi («il mafiosone di Arcore», dirà qualcuno). Nel tempo però, si svilupperà la vera natura della Lega. Il partito di Bossi più volte dimostrerà di disprezzare il tricolore e qualsiasi altro simbolo ufficiale dell’Italia («con il tricolore mi ci pulisco il ****, dirà sempre quel “qualcuno”), di vedere il Sud (dal Lazio alla Sicilia, ndr) come «confine» dell’Italia nella migliore delle ipotesi (perchè poi ci sono le espressioni del tipo «Napoli è una fogna», come disse tempo fa un noto parlamentare “padano”). E poi: secessione, il sogno della grande Padania, figlia di una stirpe celtica benedetta dall’acqua del dio Po. Insomma, la Lega Nord si era modellata come partito basato su un mix di concretezza (“legalità”, parola che detta oggi fa ridere; “gli interessi del Nord” etc.), utopia (secessione, Stato padano, popolo discendente da una stirpe celtica, dio Po), razzismo e integralismo (Nord contro Sud, avversità verso persone con carnagione diversa da quella italiana, respingimenti etc.).

Oggi stiamo vedendo una evoluzione della Lega Nord. Se ci fate caso, alle ultime elezioni europee, gli unici partiti che sono cresciuti in modo significativo sono stati: Lega Nord e Partito Democratico. Il motivo, dal mio punto di vista, è il cambio di classe dirigente nel loro interno (nel PD l’affermarsi di Renzi, nella Lega Nord è esploso l’astro di Salvini). E quando una forza politica cresce, evidentemente la strada intrapresa è quella giusta. Dunque, perchè fermarsi? Così, Matteo Salvini ha continuato sulla sua nuova strada: non più solo il Nord come campo di battaglia politica, ma anche il Sud («perchè mangiare le arance marocchine quando ci sono quelle di Sicilia?», dirà sul suo profilo).

Dunque, ecco nascere una futuribile forza politica leghista a Sud. E poi: la battaglia contro le persone aventi un colore di pelle diversa. Dal razzismo vero e proprio, al razzismo – differentismo: gli immigrati non devono venire in Italia perchè ci rubano il lavoro, vengono ospitati in centri a 33,45, 54 etc. euro al giorno… E poi delinquono, mentre gli italiani sono tutte brave persone. Dunque, non cacciamoli come faceva Maroni, facciamo una cosa diversa: respingiamoli ed aiutiamoli a casa loro. Premesso che è un progetto molto semplice, visto che si tratta di dare soldi a stranieri (!!!!) che vivono in condizioni economiche disperatissime, spesso sotto regimi che violano quotidianamente i diritti umani fondamentali, la domanda che bisogna porci è: ma che cosa sta diventando la Lega Nord? Per tutta risposta, mi verrebbe da dire: non è più un partito regionalista, bensì elettorale. Subito una piccola parentesi: parlerò in termini di scienza politica, consapevole del fatto che – pur avendoci fatto un esame – la mia è un’opinione, un tentativo di dare una spiegazione. In poche parole: non intendo affatto paragonarmi agli esperti del settore. Chiusa tale parentesi, torniamo alla questione. Il partito elettorale è un tipo di formazione politica che, piuttosto che basarsi su una ideologia o su, comunque, un determinato tipo di valori, cerca di raccogliere voti assecondando gli umori delle persone. Così, ci sarà il periodo in cui si sarà contrari ai matrimoni gay, ma poi arriverà il momento in cui si capirà che la maggioranza degli italiani è favorevole. Ergo: anche io sarò d’accordo a che gli omosessuali contraggano matrimonio. Fino ad oggi, l’unico vero partito elettorale è stato Forza Italia. Ora, Salvini ci prova con la Lega Nord. D’altronde, basta vedere la manifestazione del 18 ottobre 2014 a Piazza Duomo: il «nuovo corso» si mescola al «vecchio». Ma questa amalgama non sembra riuscire perfettamente. In effetti, al di là della vicinanza «fisica» che può esserci tra due striscioni con su scritto: Prima gli Italiani! / Italia merda! Secessione!, come si potranno mai accomunare due pensieri così divergenti? Per carità, già nel 1994 la Lega Nord si alleò con Alleanza Nazionale, due opposti in fatto di “senso dell’unità nazionale”. Ma ora qui si sta chiedendo uno sforzo gigantesco: trasformare LN in un partito elettorale, che vede il Sud come parte dell’Italia, che vede gli immigrati in una visione razzista – differentista, che li vede come persone da aiutare a casa loro e – contemporaneamente – criticare azioni di esportazione della democrazia (che sarebbe comunque un aiuto a casa di altri), del tipo guerra in Iraq ed Afghanistan.

Insomma, c’è un bel po’ di confusione.

P.S: la fase del “Trota” è evoluzione oppure… ?

IL M5S E L’ALLUVIONE ETICO

on 14 ottobre 2014 in ATTUALITA', ETICA, SOCIETA' Commenti disabilitati su IL M5S E L’ALLUVIONE ETICO

«Noi andiamo a spalare, voi che fate?»; «i nostri parlamentari sono a Genova, invece Renzi?». Lo scrissi già qualche mese fa (https://elnuevodia.altervista.org/m5s-unetica/?doing_wp_cron=1413289183.9174230098724365234375 ): con il Movimento 5 Stelle l’etica è morta più di quanto ci fosse riuscito un Silvio Berlusconi negli anni del suo apice politico. Perchè? Perchè dal Movimento grillino, per il solo fatto di essere una novità assoluta nel panorama politico nazionale, ci si aspettavano comportamenti diversi, modi di fare “consoni” al ruolo istituzionale che molti di loro tra sindaci, consiglieri, parlamentari etc. si apprestavano ad occupare in questi ultimissimi anni. Invece no, figli del «vaffanculo!» erano e figli del «vaffanculo!» sono rimasti. Puoi anche disconoscere tuo padre o tua madre, ma comunque parte dei loro geni sarai destinato ad averli a vita.

 

E Mirandola era diventata già un avvisaglia:

lombardi

In questi giorni in cui Genova di tutto avrebbe bisogno tranne che di «appropriazioni indebite», Beppe Grillo, dall’alto del palco del Circo Massimo di Roma, non ha altro da dire (o meglio, da urlare) che i parlamentari del M5S andranno a spalare la città dai detriti. Bene, bellissima cosa, un gesto nobile. O meglio, un gesto che poteva essere nobile e che, comunicato in questo modo, è diventato più povero della persona più disgraziata di questo mondo. Paradosso (forse): a Genova non serve disordine, bensì ordine. Nel senso: i partiti che hanno rappresentanti in Parlamento pensassero a sbloccare fondi e lavori di recupero idrogeologico del territorio; le persone (militanti di partito, membri di sindacati, persone spinte dall’altruismo e via dicendo) pensassero a dare un contributo minimo per riportare la città ad una condizione di dignità, ad una situazione degna di quella che in passato fu una gloriosa Repubblica marinara. Perchè Genova, e più in generale la solidarietà, sono patrimonio dell’essere umano, non di un simbolo partitico.

In pillole: contribuire, ma in silenzio, al massimo con riserbo. Come gli «Angeli del fango» insegnano.

 

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In principio vi era Tangentopoli, la drammatica fine della I° Repubblica e la speranza di crearne una seconda più pulita e onesta, con un sistema istituzionale più funzionante ed incisivo nella vita di tutti i cittadini italiani. Poi ci fu l’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica, e le speranze di cambiamento andarono a farsi fottere, sostituite da leggi ad personam, americanizzazione della politica, etichettature ad avversari politici e magistrati etc. Erano anche gli anni del centrosinistra, dell’Ulivo, dell’Unione, delle spaccature interne e dei governi che cadevano dopo poco tempo. E poi, il grande momento, l’occasione storica per eccellenza: le elezioni del febbraio 2013, che sembravano trasformare il governo Monti in una fase di transizione dalla seconda alla Terza Repubblica. Esito: crollo dei partiti tradizionali e boom del M5S, 101, Bersani che fallisce nella mediazione con Grillo e Governo Letta. Di nuovo: fine delle speranze di cambiamento. Fino ad arrivare ad oggi: Matteo Renzi attuale Presidente del Consiglio e 40% del PD alle Europee. Di treni ne abbiamo persi tanti, ma la cosa più grave è che abbiamo perduto qualcosa di più, un nostro modo di essere e di fare politica, di dialogare e non insultare, di vedere nell’avversario politico (appunto) un avversario e non un nemico, di vedere nella politica un campo ove si parla, si scambiano idee etc. e non un campo di guerra. In passato, dei delinquenti implicati in Mani Pulite non avrebbero mai avuto una seconda occasione per far danni 20 anni dopo, in occasione di Expo2015. Eppure sarebbe il male minore, perchè sarebbero sempre le stesse persone: non ci sarebbero, cioè, altri soggetti ex novo. In passato, un Giorgio Almirante avrebbe potuto salutare il suo «nemico storico» Enrico Berlinguer nel suo ultimo viaggio; oggi, un grave problema di salute è l’unica occasione (quasi) per vedere un gesto di umanità da parte di un avversario nei confronti di un altro. Soprattutto, era più facile vedere politici competenti, sicuramente attaccati ai loro interessi in molti casi, ma in grado di saper misurare le parole ed il proprio pensiero. Oggi invece assistiamo ad una seria degenerazione di tutto ciò: i giudici “antropologicamente diversi”, gli italiani “coglioni” che votano a sinistra, il “tricolore” con cui ci si pulisce il c**o etc. sono ormai espressioni superate, figlie di un passato che ci stiamo lasciando alle spalle. Oggi si preferisce proporre il dialogo con i terroristi, magari elevandoli a soggetti del diritto internazionale (Alessandro Di Battista), tanto “sti cavoli” che decapitano persone, seppelliscono vivi uomini, donne e bambini… Oggi c’è il coraggio di supporre “una coincidenza” tra la decapitazione di un giornalista americano e i raid americani (Davide Bono), senza il minimo rispetto per l’orrore provato dalla famiglia… La cosa peggiore è che tutto ciò è frutto di chi, 1 anno fa, si era presentato come il nuovo, la Rivoluzione… Si fosse trattato di estrema destra, di Lega Nord, uno neanche si stupiva più… In Italia abbiamo pagato l’onestà ad un prezzo troppo caro: abbiamo ucciso l’etica in cambio di incompetenza. 

Oltre a lasciare gli abitanti delle favelas al loro triste destino, altre cose non mi sono piaciute del mondiale brasiliano 2014: l’aver fatto dell’evento calcistico un obiettivo politico ove, a seconda dell’andamento della Selecao, si sarebbe potuto parlare di trionfo o disfatta. Il 7 – 1 subito dalla Germania ha dato l’eloquente risultato. Ma d’altronde, il calcio ormai è questo: una macchina gigantesca di soldi e interessi ove la passione, il rispetto reciproco e altri nobili valori sono ormai in secondo piano. Ne avrei da dire anche sulle scelte di Prandelli, sul fatto che Balotelli è stato l’unico vero scaricabarile del fallimento della nostra spedizione etc., ma rischierei soltanto di allungare il brodo. Quello che c’è da evidenziare in questa storia è che, mentre il calcio – nostro sport nazionale – non fa altro che regalarci dolori su dolori, i cosiddetti «sport minori» ci riempiono di soddisfazioni. Un paradosso alquanto curioso, se si pensa che il calcio gode di una larghissima copertura mediatica e di ingenti finanziamenti da parte del CONI (giusto per farsi qualche idea: http://www.coni.it/it/coni-servizi/bilancio-consuntivo-e-bilancio-sociale.html ) rispetto a tutte le altre attività affiliate.

Andiamo però con ordine: il 23 giugno l’Italia perde contro l’Uruguay 1 – 0 e saluta il mondiale. Le conseguenze sono devastanti: dimissioni del ct Prandelli e del presidente della FIGC Abete, si evidenzia una netta spaccatura tra i giocatori della spedizione (Buffon che difende il lavoro dei più «anziani» e attacca l’operato dei più giovani, la risposta di Cassano etc.). Sulla base di queste macerie si comincia a parlare di futuro. In special modo, nella FIGC spunta la candidatura di Carlo Tavecchio, presidente della Lega Nazionale Dilettanti dal 1999 e vicepresidente vicario della Federazione Italiana Giuoco Calcio dal 2009 (è interessante notare anche la sua fedina penale: 1970 > condanna a 4 mesi di reclusione per falsità in titolo di credito continuato in concorso; 1994 > condanna a 2 mesi e 28 giorni di reclusione per evasione fiscale e dell’Iva; 1996 > condanna a 3 mesi di reclusione per omissione di versamento di ritenute previdenziali e assicurative; 1998 > condanna a 3 mesi di reclusione per omissione o falsità in denunce obbligatorie; 1998 > condanna a 3 mesi di reclusione per abuso d’ufficio per violazione delle norme anti – inquinamento, più multe complessive per oltre 7mila euro). E’ il favorito numero 1 per la successione ad Abete. Avviene però un fatto eclatante: Tavecchio parla di giocatori extracomunitari del nostro campionato che «mangiavano banane», un commento di stampo razzista che ha acceso ancor di più i riflettori sulla questione della Presidenza FIGC. Le macerie aumentano: alcune squadre hanno già sfilato il loro nome dai possibili voti a Tavecchio, la FIFA ha realizzato un severo comunicato con il quale si spinge la federazione nazionale a fare della lotta al razzismo il primo obiettivo della sua attività, pesanti critiche sono arrivate addirittura dalla Commissione Europea. Insomma, il calcio ci sta regalando l’ennesima brutta figura di stampo internazionale. Tutto questo mentre alcuni atleti nelle altre competizioni sportive realizzavano imprese che avrebbero potuto (se solo fossimo un popolo più «elastico») descrivere un’Italia sportiva bella e vincente:

  • a Firenze l’Italvolley conquistava la medaglia di bronzo alla World League 2014;
  • a Kazan la scherma azzurra conquistava 3 ori, 1 argento e 4 bronzi, arrivando prima nel medagliere ai mondiali russi;
  • dal pirata allo squalo: dopo 16 anni dal trionfo di Marco Pantani un italiano, Vincenzo Nibali, arrivava a Parigi vestendo la maglia gialla del Tour de France;
  • nella pallanuoto, setterosa e settebello si classificavano rispettivamente quarto e terzo agli europei di Budapest.

In poche parole: chapeau allo sport azzurro, calcio escluso. E’ forse giunta l’ora di costruire un’immagine sportiva dell’Italia ove non ci sia uno sport al centro di tutto, bensì si valorizzino in maniera equilibrata le tante attività agonistiche che, con meno visibilità e denaro, ci regalano decisamente molte più soddisfazioni e ci pongono all’avanguardia rispetto a tanti altri Paesi.

GRILLO RIDIMENSIONATO DA RENZI

on 15 giugno 2014 in POLITICA Commenti disabilitati su GRILLO RIDIMENSIONATO DA RENZI

Alla fine Matteo Renzi l’ha spuntata: M5S ridimensionato e costretto ad aprirsi ufficialmente al dialogo con il Partito Democratico. I pentastellati passano dalla politica bellica alla diplomazia. «Se non puoi batterli, unisciti a loro si dice». Per quanto sia critico nei confronti dell’operato di Matteo Renzi, devo riconoscere una notevole sagacia nella sua persona riguardo le modalità con cui ha «curato» i rapporti con Grillo ed il suo partito. Renzi(e) è riuscito lì dove avevano fallito Bersani (indimenticabile purtroppo lo streaming con Crimi e Lombardi) e Giuseppe Civati (tragica la vicenda dei 101). L’attuale premier aveva ragione: il Partito Democratico non deve essere passivo, ma deve sfidare Grillo. E così è stato. Dopo 6 mesi di dura lotta, i grillini sono costretti ad un armistizio pesante: cambiare radicalmente la strategia politico – comunicativa. E’ l’8 dicembre 2013: Matteo Renzi diventa segretario del Partito Democratico con una maggioranza bulgara. Durante il discorso della vittoria, il segretario lancia il guanto: «Beppe, firma qui!» dichiarava Renzi(e), intenzionato ad abolire il Senato o, perlomeno, a riformarlo e ad azzerarne le spese. Il M5S confermava la politica del NO. Ma il processo si era innescato, lento ed inesorabile aveva cominciato a mietere vittime. Nel tempo i NO alle 3 proposte di legge elettorale avanzate dal PD e la farsa dell’incontro Grillo – Renzi per le consultazioni (sfociato in una caterva di insulti da parte del primo nei confronti del secondo) avevano delineato una prima immagine di ciò che sarebbe stato il risultato definitivo sfociato alle Europee: Grillo intendeva distruggere, Renzi costruire. Intanto, il «toscanaccio» realizzava uno stupendo salto mortale: smentiva quanto promesso alle primarie e accettava di diventare premier con una maggioranza di fatto uguale a quella guidata da Enrico Letta. E’ un rischio: il PD rischia la scissione. Civati affida agli iscritti del PD il destino della sua area politica. Fortunatamente (per Renzi), il rischio rientra. Ancora, poco prima della fiducia: «Grillo, insieme possiamo fare grandi cose». Di nuovo NO. Il Movimento si ritrova isolato (e perde pezzi soprattutto al Senato): maggioranza PD – NcD – SC (o quel che ne resta) e accordo con FI per le riforme. A poco servono dichiarazioni del tipo «Lo vedete? Fanno accordi con il pregiudicato!»: Renzi chiedendo a loro, comunque rispondevano, si sarebbe coperto le spalle. Poco dopo, si entra nel vivo della campagna elettorale. Il modulo pentastellato è aggressivo: #vinciamonoi. Il PD inizialmente attende, poi si vira: piazze&Matteo Renzi. Le europee diventano una sfida «o noi, o loro!» Vs «Tra speranza e distruzione». I sondaggi danno PD avanti, ma l’aria che tira sembra prospettare un duello all’ultimo respiro. Sorpresa: finisce 40 – 20 per Matteo Renzi. Le giustificazioni (goffe) non bastano (brogli elettorali, colpa dei pensionati etc.). E’ Caporetto, occorre dialogare per salvare il salvabile.

FONTE: http://ilmalpaese.wordpress.com/2014/06/15/grillo-ridimensionato-da-renzi/

ELEZIONI EUROPEE 2014: CORI E GIULIANELLO SI SVEGLIANO «DEMOCRATICHE»

on 10 giugno 2014 in Senza categoria Commenti disabilitati su ELEZIONI EUROPEE 2014: CORI E GIULIANELLO SI SVEGLIANO «DEMOCRATICHE»

Un risultato in linea con il dato nazionale quello registrato dal Comune di Cori alle Elezioni Europee del 25 maggio 2014. Mentre la penisola esprime un’affluenza al voto del 58% circa, Cori e Giulianello raggiungono il 57,18%. Rispetto al 2009, si evidenzia un calo dell’affluenza del 14% (da considerare però che, all’epoca, era possibile votare nell’arco di due giorni).

Il comune lepino si conferma comunque “zona rossa”, con un Partito Democratico che raccoglie il 48,76% dei consensi, staccando di gran lunga il Movimento 5 Stelle (22,46%) e Forza Italia (13,97%). Risultati inaspettati alla vigilia, se si pensa alle tante parole spese riguardo un testa a testa tra PD ( + 15% rispetto al 2009) e M5S (il cui paragone possiamo farlo con le politiche del 2013, trattandosi della prima partecipazione alle Europee: – 1,36 % rispetto ai voti per il Senato; + 1,18% rispetto alla Camera dei Deputati). Debacle di Forza Italia ( – 13% circa rispetto al 2009, seppur all’epoca la formazione era il Popolo delle Libertà).

Anche nella battaglia delle preferenze, il Partito Democratico è di gran lunga il più votato: Simona Bonafè (435), Nicola Danti (340), Roberto Gualtieri (323), Maria Goffredo Bettini (277), Enrico Gasbarra (168), Ilaria Bonaccorsi (155). Riguardo gli altri partiti: nonostante il 22%, ad Agea Laura bastano 48 voti per risultare la «preferita» del M5S. Con molti voti di lista in meno rispetto ai pentastellati, Barbara Spinelli ( L’Altra Europa con Tsipras: 3,23%) fa decisamente meglio raccogliendo 52 preferenze. Ma il primo candidato ad «intromettersi» nel dominio dei democratici è Roberta Angelilli con 140 voti (Nuovo Centrodestra “Alfano” – Udc :6,12%), seguita a pochissime lunghezze dal forzista nonché ex presidente della Provincia di Latina Armando Cusani (133).

Cori dunque si tinge di rosso. Ma è un rosso non più forte come una volta, bensì sbiadito dall’elevatissima astensione, primo vero partito a livello locale e nazionale. Ovviamente, le forze di minoranza non se la passano molto meglio. Escluso il M5S, le altre rischiano di spartirsi le briciole in futuro.

La partecipazione politica è ai minimi storici. Sottovalutare ciò significa favorire il disinteresse verso la politica, non preparare talenti per il futuro locale, non affrontare i problemi economici, politici, sociali etc. Che i risultati delle Europee siano un modo per contrastare una delle maggiori piaghe del nostro tempo: la disaffezione alla politica.

Articolo apparso sul mensile LEPINI MAGAZINE di GIUGNO 2014

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