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Le larghe intese come corresponsabili dei nuovi fascismi

on 25 settembre 2017 in EUROPA Commenti disabilitati su Le larghe intese come corresponsabili dei nuovi fascismi

Ci eravamo illusi. La vittoria di Macron e i risultati al di sotto delle aspettative del Front National in Francia, i passi in avanti un po’ azzoppati di Willers in Olanda e il crollo di consenso dello UKIP in Gran Bretagna, sembravano eventi in grado di poter dire che l’Unione Europea era entrata nella fase della riscossa. Le elezioni politiche in Germania, in tale contesto, potevano passare (ironia della sorte) per la presa di Berlino e la capitolazione dei populismi. Invece, non è stato affatto così. Ad uscirne con le ossa rotte sono stati i principali partiti del Paese: la CDU di Angela Merkel (vincitrice ma con un consenso ridottosi del 10%) e l’SPD di Schulz, la cui formazione politica ha raggiunto il minimo storico. Dal dopoguerra ad oggi, mai un partito di estrema destra era riuscito ad entrare nel Bundestag, il Parlamento tedesco. Questa volta, ce l’ha fatta l’AFD di Alice Weidel, ottenendo un risultato in doppia cifra e probabilmente molto al di sopra delle aspettative: 12,6% e 94 seggi, triplicando quanto ottenuto nella campagna elettorale precedente. I populismi, dunque, rialzano la testa, proprio nella terra dove si confrontavano due candidati europeisti conosciuti e rispettati, che sembravano capaci di ridimensionare il fenomeno di estrema destra. Come detto all’inizio, si è trattato di una triste illusione: la realtà, sotto i nostri occhi, si è presentata in forma molto diversa. Senza necessità di fare un’analisi politica approfondita, è sufficiente evidenziare i probabili motivi che hanno portato a questo stravolgimento politico nel panorama tedesco. Innanzitutto, è emblematico l’intervento di Schulz dopo le prime proiezioni. Il candidato alla cancelleria, infatti, ha annunciato la fine delle larghe intese con la CDU e il ritorno all’opposizione da parte dell’SPD. L’annuncio è stato accolto dai sostenitori con applausi e urla di giubilo, chiaro messaggio a coloro che in questi anni hanno spinto per governare con i conservatori. In più, le questioni economiche e sociali che i tempi di oggi ci pongono, non sembrano trovare risposte nella politica tradizionale, ma nel frattempo individuano un megafono per ampliare la loro voce nella estrema destra. Sembra un paradosso, ma ormai è una costante: i socialisti europei non riescono più ad essere portavoce dei disagi delle persone (vedasi l’umiliazione del PS francese e il pessimo risultato di Schulz). Nel frattempo (forse unica nota positiva), Melenchon fa l’exploit in Francia, mentre la LINKE e i Verdi crescono timidamente in Germania. Non c’è poi da dimenticare la rimonta di Corbyn in Gran Bretagna. Nella sfera della sinistra, insomma, sembra realizzarsi un processo volto a trovare nuovi attori protagonisti della lotta contro il populismo. Nel frattempo, questi lotta a testa alta. Una cosa è comunque certa: le larghe intese, nate per contrastare il populismo, si stanno rivelando le maggiori artefici della crescita esponenziale dell’estremismo. Oggi lo abbiamo verificato in Germania, ma in passato l’Italia ha già dimostrato questa situazione, con la crescita del M5S prima e il decollo delle forze sovraniste poi (in primis, la Lega Nord). Da quando i partiti hanno smesso di fare politica e si sono dati alla responsabilità, con compromessi di governo al ribasso con forze politiche opposte, a trarne giovamento sono state quelle formazioni che hanno sempre rifiutato accordi del genere, portando avanti i loro programmi e le loro idee. L’auspicio, dunque, è quello di tornare il prima possibile ad una dialettica politica caratterizzata da blocchi contrapposti e coerenti nei loro piani, dove la destra fa la destra e la sinistra fa la sinistra. In Germania, l’SPD sembra averlo capito, mentre Angela Merkel ancora no, viste le sue intenzioni di perseverare nelle larghe intese. In Italia, come nostro solito, siamo ancora più indietro: il PD ormai preferisce Alfano alla sinistra, mentre questa continua nella sua eterna frammentazione. Dall’altra parte, invece, un progetto di centrodestra moderata è riposto nelle mani del solito Silvio Berlusconi, ben lontano però da quello del 1994 e dei primi anni Duemila. In tutto ciò, comunque, il senso di responsabilità è diventato corresponsabile dell’emergere dei nuovi fascismi.

Populismi: ore contate?

on 22 marzo 2017 in ANGELO CIOETA, ATTUALITA', MONDO, POLITICA Commenti disabilitati su Populismi: ore contate?

Articolo del sottoscritto pubblicato qui: http://www.wtnews.it/frequenze

È una previsione, dunque un’analisi di quello che accadrà che potrebbe essere soggetta ad una clamorosa smentita. Eppure, diversi segnali paiono indicare che l’avanzata dei populismi nel mondo sembra destinata a concludere la sua trionfale ascesa. L’unico modo per andare contro tale percezione, è una doppia vittoria del Front National in Francia e dell’AFD in Germania alle elezioni politiche. Altrimenti, la vittoria di Trump negli USA e la Brexit resteranno eventi clamorosi, importanti e storici, che porteranno sicuramente ad un radicale cambiamento degli equilibri internazionali, ma paradossalmente non tale da sancire la vittoria definitiva dei nazionalismi, la cui Berlino – rifacendosi al 2 maggio 1945 – consisterebbe nella dissoluzione dell’Unione Europea. Marine Le Pen è stata chiara negli ultimi anni: la Francia, in caso di sua vittoria, uscirà dall’UE. Discorso simile per l’AfD di Frauke Petry, che punta alla fine dell’euro e ad una riforma dell’UE in chiave anti-immigrazione. Si tratta di forze politiche che si sono foraggiate della crisi economica e del fallimento delle politiche adottate dalle forze moderate in questi ultimi anni (vedasi l’indice di gradimento del presidente francese Francois Hollande, il più basso dal dopoguerra ad oggi). Eppure, se la statistica non sbaglia, il consenso acquisito non è sufficiente per poter realizzare le proprie politiche. C’è poco da dire: se non ottieni la maggioranza per governare, non potrai realizzare una politica anti-europea. Al momento, infatti, in Francia la Le Pen è impegnata in un testa a testa con Emmanuel Macron al primo turno, ma al ballottaggio non sembra avere alcuna possibilità con nessuno dei candidati. In Germania, il consenso alla Merkel sembra in calo, ma la SPD si è rilanciata con la candidatura dell’europeista convinto Schultz. Brexit e Trump, seppur accolti con toni trionfali dai populisti, ora potrebbero diventare una clessidra pericolosa per gli stessi, quasi un boomerang. Tali eventi, infatti, mescolati alla consapevolezza che l’UE non potrebbe reggere all’uscita della Francia e della Germania, obbligano a prendere una maggioranza di governo nei Paesi interessati il prima possibile. Con il passare del tempo, infatti, le politiche utopistiche di Trump si scontreranno con la realtà (vedasi il ban per gli immigrati, bocciato dalla Suprema Corte); la Gran Bretagna vivrà un periodo di riorganizzazione delle sue politiche estera ed interna (accordi bilaterali, eventuale referendum scozzese, questione irlandese etc.), che sarà soprattutto lacrime e sangue per la popolazione. Inoltre, le forze europee stanno progressivamente rialzando la testa. La fine delle larghe intese nel Parlamento Europeo, ha tolto una ragione per sostenere i populismi. La SPD tedesca, inoltre, insegna che candidare una persona competente e stimata come Schultz, è la strada migliore per rilanciare le proprie idee, anche in un periodo in cui l’europeismo non convince in tanti. A tutto ciò, va aggiunto quello che sta succedendo in altri Stati: in Polonia Diritto e Giustizia, partito di estrema destra al Governo, ha perso molto del suo consenso, tanto da non permettergli una nuova vittoria alle future politiche; in Olanda, il Partito per la Libertà di Wilders è tra i primissimi, ma non ha il consenso necessario per governare, causa anche un sistema elettorale fortemente proporzionale. Insomma, parlando in termini storici, possiamo metterla così: se Brexit e Trump sono state la vittoria delle Ardenne e l’aggiramento della linea Maginot, le elezioni politiche del 2017 potrebbero risolversi in una operazione Leone Marino, preludio di lungo termine a Stalingrado, alla Normandia del D-Day e alla presa di Berlino che, a differenza di quanto accennato all’inizio, si tradurrebbe nella sconfitta dei populismi e in un rialzare definitivo della testa da parte delle forze europee. La clessidra del tempo, insomma, sembra ora essere l’arma più pericolosa per gli estremismi.

 

10 giugno 1940: l’appiattimento di un popolo

on 1 aprile 2015 in Senza categoria Commenti disabilitati su 10 giugno 1940: l’appiattimento di un popolo

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento 
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento… 

Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare 
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…”

Francesco Guccini

10 giugno 1940: l’appiattimento di un popolo

Il 10 giugno 1940 è un giorno che gli italiani non dimenticheranno mai. Si tratta di una data particolare, che presenta una sua unicità: segnerà più di tante altre il destino di diverse generazioni, non solo di quella che l’ha vissuta direttamente. Il «Duce» Benito Mussolini sembra azzeccarle tutte: le opposizioni politiche sono ormai fuori – gioco, le zanzare delle paludi pontine fanno posto alle nuove città (Littoria, Aprilia, Pomezia, Sabaudia, Pontinia), l’Italia ha il suo «posto al sole» in Africa, l’alleato tedesco vince in Europa. Benito Mussolini vuole accelerare, vuoi perchè Hitler potrebbe lasciarlo a bocca asciutta, vuoi perchè ha il consenso dalla sua parte. Così, ecco arrivare il 10 giugno 1940: il Duce esce da Palazzo Venezia e si prepara ad arringare la folla. Intanto, tutte le principali città italiane si riempiono di cittadini. «Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania, ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano […] »: numerose e fragorose ovazioni accolgono l’ingresso in guerra dell’Italia. Il popolo si prepara a riprendere le armi per l’ennesima volta nel giro di pochi decenni e la Germania – già fortissima – può ora contare sulle nostre armi. Inizia ufficialmente quella collaborazione armata il cui obiettivo è creare un nuovo ordine mondiale, fondato sulla superiorità della razza ariana e sul conseguente annullamento di quelle ritenute inferiori (in primis, la componente ebraica). Questa guerra non l’ha voluta solo Mussolini: lui l’ha annunciata e gli italiani, in maggioranza, hanno osannato l’intenzione di uccidere propri simili per l’egemonia. Per l’ennesima volta decidiamo di dare un calcio alla nostra storia, composta in larga parte da secoli e secoli di dominazioni spagnola, francese e austriaca. Noi l’unità, la libertà e l’indipendenza le abbiamo conquistate da pochissimo rispetto a tanti altri Paesi, ma dinanzi alle tentazioni di dominio siamo sempre stati molto deboli. Ben presto, ci si renderà conto che le armi di Churchill, Roosvelt e Stalin saranno molto più devastanti di quelle italo – tedesche. Sempre più famiglie piangeranno i loro cari periti durante i conflitti: all’inizio saranno considerati «morti per la patria», dopo diventeranno «morti» e basta. Quando la guerra comincerà a sprigionare anche povertà, borsa nera, occupazione alleata (a Sud) e nazista (a Nord), allora la consapevolezza di aver commesso un errore tragico sarà ormai consolidata. Ancora più tragico è comprendere che non si potrà tornare indietro: gli uomini, le donne, i bambini esplosi causa il calpestio di una mina, catturati e mandati ai campi di concentramento, torturati e morti per le troppe sofferenze etc. non potranno tornare in vita. Ci sarà poi qualcuno che a lungo ricorderà e tramanderà i danni di quel periodo: i corpi smagriti di coloro liberati dai campi di concentramento, i mutilati di guerra, i bambini privati di un’intera famiglia, città e paesi ridotti ad un cumulo di macerie, la fame etc. Un intero popolo si era appiattito, aveva deciso di anteporre la gloria e l’egemonia internazionale al rispetto ed alla tutela del genere umano. Ad un tratto non vedeva l’ora di sparare ed uccidere, fino a quando gli altri non cominciarono a fare lo stesso nei suoi confronti: allora, si tornò a «ragionare». Intanto però, almeno una generazione era stata condannata: persone che sognavano un lavoro, che volevano proseguire negli studi, che intendevano godersi una vecchiaia tranquilla… erano già finite nell’oltretomba prima del previsto.

Sembra un po’ presto per pensarci, d’altronde mancano 4 mesi e poco più. Però, di tempo ne abbiamo avuto tanto e di materiale ne abbiamo abbastanza per poter (forse) rispondere alle seguenti domanda: come ci stiamo arrivando al 70° anniversario della liberazione dal nazifascismo? A quel 25 aprile 2015, ci giungeremo forti, con una memoria collettiva che non intende dimenticare i valori sorti con la Resistenza, con la Liberazione, con la nascita della Repubblica e della Carta fondamentale, oppure deboli, con spettri pronti a riavvianghiarci tra le loro spire, dopo aver pensato che fossero scomparsi del tutto? Cosa ne è stato del sacrificio di tanti partigiani che hanno rischiato e/o perduto la vita pur di restituire il Paese alla democrazia, delle tante donne che – non solo come «staffette» – hanno contribuito alla causa della liberazione, del lavoro dei partiti che ci hanno donato la Costituzione Repubblicana? Spero di sbagliarmi, ma penso che la risposta sia abbastanza dolorosa: di tutto quel periodo ci è rimasto solo l’aspetto storico. Mi spiego: è ormai sapere comune il fatto che il 25 aprile l’Italia viene liberata dal nazifascismo, mediante le insurrezioni partigiane e la risalita da Sud delle truppe alleate, che il 2 giugno 1946 un referendum sancisce la nascita della Repubblica e la fine della Monarchia, che il 1° gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione. Ciò che sta venendo meno di quel momento tragico e, allo stesso tempo, foriero di fatti positivi, è l’aspetto dei valori, degli ideali che ne sono fuoriusciti. Valori e ideali che, almeno su carta, sono cementati nei principi fondamentali della nostra Costituzione. Basta farsi un giro tra le persone per capire che stiamo vivendo un clima di dispersione, di arrendevolezza, di sconforto…

Iniziamo, per l’ennesima volta, da un triste luogo comune: l’avversione verso gli stranieri. Durante il regime fascista, una delle conseguenze dell’avvicinamento dell’Italia alla Germania di Hitler (sancito poi con il Patto d’acciaio del 22 maggio 1939) fu la pubblicazione di leggi razziali e di un “manifesto della razza” (1938) firmato da 10 scienziati italiani. In pillole: si sanciva l’esistenza di una pura razza italiana, che non doveva mescolarsi con quelle inferiori, in primis con gli ebrei. Poco tempo prima c’erano state nel Terzo Reich le famigerate «Leggi di Norimberga» e poi, durante la guerra, il più grave attentato alla dignità umana: la «Soluzione finale». Una vittoria delle truppe dell’Asse (Italia – Giappone – Germania) avrebbe dato vita ad un nuovo ordine mondiale, basato sulla diseguaglianza e sulla possibilità di legittimare definitivamente lo sterminio di popoli ritenuti inferiori: gli ebrei in primis, ma anche le popolazioni dell’Europa orientale che, nei piani di Hitler, doveva diventare il granaio dell’Impero tedesco, con gli abitanti destinati alla semischiavitù. Di ciò (e di tanto altro) cosa ci resta? Pochissimo: i partiti fascisti provano a rialzare la testa, lo straniero diventa il capro espiatorio dei nostri problemi.

Fosse solo questo il problema: nel tempo abbiamo imparato anche ad abusare dei diritti conquistati. Giusto per fare qualche esempio: durante il periodo fascista la partecipazione politica era consentita solo se ti tesseravi nell’unico partito riconosciuto: il Partito Nazionale Fascista. L’alternativa: restare in Italia e darti alla lotta clandestina (rischiando l’esilio o qualche anno di carcere duro, se non la pena di morte), oppure emigrare all’estero. E per partecipazione politica si intendono tanti diritti: il voto, la libertà di pensiero, la libertà di associazione etc. Cosa dice poi l’art.1 della nostra Costituzione? «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» : il lavoro diventa base del nostro ordinamento, e lo Stato fa di tutto per garantirlo, è un patto tra i cittadini e le istituzioni. Pensate in quale bel mondo viviamo: fino a 70 anni fa potevano votare solo gli uomini, le donne erano solo «angeli del focolare» destinati ad occuparsi della famiglia e delle faccende casalinghe. Per carità, ciò lo era anche prima della marcia su Roma, ma con la Liberazione tutto è cambiato. Oggi invece, a votare non si va più, si preferisce l’astensione. I motivi di questa scelta sono ben condivisibili: la sfiducia nella politica, la crisi economica etc. Ma ricordiamoci ogni tanto, che senza le pallottole ed il sangue versato dai componenti della Resistenza, senza il coraggio di uomini, donne, giovani e meno giovani, oggi (forse) staremmo ancora con la tessera fascista in tasca, a votare SI o NO alle elezioni per un listone, senza possibilità di scegliere alternative nettamente opposte. Le donne oggi continuerebbero a non aver accesso a talune attività lavorative (es.: la magistratura)… Quindi, donne che vi prestate al neofascismo, come fate ad accettare un sistema di valori che vi vedrebbe subalterne? E voi uomini, come fate a condannare questa Repubblica che vi permette di parlare e pensare, al contrario di ciò che spettava ad una voce dissidente durante il regime autoritario? Si dirà che il partito fascista è fuorilegge: stiamo attenti, perchè il fascismo si esplica tranquillamente anche in partiti che hanno rappresentanti nelle istituzioni. Tornando al lavoro: prima era obbligatoria la tessera, oggi no; prima non potevi scioperare e/o protestare in altri modi, oggi si.

Di tutto ciò cosa è rimasto? Ben poco: forse i diritti vengono visti come una cosa definitivamente acquisita, ma ciò non può permettere a tutti noi il lusso di utilizzarli solo quando fa comodo. Quando si deve votare, facciamolo, qualunque sia la situazione del Paese; quando non si deve votare, partecipiamo, aderiamo ad un partito (o fondiamolo), entriamo in un’associazione (o creiamola)… insomma, non restiamo con le mani in mano, perchè il Paese è di tutti, ed ognuno di noi, in diversa misura, è responsabile di ciò che accade nella penisola. Il lavoro non si trova? Cerchiamolo, arrangiamoci, consapevoli che ciò lo facciamo non solo per noi stessi, ma per la collettività, per le future generazioni… Ovviamente, è impossibile ipotizzare un ritorno al periodo mussoliniano, anche perchè il fascismo non è esente da evoluzioni. Ma le basi restano sempre quelle, e se ieri si attaccava lo straniero per non inquinare la razza italiana, oggi lo prendi di mira perchè «colpevole» di rovinare la nostra brava gente italica. Detto ciò, sfruttiamo questi 4 mesi per recuperare i valori antifascisti e costituzionali, e festeggiare degnamente il 70° dalla Liberazione.

Ormai tutti han famiglia, hanno figli,
Che non sanno la storia di ieri.
lo son solo e passeggio tra i tigli
Con te, cara, che allora non c’eri.
E vorrei che quei nostri pensieri,
Quelle nostre speranze d’allora,
Rivivessero in quel che tu speri,
O ragazza color dell’aurora

Italo Calvino

“nessuna conquista è per sempre,

c’è sempre qualcuno interessato a toglierla per cui resistere è,
non solo un dovere, ma una necessità dei giovani, altrimenti non si va avanti!”

Maria Cervi

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Parte I°

Costruire una società migliore, basata sull’uguaglianza sostanziale (e non solo formale), sulla solidarietà tra le persone (concreta e non solo a parole), deve avere un punto di partenza imprescindibile: l’abbattimento dell’ignoranza di cui molte persone nutrono la loro pancia, facendo lievitare il consenso di politici la cui unica qualità è quella di saper urlare insulti od essere presenti in TV quasi come fosse casa loro. Si dirà che ciò è dovuto alla disperazione, alla fame, alla difficoltà di arrivare alla fine del mese etc. Evitiamo di non abusare di queste giustificazioni: non siamo la prima generazione che affronta questi problemi. Anzi, chi ci ha preceduto ha saputo molto spesso trasformare le sofferenze in benzina per le rivoluzioni, per conquistare diritti fondamentali (la nostra Repubblica è figlia delle macerie che il fascismo, molto gentilmente, ci ha lasciato) etc. Ma in passato c’era un senso di collettività molto più forte, la partecipazione politica non si riduceva al mero voto periodico per eleggere rappresentanti nelle istituzioni. Ora invece si tende a restare alla finestra, aspettare che passi sotto il primo problema e spendere quante più parole possibili per risolverlo (nella nostra testa però, non nella realtà). E poi, altra cruda realtà: la televisione, principale mezzo di comunicazione di massa, ha trasformato la società in un gruppo di persone il cui aspetto individuale è nettamente prevalente rispetto invece a quello di comunità. Peccato, perchè la TV inizialmente si era caratterizzata per un carattere educativo (il maestro Manzi, per chi ne può parlare, è un esempio eccezionale di ciò). Inoltre, ha standardizzato notevolmente le opinioni: basta che un politico furbo decida di monopolizzare l’etere ed ecco fatto che, nel giro di pochissimo tempo, ciò che dice diventa Vangelo. Poi, nessuno si preoccuperà di capire se tale Vangelo racconta verità o bugie (e quei pochi che lo fanno vengono subito emarginati). Così, ed eccoci arrivare al succo del post, gli immigrati diventano gli artefici dei nostri problemi socio – economici. Diventano una nuova Kasta che si ciba di soldi dei contribuenti pubblici senza far nulla (le famose storie dei 30, 40, 50… euro al giorno in hotel a 5 stelle etc.). Ok, se 25 anni fa i tedeschi si preoccuparono di abbattere il Muro di Berlino, a noi oggi spetta distruggerne uno più pericoloso: quello composto da mattoni di ignoranza e razzismo. A queste ultime due parole bisogna però aggiungerne un’altra: l’incoerenza del nostro popolo. Dunque, leggendo qualsiasi libro di storia si potrà comprendere che l’Italia è un Paese unito ed indipendente dal dominio straniero dal 17 marzo 1861, quindi da 153 anni. I valori risorgimentali della cacciata dello straniero, dell’indipendenza e, soprattutto dell’autodeterminazione dei popoli, in poco tempo sono evaporati, sostituiti da quelli prodotti dalla politica del colonialismo. Insomma, noi che più di tutti abbiamo sofferto l’occupazione straniera, decidiamo ad un certo punto di andare a colonizzare i Paesi africani, considerati inferiori rispetto all’Europa industriale e civile. In poche parole: non venite a casa nostra, però noi veniamo da voi anche senza permesso. Coerenza portami via. Certo, potrei anche ricordare esempi di superiorità italica clamorosi come Adua ma, lasciamo perdere, onde evitare di urtare le sensibilità patriottiche di qualcuno.

Prima ho utilizzato il termine Vangelo. Ovviamente, quando si dice tale parola, subito viene in mente la religione cattolica. Facendo una rapida ricerca, si comprenderà che l’Italia è un Paese con una netta prevalenza della religione cattolica (come potrebbe essere altrimenti, in quanto la Chiesa da sempre, nella nostra penisola, ha esercitato un’influenza notevolissima?). Il mio è un cattolicesimo molto flebile, ma da quel poco che ricordo, esistono comandamenti che dicono di amare il prossimo tuo come te stesso, parabole come quella del Buon Samaritano (di cui spesso si tende ad impersonare la parte del menfreghista e non di chi aiuta). Bene, sarebbe quindi utile raddrizzare le nostre contraddizioni storiche. Ora che ci penso, aggiungo un’altra notizia interessante. Nel lontano ‘500 in Francia si diffuse l’espressione machiavellico: era colui che si rendeva colpevole di diffondere nel Paese transalpino pratiche fino ad allora sconosciute, come la congiura, la truffa etc. Termine che ebbe origine in Niccolò Machiavelli e che fece degli italiani i principali bersagli di colpevolezza (d’altronde, in Francia, durante il ‘500 la Corte ebbe tra le sue fila alcuni nostri connazionali).

Abbiamo fatto una lunga premessa, un lungo lavoro di preparazione per realizzare l’abbattimento del muro. Adesso, immergendoci nella nostra attualità, provvederemo alle operazioni di distruzione dell’impianto, tappa dopo tappa, mattone dopo mattone.

Inizia un lungo articolo dedicato all’ambiente, alle opere pubbliche, all’aria che respiriamo etc. Per tale ragione, comprendendo la difficoltà nel poter leggere, in un colpo solo, una sequenza infinita di dati, città, leggi etc., il post sarà presentato in più sottoarticoli, che verrano pubblicati nei prossimi giorni… Ergo, #restatesintonizzati. E buona lettura!

PRIMA PARTE: un salto a Helsinki e uno ad Amburgo

Partiamo da lontano, da molto lontano: l’Unione Europea. Allora, in questa terra così lontana nell’anno 2014 (si tenga ben presente il calendario gregoriano) i Paesi membri hanno raggiunto un accordo importante: entro il 2030 bisognerà tagliare del 40% le emissioni di gas serra. Per carità, nulla di definitivo, si tratta di un accordo preliminare in vista del vertice di Parigi del 2015 (momento in cui si scopriranno definitivamente le carte), ma è comunque un discreto punto di partenza. Ci sono poi alcune «clausole» volute da alcuni Stati che potrebbero ridimensionare l’accordo (es.: o anche le grandi potenze mondiali si impegnano con programmi concreti o non si farà nulla) però, cerchiamo di guardare il bicchiere mezzo pieno: un nuovo tentativo di realizzare una sfida ambientale e climatica si sta mettendo in atto. Poniamoci una domanda: come si fanno a ridurre i gas serra? Diamo la risposta più semplice possibile: non abbattendo alberi, anzi piantandone di nuovi (per la ovvia legge della fotosintesi clorofilliana); utilizzando macchine ecologiche (e, se proprio non abbiamo soldi in tasca per permettercene una, ricorriamo ai mezzi pubblici). Ci sono poi le energie pulite come il fotovoltaico, l’eolico etc. Insomma, risposte che sappiamo fin dalle elementari.

L’Unione Europea ha raggiunto quest’anno tale accordo. Ma, focalizzando la nostra attenzione scopriamo che alcune realtà del vecchio continente hanno già intrapreso da tempo una politica di sostenibilità raggiungendo un livello avanzato, tanto da potersi considerare modelli da seguire. In particolare, due città si sono imposte un obiettivo ambizioso, roba che in Italia oggi è pura e lontana utopia: diventare indipendenti dalle macchine. Spieghiamolo bene e, facciamo un salto a Helsinki ed Amburgo.

Amburgo

«Amburgo, in Germania, sta lavorando a un piano per eliminare la necessità di muoversi in automobile nel giro di soli 20 anni. L’obiettivo dell’amministrazione tedesca è rendere la città un luogo migliore in cui vivere: più sostenibile dal punto di vista ambientale e più “sana” per gli abitanti. E’ in fase di realizzazione un piano chiamato Grünes Netz (Rete Verde): si intende realizzare nuovi percorsi esclusivamente dedicati alle biciclette e ai pedoni collegati con quelli già esistenti e in grado di unire in modo sicuro le aree verdi presenti in città. I parchi, i giardini, i campi sportivi e tutti gli spazi di interesse pubblico saranno raggiungibili a piedi o in bicicletta da pendolari e turisti attraverso una rete che coprirà circa il 40 per cento delle attrazioni di Amburgo. Gli abitanti della seconda città più grande di Germania una volta erano completamente dipendente dalle automobili. Un cambiamento era dunque necessario per far fronte al riscaldamento globale che ha visto la temperatura in città aumentare di 9 gradi centigradi in 60 anni e il livello dei mari innalzarsi di 20 centimetri.Una città senz’auto permetterà di ridurre molto le emissioni di CO2 mentre la presenza di più alberi e spazi verdi servirà a mitigare gli effetti negativi di possibili inondazioni o eventi climatici estremi » (fonte: http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/amburgo-senza-auto ). Per approfondire: http://www.hamburg.de/gruenes-netz.

Helsinki

«La capitale finlandese punterà ad eliminare le auto private entro dieci anni, grazie all’utilizzo di trasporti pubblici integrati e gestiti da un app. Entro il 2025, la città di Helsinki – capitale della Finlandia – potrebbe dire addio al trafficogenerato da automobili private, grazie ad un nuovo e rivoluzionario progetto battezzatoKutsuplus. Il sistema prevede una integrazione completa del trasporto pubblico, del bike sharing, dei treni e dei traghetti, in modo da rendere inutile e dispendioso il possesso e l’uso di un veicolo privato.Grazie all’utilizzo di un’apposita app sviluppata per smartphone e tablet sarà possibileprenotare dei minibus che risulteranno integrati con tutto il resto dei mezzi pubblici: in questo modo sarà possibile creare  una fitta e completa rete di interconnessioni legati alla mobilità, in grado di permettere rapidi ed efficaci spostamenti in qualsiasi direzione desiderata. Secondo gli esperti, entro 10 anni nessuno dei cittadini di Helsinki avrà più bisogno di un’auto privata per qualsiasi spostamento urbano. Per ottenere questo risultato, in realtà basterà semplicemente ottimizzare i trasporti pubblici della città nord europea, considerando che già oggi su 1,3 milioni di residenti nell’area metropolitana di Helsinki, ben800.000 persone dispongono di un abbonamento ai mezzi pubblici, nonostante il costo dell’ abbonamento risulti tra i più elevati in tutta Europa, anche se bisogna tener conto che il titolo di viaggio permette di usufruire di qualsiasi mezzo pubblico – come ad esempio treni, metropolitana e autobus (compreso l’utilizzo dei trasporti via traghetto, studiati per collegare la città con il resto dell’Europa) – senza bisogno di acquistare un altro biglietto» (Fonte: http://www.motori.it/ecoauto/19546/helsinki-dal-2025-sara-una-citta-senza-auto.html ).

Due realtà che stanno per realizzare una rivoluzione culturale e sostenibile di dimensioni gigantesche, figlie di un processo durato a lungo negli anni. Ormai nessuno può più negare il primato del fotovoltaico in Germania (nonostante le condizioni climatiche di partenza più sfavorevoli rispetto all’area mediterranea), la qualità dell’aria raggiunta nel Nord Europa (giusto per prendere un’altra città baltica: Tallinn è da anni la capitale con l’aria più pulita al mondo). 

Ok, ora arriviamo a noi (appuntamento alla prossima “puntata” 😉 )

INSIEME PER GHONCHEH GRAVAMI: FIRMA L’APPELLO!

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Bulgaria e Romania entrano nell’area Schengen

on 4 gennaio 2014 in Senza categoria Commenti disabilitati su Bulgaria e Romania entrano nell’area Schengen

 

Dal 1° gennaio 2014 Bulgaria e Romania entrano a far parte definitivamente della Convenzione di Schengen, trattato firmato il 14 giugno 1985 nell’omonima città lussemburghese a cui inizialmente aderirono solo Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi e, successivamente ed in maniera progressiva, gli altri Paesi dell’Unione Europea (l’ Italia aderì il 27 novembre 1990). Tale convenzione si pone i seguenti obiettivi: abolizione dei controlli sistematici delle persone alle frontiere interne allo spazio Schengen ( viene introdotta la libera circolazione per i cittadini degli Stati firmatari) e rafforzamento delle frontiere esterne alla Convenzione;collaborazione delle forze di polizia e possibilità di uscire dai propri confini in determinati casi (es.: inseguimento di membri della criminalità organizzata); coordinamento degli Stati nella lotta alla criminalità organizzata di stampo internazionale; nascita del SIS (Sistema di Informazione Schengen), volto ad integrare le banche dati delle forze di polizia. Cosa cambia per Bulgaria e Romania? Innanzitutto, bisogna dire che i due Paesi fanno parte dell’Unione Europea già dal 2007. Ma, come per ogni nuovo membro, le condizioni previste dalla Convenzione di Schengen non entrano contemporaneamente in tutti i Paesi membri dell’UE, ma devono essere trattate Stato per Stato. In pillole: mentre per l’Italia le condizioni erano state trattate nel 2012, a partire dal 1° gennaio 2014 queste decadono anche nei rapporti con Germania, Austria, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Lussemburgo, Malta e Olanda. Per spiegare ancora meglio la questione, ricorriamo ad un esempio: mentre fino al 31 dicembre 2013, i cittadini romeni che intendevano trasferirsi in Germania dovevano presentare un contratto di lavoro, a partire dal 1° gennaio 2014 potranno cercarlo direttamente sul posto. Si tratta di un evento storico, che secondo due studi tedeschi (fatti per la Germania, ma che possono valere anche per l’Italia), la definitiva apertura delle frontiere ai due Paesi porterà l’innesto di figure professionali altamente qualificate, come medici e ingegneri (per maggiori informazioni: http://www.iza.org/de/webcontent/index_html / http://doku.iab.de/aktuell/2013/aktueller_bericht_1305.pdf ). Insomma, la locomotiva europea da oggi potrà godere di maggiore carburante per ripartire. A ratificare Schengen mancano due Stati: Cipro e Croazia: il primo è membro dell’UE dal 1° maggio 2004, il secondo Paese è membro dal 1° luglio 2003. Ma entrambi ancora non hanno dato concretezza agli accordi. Cipro dovrà prima fare i conti con la crisi finanziaria, la Croazia probabilmente entrerà nel 2015.