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Posts Tagged ‘Fascismo’


Non importa se sei nero e bianco, ispanico, asiatico o nativo-americano,

giovane o vecchio, ricco o povero, abile o disabile,

omosessuale o eterosessuale, negli Stati Uniti ce la puoi fare,

se solo hai voglia di provarci”

(Barack Obama)

CONSULTA:

 

  • 15 novembre 1938: Integrazione e coordinamento in testo unico delle norme già emanate per la difesa della razza nella scuola italiana > decreto con effetto retroattivo, vieta agli ebrei di essere impiegati nelle scuole ove siano presenti alunni italiani. Gli ebrei non possono far parte di Istituti d’Arte, Accademie etc. E’ consentita l’iscrizione alle scuole di alunni di razza ebraica solo se professano «la religione cattolica nelle scuole elementari e medie dipendenti dalle Autorità ecclesiastiche ». Il decreto vieta l’adozione di libri di testo di matrice ebraica. Inoltre: «Per i fanciulli di razza ebraica sono istituite, a spese dello Stato, speciali sezioni di scuola elementare nelle località in cui il numero di essi non sia inferiore a dieci. Le comunità israelitiche possono aprire, con l’autorizzazione del Ministro per l’educazione nazionale, scuole elementari con effetti legali per fanciulli di razza ebraica, e mantenere quelle all’uopo esistenti. Per gli scrutini e per gli esami nelle dette scuole il Regio provveditore agli studi nomina un commissario. Nelle scuole elementari di cui al presente articolo il personale potrà essere di razza ebraica; i programmi di studio saranno quelli stessi stabiliti per le scuole frequentate da alunni italiani, eccettuato l’insegnamento della religione cattolica; i libri di testo saranno quelli di Stato, con opportuni adattamenti, approvati dal Ministro per l’educazione nazionale, dovendo la spesa per tali adattamenti gravare sulle comunità israelitiche » (Art.5); «Scuole d’istruzione media per alunni di razza ebraica potranno essere istituiti dalle comunità israelitiche o da persone di razza ebraica. Dovranno all’uopo osservarsi le disposizioni relative all’istituzione di scuole private. Alle scuole stesse potrà essere concesso il beneficio del valore legale degli studi e degli esami à sensi dell’art.15 del R. decreto-legge 3 giugno 1938-XVI n.928, quando abbiano ottenuto di far parte in qualità di associate dell’Ente nazionale per l’insegnamento medio: in tal caso i programmi di studio saranno quelli stessi stabiliti per le scuole corrispondenti frequentate da alunni italiani, eccettuati gli insegnamenti della religione e della cultura militare. Nelle scuole d’istruzione media di cui al presente articolo il personale potrà essere di razza ebraica e potranno essere adottati libri di testo di autori di razza ebraica» (Art.6); «Per l’insegnamento nelle scuole elementari e medie per alunni di razza ebraica saranno preferiti gli insegnanti dispensati dal servizio a cui dal Ministro per l’interno siano state riconosciute le benemerenze individuali o famigliari previste dalle disposizioni generali per la difesa della razza italiana. Ai fini del presente articolo sono equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole pubbliche e private e il personale di vigilanza nelle scuole elementari» (Art.9);
  • 17 novembre 1938: Regio Decreto per la difesa della razza italiana > il cittadino italiano di razza ariana non può contrarre matrimonio con persona di altra razza; chi intende contrarre matrimonio con persona straniera dovrà attendere il via libera da parte del Ministero degli Interni. Art.8: « Agli effetti di legge: a) È di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica; b) È considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l’altro di nazionalità straniera; c) È considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre; d) È considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto, in qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo. Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che, alla data del 1°Ottobre 1938-XVI, apparteneva a religioni diversa da quella ebraica ». Art.10: «I cittadini italiani di razza ebraica non possono: a) prestare servizio militare in pace e in guerra; b) esercitare l’ufficio di tutore o curatore di minori o di incapaci non appartenenti alla razza ebraica c) essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione, ai sensi e con le norme dell’Art. 1 del Regio decreto-legge 18 Novembre 1929-VIII, n. 2488, e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o più persone, né avere di dette aziende la direzione né assumervi comunque, l’ufficio di amministrazione o di sindaco; d) essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo superiore a lire cinquemila; e) essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponibile superiore a lire ventimila. Per i fabbricati per i quali non esista l’imponibile, esso sarà stabilito sulla base degli accertamenti eseguiti ai fini dell’applicazione dell’imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare di cui al Regio decreto-legge 5 Ottobre 1936-XIV, n. 1743. Con decreto Reale, su proposta del Ministro per le Finanze, di concerto coi Ministri per l’Interno, per la Grazia e Giustizia, per le Corporazioni e per gli scambi e valute, saranno emanate le norme per l’attuazione delle disposizioni di cui alle lettere c), d), e) ».Il Decreto non termina qui: «Il genitore di razza ebraica può essere privato della patria potestà sui figli che appartengono a religione diversa da quella ebraica, qualora risulti che egli impartisca ad essi una educazione non corrispondente ai loro principi religiosi o ai fini nazionali » (Art.11); è fatto divieto agli ebrei di avere cittadini italiani di razza ariana alle proprie dipendenze; gli ebrei non possono essere dipendenti di enti pubblici e del PNF; «Le concessioni di cittadinanza italiana comunque fatte ad ebrei stranieri posteriormente al 1° Gennaio 1919 si intendono ad ogni effetto revocate» (Art.23 etc.).

Fine Parte 3

14 luglio 1938 – 29 giugno 1939: Vergogniamoci! (parte 2)

on 6 aprile 2015 in Senza categoria Commenti disabilitati su 14 luglio 1938 – 29 giugno 1939: Vergogniamoci! (parte 2)

“Io amo la notte perché di notte tutti

i colori sono uguali e io sono uguale agli altri…”

 

Bob Marley

 

Parte 2

Leggi la puntata precedente:

http://elnuevodia.altervista.org/14-luglio-1938-29-giugno-1939-vergogniamoci/

  • 5 settembre 1938: regio decreto per la difesa della razza nella scuola > decreto con effetti retroattivi, vieta agli ebrei di accedere agli studi scolastici ed universitari, impone il non esercizio (o l’abbandono, qualora già avviate) delle professioni inerenti l’ambito dell’istruzione (docente, preside, direttore etc.). Tale «pulizia» riguarda anche Accademie, Istituti culturali e scientifici etc. Stando all’art.6 del decreto, è «considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professa religione diversa da quella ebraica»;
  • 7 settembre 1938: regio decreto sugli ebrei stranieri > si vieta agli ebrei stranieri di avere fissa dimora nei territori del Regno e dell’Impero; la cittadinanza italiana di tali persone, ottenuta dal 1° gennaio 1919, si intende revocata. Non solo: «Gli stranieri ebrei che, alla data di pubblicazione del presente decreto-legge, si trovano nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell’Egeo e che vi hanno iniziato il loro soggiorno posteriormente al 1° gennaio 1919, devono lasciare il territorio del Regno, della Libia e dei Possedimenti dell’Egeo, entro sei mesi dalla data di pubblicazione del presente decreto. Coloro che non avranno ottemperato a tale obbligo entro il termine suddetto saranno espulsi dal Regno a norma dell’Articolo 150 del testo unico delle leggi di P.S., previa l’applicazione delle pene stabilite dalla legge» (art.4);

6 ottobre 1938: dichiarazione sulla razza votata dal Gran Consiglio del Fascismo > si dichiara che la « razza italiana » potrebbe essere minacciata da «incroci e imbastardimenti». Da questo momento: 1) sono vietati i matrimoni di italiani e italiane con persone di razza camita, semita e non ariani in generale; 2) è vietato per i dipendenti dello Stato e di enti pubblici, di contrarre matrimonio « con donne straniere di qualsiasi razza»; 3) italiani e italiane che intendono contrarre matrimonio con straniere/i, dovranno ottenere il preventivo assenso del Ministero dell’Interno; 4) «dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell’Impero». La dichiarazione, inoltre, evidenzia che ebrei ed ebraismo sono elementi che hanno contribuito nel tempo a sostenere l’antifascismo. In Spagna, l’ebraismo è «colpevole» di essere dalla parte dei bolscevichi russi. Si realizza un appunto riguardo l’espulsione degli ebrei stranieri: «Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto d’ingresso nel Regno degli ebrei stranieri non poteva più essere ritardata e che l’espulsione degli indesiderabili, secondo il termine messo in voga e applicato dalle grandi democrazie, è indispensabile. Il Gran Consiglio del Fascismo decide che oltre ai casi singolarmente controversi che saranno sottoposti all’esame dell’apposita commissione del Ministero dell’Interno, non sia applicata l’espulsione nei riguardi degli ebrei stranieri i quali:a) abbiano un’età superiore agli anni 65; b) abbiamo contratto un matrimonio misto italiano prima del 1° ottobre XVI ». Si specifica chi è di razza ebraica: colui che nasce da genitori entrambi ebrei; chi  nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera; la persona che, pur essendo nata da matrimonio misto, professa la religione ebraica; «non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all’infuori della ebraica, alla data del 1° ottobre XVI». Ma, non tutti gli ebrei sono uguali. Infatti, se appartenevano a: famiglie di caduti/volontari/combattenti delle guerre «libica, mondiale, etiopica, spagnola»; famiglie dei Caduti/mutilati/invalidi/feriti per la causa fascista; a «famiglie di Fascisti iscritti al Partito negli anni 1919, 1920, 1921, 1922 e nel secondo semestre del 1924 e famiglie di legionari fiumani»; a «famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da apposita commissione», nessuna discriminazione sarebbe stata applicata. Viceversa, sarebbero scattate numerose limitazioni: divieto di iscrizione al Partito Nazionale Fascista; essere possessore o dirigente di grandi aziende; prestare servizio militare etc. Infine, «Il Gran Consiglio del Fascismo prende atto con soddisfazione che il Ministro dell’Educazione Nazionale ha istituito cattedre di studi sulla razza nelle principali Università del Regno»

 

Fine parte 2

«Abbiamo imparato a volare come gli uccelli,

a nuotare come i pesci,

ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli»

(Martin Luther King)


Parte 1

La Costituzione repubblicana ovviamente ancora non c’era. Però, una Carta che reggeva il nostro ordinamento esisteva: lo Statuto Albertino, emanato nel 1848 per il Regno di Sardegna e poi esteso a tutta la penisola nel 1861 ad unificazione avvenuta. L’art.1 citava: «La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati
conformemente alle leggi ». Era l’inizio di un percorso che, negli anni, avrebbe portato ad una progressiva laicizzazione dello Stato: introduzione del matrimonio civile (1865), laicizzazione dell’istituto del giuramento (1876), deconfessionalizzazione degli istituti di beneficenza (1890), legge Coppino (1877: eliminazione dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole secondarie e non obbligatorio alle elementari). Addirittura, fin dalla Legge Sineo del 1848, si stabiliva che «la differenza di culto non forma eccezione al godimento dei diritti civili e politici ed alla ammissibilità alle cariche civili e militari». L’Italia era nata da poco, ma sul piano dei diritti civili aveva fatto notevoli passi in avanti. D’altronde siamo nell”800, il secolo delle rivoluzioni, dell’emergere dell’ideologia socialista, del pensiero liberale, della necessità di garantire una legislazione in grado di salvaguardare la giovane unità italiana.

Fino al fascismo non avremo particolari problemi di stampo razziale nel nostro Paese. Certo, ci sarà il nazionalismo che esalterà la politica coloniale nel nostro Paese (richiamando Adua, Dogali etc.), ma rispetto a quello che succedeva in altre parti del mondo la situazione era nettamente migliore: si pensi solo ai pogrom nell’Europa dell’Est.

L’Italia, nella sua storia unitaria non aveva mai avuto particolari problemi tra minoranze (soprattutto) religiose: l’unica questione da risolvere, importantissima, era quella dei rapporti tra il Regno e l’ex Stato Pontificio di Pio IX.

Quello che mancava allo Statuto Albertino – permettendo una degenerazione in senso fascista della vita politica italiana – era la presenza di una Corte Costituzionale o di un sistema rigido in grado di garantire alla Carta di sprigionare senza problemi i suoi effetti. Così, dopo la presa (legale) del potere da parte di Mussolini, nel giro di poco tempo si avviava un processo di (re) confessionalizzazione, accompagnato da assurde leggi sulla razza: i Patti Lateranensi del 1929, il Manifesto della Razza (1938) e le leggi a tutela della razza (1938 – 39).

Nel 1929 si conclude un lungo contenzioso storico tra il Regno d’Italia e la Santa Sede: si riconosce lo Stato del Vaticano, si introduce l’esame di Stato obbligatorio, il Papa di fatto ottiene onori e privilegi pari a quelli di qualsiasi altro sovrano, l’associazionismo cattolico godrà di una posizione favorevole nel Regno, torna obbligatorio l’insegnamento della religione cattolica etc. Ma i Patti Lateranensi sono poca roba rispetto a quello che accadrà alla fine degli anni ’30:

  • 14 luglio 1938: manifesto sulla purezza della razza Italiana. Detto in (molte) pillole:
  1. le razze umane esistono; 2) esistono razze grandi e razze piccole; 3) è certo che ci sia una razza che abbia il dominio assoluto sulle altre; 4) la popolazione italiana e la sua civiltà hanno un carattere nettamente ariano, riuscendo a cancellare quasi del tutto i geni delle popolazioni pre – italiche; 5) «È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio» (art.5 del Manifesto); 6) «Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana » (art.6 del Manifesto); 7) è giunto il momento che gli italiani si proclamino razzisti; 8) è pericoloso sostenere l’origine africana di alcune popolazioni europee; 9) «Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani » (Art.9 del Manifesto); 10) è necessario salvaguardare i caratteri fisici e psicologici degli Italiani;
  • 25 luglio 1938: comunicato della segreteria del PNF sulla razza italiana. Si dichiara che, fin dalla sua nascita, il governo fascista ha perseguito una politica «di miglioramento quantitativo e qualitativo della razza», oltre che di lotta a quelle ritenute inferiori. Inoltre, si legge nel comunicato: «Con la creazione dell’Impero la razza italiana è venuta in contatto con altre razze, deve quindi guardarsi da ogni ibridismo e contaminazione. Leggi «razziste» in tale senso sono già state elaborate e applicate con fascistica energia nei territori dell’Impero. Quanto agli ebrei, essi si considerano da millenni, dovunque e anche in Italia, come una razza diversa e superiore alle altre, ed è notorio che nonostante la politica tollerante del Regime gli ebrei hanno, in ogni Nazione, costituito – coi loro uomini e coi loro mezzi – lo stato maggiore dell’antifascismo». Il comunicato si conclude annunciando che, nell’immediato futuro, sarebbero state emanate diverse leggi razziste.

FINE PARTE 1

ETIOPIA 1937: IL MASSACRO DIMENTICATO

on 22 febbraio 2015 in Senza categoria Commenti disabilitati su ETIOPIA 1937: IL MASSACRO DIMENTICATO

Il 9 maggio 1936 il Regno d’Italia occupa l’Etiopia e la integra nell’Africa Orientale Italiana, comprendente anche Etiopia, Somalia ed Eritrea. Il controllo dell’Etiopia sarà affidato al gerarca fascista Rodolfo Graziani, che assumerà il titolo di Vicerè d’Etiopia.

“Il 19 febbraio 1937, in occasione della nascita di Vittorio Emanuele, primogenito di Umberto II di Savoia, il Vicerè ordina di preparare una cerimonia pubblica nel giorno della festa della Purificazione della Vergine, secondo il calendario copto. Graziani decide di imitare un’usanza etiope: distribuire due talleri d’argento a ciascun povero di Addis Abeba, uno in più di quanto ha sempre distribuito Hailè Selassiè. Così, una folla di derelitti confluisce nel cortile del palazzo imperiale. Improvvisamente, due intellettuali eritrei (Abraham Debotch e Mogus Asghedom) lanciano contro il palco 7 o 8 bombe a mano uccidendo quattro italiani, tre indigeni e ferendo una cinquantina di persone, tra cui lo stesso Graziani. Dopo alcuni momenti di panico, i militari italiani e gli ascari libici (paracadutisti dell’esercito italiano di nazionalità libica) reagiscono: chiusura delle vie di fuga, 3 ore di fuoco di fucileria e colpi di scudiscio sulla folla. Nei giorni successivi si scatenano le rappresaglie. Scrive Ciro Poggiali, giornalista che assistette a quegli eventi: « Tutti i civili che si trovano ad Addis Abbeba, in mancanza di una organizzazione militare o poliziesca, hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vengon fatti arresti in massa; mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio come un gregge. In breve le strade intorno al tucul sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Lo scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente. 20 febbraio 1937, sabato: sono stato a visitare l’interno della chiesa di San Giorgio, messa a fuoco e fiamme per ordine del federale Cortese. Alla sera, cerco invano di ottenere dal colonnello Mazzi di telegrafare al giornale. Gli ordini di Roma sono tassativi: in Italia si deve ignorare. Intanto, l’opera di distruzione dei tucul continua. Spettacoli da tragedia delle immense fiammate notturne. La popolazione indigena è tutta sulla strada. Impressionante indifferenza dei capannelli di donne e di bambini intorno alle masserizie fumanti. Non un grido, non una lacrima, non una recriminazione. Mi narrano che un suddito americano, per avere soccorso un ferito abissino, è stato bastonato dalle squadre dei randellatori». Scrive Harold Macus: «Poco dopo l’incidente, il comando italiano ordinò la chiusura di tutti i negozi, ai cittadini di tornare a casa e sospese le comunicazioni postali e telegrafiche. Addis Abeba era di fatto isolata dal mondo. Nel pomeriggio il partito fascista locale votò un pogrom, una sollevazione popolare contro i cittadini. Il massacro iniziò la notte stessa: gli etiopi furono uccisi indiscriminatamente, bruciati vivi nelle capanne o abbattuti dai fucili mentre cercavano di uscire. Gli autisti italiani rincorrevano le persone per investirle col camion o le legarono coi piedi al rimorchio trascinandole a morte. Donne vennero frustate e uomini evirati e bambini schiacciati sotto i piedi; gole vennero tagliate, alcuni vennero squartati e lasciati morire o appesi o bastonati a morte».

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Rodolfo Graziani, Capo di Stato Maggiore e Vicerè d’Etiopia

Il 20 febbraio il Duce scrive a Graziani e parla di «repulisti, di passare per le armi e senza indugi tutti i civili e religiosi comunque sospetti». Le violenze continuano; circa 700 indigeni, rifugiatisi nell’ambasciata inglese, vengono fucilati appena usciti da questa». Non si conosce il numero esatto delle vittime nei primi giorni successivi all’attentato. Fonti etiopi parlano di 30mila vittime, fra 3mila e 6mila secondo la stampa straniera del tempo. Gli attentatori, nel frattempo, non si trovano. Così, decine di notabili e ufficiali etiopi vengono fucilati alla fine di febbraio. Tra marzo e novembre, 400 abissini vengono imprigionati e deportati in Italia con cinque piroscafi. Intere famiglie con donne e bambini sono confinate nel campo di concentramento di Danane, sulla costa somala, dopo aver sostenuto un lungo viaggio di 15 giorni con morti per stenti e malattie varie. Il primo convoglio per Danane parte per Addis Abeba il 22 marzo, arrivando a destinazione solo il 7 aprile. Comprende 545 uomini, 273 donne e 155 bambini, ma moltissimi muoiono sulle strade battute continuamente dalla pioggia. Seguiranno altri cinque convogli per un totale, secondo fonti italiane, di 1800 unità (gli etiopi parlano di circa 7mila). Secondo la testimonianza di Micael Tesemma, che trascorse nel campo tre anni e mezzo, su 6500 internati ben 3175 perdono la vita per scarsa alimentazione, acqua inquinata e malattie. Lo stesso direttore sanitario del campo, avrebbe accelerato la fine di alcuni internati con iniezioni di arsenico e stricnina. Il 28 febbraio Graziani propone di radere al suolo la parte vecchia della città di Addis Abeba e di internare tutta la popolazione, ma Mussolini si oppone per paura di forti reazioni internazionali, pur confermando ed estendendo l’ordine di passare per le armi tutti i sospetti. A marzo Graziani ordina di fucilare tutti i cantastorie, gli indovini e gli stregoni di Addis Abeba e dintorni, in quanto responsabili di annunciare nei vari mercati la fine prossima del dominio italiano. L’iniziativa è approvata da Mussolini. Tra il 27 marzo ed il 25 luglio 1937 si realizzano 1877 esecuzioni. Da una statistica dell’Attività dell’Arma dei Carabinieri, si ricava che solo i carabinieri hanno passato per le armi 2509 indigeni.

Sempre Ciro Poggiali, racconta di un capitano italiano che, dopo aver fatto razzia di bestiame a danno di una famiglia indigena, di fronte alle proteste del capofamiglia, uccide tutta la famiglia compresi i bambini. E ancora: « sul piazzale del Tribunale assisto al trasporto, dopo la condanna per furto, di un giovinetto moribondo per denutrizione. Un altro non si regge in piedi per le botte. I carabinieri che hanno in custodia i prevenuti da presentare alla “giustizia”, hanno importato dall’Italia, moltiplicandoli per mille, i sistemi polizieschi più nefandi». Anche i reparti militari sul territorio partecipano alle repressioni: il capitano degli Alpini Sartori, è incaricato di eliminare 200 Amhara catturati nei dintorni di Soddu. L’ufficiale li ammassa in una grande fossa scoperta tra i dirupi e ordina ai suoi ascari di sparare. Il ricordo della carneficina turberà il resto della vita del capitano, che morirà smemorato, qualche anno dopo, in una prigione del Kenya. Da maggio in poi avviene la distruzione della chiesa copta. La tesi è quella di un complotto cui non è estraneo l’aiuto degli inglesi e della comunità ecclesiale copta. Il battaglione eritreo, composto in gran parte da copti, viene sostituito con uno somalo mussulmano, più adatto alla repressione dei cristiani. Le truppe del generale Pietro Maletti partono per la rappresaglia: 115.422 tucul, tre chiese ed 1 convento incendiati, 2523 i “ribelli” giustiziati. Dopo la distruzione del convento di Gulteniè Ghedem Micael, il 13 maggio, e la fucilazione dei monaci, Debrà Libànos viene accerchiata per punire i religiosi accusati di aver dato rifugio ai due attentatori di Graziani. Il 19 arriva un telegramma di Graziani che conferma la complicità dei monaci nell’attentato e ordina di passare tutti i monaci per le armi. Il 20 mattina tutti i religiosi catturati vengono caricati sui camion. All’una le esecuzioni sono terminate per riprendere poi, il 26 maggio, quando 129 giovani diaconi vengono trucidati. Fino al 27 maggio vengono passati per le armi 449 tra monaci e diaconi. Stando alle Università di Nairobi e Addis Abeba, i numeri del massacro si aggirerebbero tra i 1423 ed i 2033 uomini.

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Impiccagioni in Etiopia

Le vittime, trasportate sul luogo dell’eccidio da una quarantina di camion, vengono incappucciate e fatte accucciare sul bordo di un crepaccio, uno a fianco all’altro. Le mitragliatrici sparano in continuazione per cinque ore, interrotte solo per buttare i cadaveri nel crepaccio. Coperto dall’approvazione di Mussolini, Graziani rivendicò «la completa responsabilità» di quella che definì con orgoglio la «tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia», soddisfatto di «aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall’abuna all’ultimo prete o monaco, che da quel momento capirono la necessità di desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo, se non volevano essere radicalmente distrutti». Nel dopoguerra, nonostante le richieste etiopiche, nessun italiano venne mai punito per questi e per altri massacri, favorendo la rimozione dalla memoria collettiva dei crimini compiuti dagli italiani durante le guerre fasciste. Michele Strazza, avvocato e ricercatore di storia contemporanea”.

Fonte:  http://win.storiain.net/arret/num146/artic5.asp

PUNTATE PRECEDENTI:

NAPOLI > https://ilmalpaese.wordpress.com/2015/01/05/stranissimo-e-bellissimo-viaggio-in-italia-napule-mille-culure/  

DA VENEZIA AI CASTELLI ROMANI > https://ilmalpaese.wordpress.com/2015/01/03/stranissimo-e-bellissimo-viaggio-in-italia/

Il giardino di Ninfa è un monumento naturale della Repubblica Italiana situato nel territorio di Cisterna di Latina. Si tratta di un giardino all’inglese, la cui realizzazione è stata iniziata da Gelasio Caetani 1921 ed attualmente gestito dalla Fondazione Caetani. Si tratta di un incantevole incrocio tra piante provenienti da tutto il mondo (es.: l’acero giapponese ed il pino dell’Himalaya) ed i ruderi medievali di quella che fu la città di Ninfa. La definizione di giardino più romantico del mondo non l’ho inventata io, ma è stata frutto di un articolo del « The New York Times ». Siamo arrivati, ti consiglio di dare fondo a tutte le energie della tua macchina fotografica. Infatti (inserire album fotografico di Ninfa).

Dopo una mattinata tra ruderi, piante e nozioni sul monumento naturale da parte degli esperti del settore, arriva il momento di riprendere la macchina e tornare a casa. Mi dici che il pomeriggio vuoi passarlo a riordinare il materiale che hai raccolto in questo periodo sull’Italia, perchè hai in mente di farci un libro e/o un blog. Inoltre vuoi programmare già la tua prossima tappa: il Sud. L’Italia deve proprio piacerti tanto, insomma.

Eccoci arrivati al giorno della partenza: ti accompagno a Cisterna, da dove prenderai il treno per andare a Latina.

Perchè visitare Latina? Innanzitutto precisiamo: visitare Latina significa (quasi) obbligatoriamente dare un’occhiata anche a Pomezia, Aprilia, Sabaudia… Motivo? Sono tutte città giovanissime, che hanno più o meno una settantina di anni. Sono il più grande esempio di progettazione urbanistica realizzatosi durante l’autoritarismo fascista. Senza sottovalutare le altre città, mi limito a parlarti di Latina. Il 18 dicembre 1932 Benito Mussolini, Duce d’Italia, inaugura quello che sarà il futuro capoluogo dell’Agro Pontino: Littoria. Il progetto viene realizzato con il contributo di coloni provenienti soprattutto dalle aree depresse del Nord Italia. Dopo la liberazione, si pensa di mutare il nome della città in Latinia, ma quelle due lettere finali (-ia) sembrano ancora ricordare il triste passato fascista (d’altronde, gli altri Comuni di nuova fondazione si chiamano: Aprilia, Sabaudia, Pomezia…). Dunque, leviamo la penultima vocale, onde evitare spiacevoli equivoci. Girando la città ti ritrovi dunque immerso in quegli anni (’30 – ’40) che ovviamente, hanno risentito dei cambiamenti giunti fino a noi: Palazzo Emme, il cui nome è un omaggio al Duce (l’iniziale del suo cognome) e oggi è sede di diversi progetti culturali; Piazza del Quadrato, nucleo originario della città; l’edificio dell’Opera Nazionale Combattenti, oggi sede di un Museo della Bonifica… Ma Latina è anche bellezze naturali: basti pensare al Lago di Fogliano, facente parte del Parco Nazionale del Circeo e classificata come Zona umida di importanza internazionale (RAMSAR). Specie mediterranee (leccio, palma nana, alloro) si affiancano a palme, eucaliptus e araucaria. Insomma, è da vedere anche quello. E non dimenticarti il Museo di Piana delle Orme, dove si rivive (quasi) dal vivo l’esperienza della seconda guerra mondiale.

Sembra un po’ presto per pensarci, d’altronde mancano 4 mesi e poco più. Però, di tempo ne abbiamo avuto tanto e di materiale ne abbiamo abbastanza per poter (forse) rispondere alle seguenti domanda: come ci stiamo arrivando al 70° anniversario della liberazione dal nazifascismo? A quel 25 aprile 2015, ci giungeremo forti, con una memoria collettiva che non intende dimenticare i valori sorti con la Resistenza, con la Liberazione, con la nascita della Repubblica e della Carta fondamentale, oppure deboli, con spettri pronti a riavvianghiarci tra le loro spire, dopo aver pensato che fossero scomparsi del tutto? Cosa ne è stato del sacrificio di tanti partigiani che hanno rischiato e/o perduto la vita pur di restituire il Paese alla democrazia, delle tante donne che – non solo come «staffette» – hanno contribuito alla causa della liberazione, del lavoro dei partiti che ci hanno donato la Costituzione Repubblicana? Spero di sbagliarmi, ma penso che la risposta sia abbastanza dolorosa: di tutto quel periodo ci è rimasto solo l’aspetto storico. Mi spiego: è ormai sapere comune il fatto che il 25 aprile l’Italia viene liberata dal nazifascismo, mediante le insurrezioni partigiane e la risalita da Sud delle truppe alleate, che il 2 giugno 1946 un referendum sancisce la nascita della Repubblica e la fine della Monarchia, che il 1° gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione. Ciò che sta venendo meno di quel momento tragico e, allo stesso tempo, foriero di fatti positivi, è l’aspetto dei valori, degli ideali che ne sono fuoriusciti. Valori e ideali che, almeno su carta, sono cementati nei principi fondamentali della nostra Costituzione. Basta farsi un giro tra le persone per capire che stiamo vivendo un clima di dispersione, di arrendevolezza, di sconforto…

Iniziamo, per l’ennesima volta, da un triste luogo comune: l’avversione verso gli stranieri. Durante il regime fascista, una delle conseguenze dell’avvicinamento dell’Italia alla Germania di Hitler (sancito poi con il Patto d’acciaio del 22 maggio 1939) fu la pubblicazione di leggi razziali e di un “manifesto della razza” (1938) firmato da 10 scienziati italiani. In pillole: si sanciva l’esistenza di una pura razza italiana, che non doveva mescolarsi con quelle inferiori, in primis con gli ebrei. Poco tempo prima c’erano state nel Terzo Reich le famigerate «Leggi di Norimberga» e poi, durante la guerra, il più grave attentato alla dignità umana: la «Soluzione finale». Una vittoria delle truppe dell’Asse (Italia – Giappone – Germania) avrebbe dato vita ad un nuovo ordine mondiale, basato sulla diseguaglianza e sulla possibilità di legittimare definitivamente lo sterminio di popoli ritenuti inferiori: gli ebrei in primis, ma anche le popolazioni dell’Europa orientale che, nei piani di Hitler, doveva diventare il granaio dell’Impero tedesco, con gli abitanti destinati alla semischiavitù. Di ciò (e di tanto altro) cosa ci resta? Pochissimo: i partiti fascisti provano a rialzare la testa, lo straniero diventa il capro espiatorio dei nostri problemi.

Fosse solo questo il problema: nel tempo abbiamo imparato anche ad abusare dei diritti conquistati. Giusto per fare qualche esempio: durante il periodo fascista la partecipazione politica era consentita solo se ti tesseravi nell’unico partito riconosciuto: il Partito Nazionale Fascista. L’alternativa: restare in Italia e darti alla lotta clandestina (rischiando l’esilio o qualche anno di carcere duro, se non la pena di morte), oppure emigrare all’estero. E per partecipazione politica si intendono tanti diritti: il voto, la libertà di pensiero, la libertà di associazione etc. Cosa dice poi l’art.1 della nostra Costituzione? «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» : il lavoro diventa base del nostro ordinamento, e lo Stato fa di tutto per garantirlo, è un patto tra i cittadini e le istituzioni. Pensate in quale bel mondo viviamo: fino a 70 anni fa potevano votare solo gli uomini, le donne erano solo «angeli del focolare» destinati ad occuparsi della famiglia e delle faccende casalinghe. Per carità, ciò lo era anche prima della marcia su Roma, ma con la Liberazione tutto è cambiato. Oggi invece, a votare non si va più, si preferisce l’astensione. I motivi di questa scelta sono ben condivisibili: la sfiducia nella politica, la crisi economica etc. Ma ricordiamoci ogni tanto, che senza le pallottole ed il sangue versato dai componenti della Resistenza, senza il coraggio di uomini, donne, giovani e meno giovani, oggi (forse) staremmo ancora con la tessera fascista in tasca, a votare SI o NO alle elezioni per un listone, senza possibilità di scegliere alternative nettamente opposte. Le donne oggi continuerebbero a non aver accesso a talune attività lavorative (es.: la magistratura)… Quindi, donne che vi prestate al neofascismo, come fate ad accettare un sistema di valori che vi vedrebbe subalterne? E voi uomini, come fate a condannare questa Repubblica che vi permette di parlare e pensare, al contrario di ciò che spettava ad una voce dissidente durante il regime autoritario? Si dirà che il partito fascista è fuorilegge: stiamo attenti, perchè il fascismo si esplica tranquillamente anche in partiti che hanno rappresentanti nelle istituzioni. Tornando al lavoro: prima era obbligatoria la tessera, oggi no; prima non potevi scioperare e/o protestare in altri modi, oggi si.

Di tutto ciò cosa è rimasto? Ben poco: forse i diritti vengono visti come una cosa definitivamente acquisita, ma ciò non può permettere a tutti noi il lusso di utilizzarli solo quando fa comodo. Quando si deve votare, facciamolo, qualunque sia la situazione del Paese; quando non si deve votare, partecipiamo, aderiamo ad un partito (o fondiamolo), entriamo in un’associazione (o creiamola)… insomma, non restiamo con le mani in mano, perchè il Paese è di tutti, ed ognuno di noi, in diversa misura, è responsabile di ciò che accade nella penisola. Il lavoro non si trova? Cerchiamolo, arrangiamoci, consapevoli che ciò lo facciamo non solo per noi stessi, ma per la collettività, per le future generazioni… Ovviamente, è impossibile ipotizzare un ritorno al periodo mussoliniano, anche perchè il fascismo non è esente da evoluzioni. Ma le basi restano sempre quelle, e se ieri si attaccava lo straniero per non inquinare la razza italiana, oggi lo prendi di mira perchè «colpevole» di rovinare la nostra brava gente italica. Detto ciò, sfruttiamo questi 4 mesi per recuperare i valori antifascisti e costituzionali, e festeggiare degnamente il 70° dalla Liberazione.

Ormai tutti han famiglia, hanno figli,
Che non sanno la storia di ieri.
lo son solo e passeggio tra i tigli
Con te, cara, che allora non c’eri.
E vorrei che quei nostri pensieri,
Quelle nostre speranze d’allora,
Rivivessero in quel che tu speri,
O ragazza color dell’aurora

Italo Calvino

“nessuna conquista è per sempre,

c’è sempre qualcuno interessato a toglierla per cui resistere è,
non solo un dovere, ma una necessità dei giovani, altrimenti non si va avanti!”

Maria Cervi

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SILVIO BERLUSCONI: E’ CADUTA LA TESTA, NON IL REGIME.

on 27 novembre 2013 in Senza categoria Commenti disabilitati su SILVIO BERLUSCONI: E’ CADUTA LA TESTA, NON IL REGIME.

Se pensate che con la decadenza di Silvio Berlusconi è finito un regime, si sbaglia di grosso. Probabilmente, quello di Berlusconi non è stato un regime nel vero senso della parola. Ma sicuramente, è stato qualcosa che si avvicina moltissimo a quel termine. In scienza politica, una delle cose fondamentali che ti insegnano è che qualsiasi regime, una volta terminato, sarà comunque destinato ad influenzare la nascita di quello successivo. E’ successo con la transizione dalla monarchia alla dittatura (lo Statuto Albertino, carta fondamentale del Regno d’Italia, resterà in vigore anche durante il ventennio dei fasci); è successo con il ritorno (breve) alla monarchia, dopo l’8 settembre 1943(l’ordine Dino Grandi è di chiara matrice fascista), e poi, con il passaggio alla Repubblica (es.: il Codice Civile risale al 1942). Con Berlusconi, è successa una cosa simile: è stato fatto fuori (politicamente parlando s’intende) l’uomo, ma non ciò che ha lasciato. E Silvio di «regali» ne ha fatti tanti al popolo italiano: condoni edilizi e fiscali, leggi ad personam, conflitto d’interessi, mignotte, figuracce a livello internazionale etc. Allora, è inutile stare a discutere la fine politica (premesso il fatto che, in qualsiasi altro Paese civile, la decadenza di un senatore mai si sarebbe pensato di trasformarla in un momento storico) di una persona, se poi si lascia intatto tutto il sistema di potere che ha creato. Da oggi, l’Italia ha un Parlamento (leggermente) più onesto. Ma, come sono stati smantellati i simboli fascisti, come è stato scardinato quell’ordinamento dittatoriale che per un ventennio ha fatto prevalere nel nostro Paese il pensiero unico, si cominci ora ad attuare una politica volta a garantire la tutela e la salvagurdia dell’ambiente, a velocizzare la giustizia ed a rendere la sua applicazione uguale per tutti («senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali »), a scardinare il dominio televisivo di pochissime emittenti… E poi, torniamo ad una scuola pubblica dignitosa, ridiamo ai cittadini la possibilità di scegliere chi mandare in Parlamento etc. Insomma, torniamo a parlare di politica, una volta per tutte.

 

Insomma: in Parlamento Berlusconi non c’è più. E’ però rimasto il berlusconismo, ancora più pericoloso.