Francia, la fine di una storia lunga secoli

Articolo del sottoscritto apparso qui: https://issuu.com/walkietalkie/docs/frequenze_04/4

Stiamo vivendo cambiamenti epocali, di cui ora ce ne stiamo accorgendo solo in modo impercettibile. Tra qualche anno, però, i libri di storia renderanno giustizia a quanto sta accadendo nel mondo: la vittoria di Donald Trump negli States, la vittoria del Leave nel referendum sulla Brexit e la fine del tradizionale scontro tra socialisti e gollisti in Francia, giusto per citare qualche evento. In merito a quest’ultimo, accaduto il 23 aprile 2017, c’è molto da dire, in quanto non si tratta solo della fine di un processo politico nato dopo la seconda guerra mondiale, ma del culmine di un pezzo di storia francese le cui radici vanno ricercate nella Rivoluzione Francese del 1789. Scrive bene Mario Lavia su L’Unità, nel suo pezzo E’ la fine del Partito Socialista francese. Il PS, infatti, tenendo fede a quanto sancito dalle primarie, si è presentato all’elettorato francese con la figura di Benoit Hamon, chiamato ad una impresa titanica: risalire la china dopo l’esperienza fallimentare del governo di Francois Hollande, considerato da molti il peggiore Presidente della Repubblica dal dopoguerra ad oggi. Non è andata affatto bene, in quanto il risultato è stato addirittura peggiore delle aspettative: 6,3% e quinto posto, scavalcato e ridicolizzato anche da Jean-Luc Mélenchon, il candidato della sinistra estrema. Quel 6,3% può essere paragonato, ovviamente con le dovute differenze, alla fine del Partito Comunista Italiano. Lavia ha ben ragione nel parlare del mito del 1789, della grande predicazione intellettuale e letteraria dell’Ottocento, vista come il faro ideologico e morale cui rivolgere l’animo e lo sguardo, perché questo era il socialismo per molti francesi. È la fine del socialismo di Simone De Beauvoir, di quel modello politico, sociale e culturale capace di resistere all’esperienza negativa della Terza Repubblica e al nazismo, in grado di giocare un ruolo nel Maggio francese del ’68, di creare l’esperienza di Francois Mitterrand. La vera notizia, insomma, seppur in modo paradossale se consideriamo il contesto storico che stiamo vivendo, non è il nuovo record di voti raggiunto dal Front National (21,5%), non è il confronto al ballottaggio tra due partiti non tradizionali (En Marche! e Front National) e neanche la clamorosa ascesa di Melenchon (19,6%), ma la fine della secolare tradizione politica del socialismo, la cui parabola si è conclusa con il governo Hollande, che solo 5 anni fa vinceva le elezioni. Non mancano gli aspetti positivi nell’ultima esperienza di governo a guida PS. Giusto per fare qualche esempio, in questi ultimi 5 anni la Francia si è (ri)scoperta patria dei diritti civili, con leggi che ora permettono agli omosessuali di sposarsi, adottare figli e donare sangue (un divieto durato 30 anni). Allo stesso tempo però, gli attentati hanno messo a nudo le falle sulla sicurezza nazionale e alla maggioranza dei francesi non è affatto piaciuta la Loi Travail, una legge avente l’obiettivo di rilanciare l’occupazione, ma vista troppo vicina alle imprese e lontana dai dipendenti. Il Partito Socialista Francese, insomma, è chiamato a rimboccarsi le maniche, a riflettere sugli errori attuali e storici (perché ridursi al 6% dopo essere stato sempre in doppia cifra, è un risultato che va studiato in profondità), se veramente vorrà tornare a primeggiare. Nel frattempo, Macron, Le Pen e Melenchon se la godono, con scenari di cui ancora sappiamo ben poco.

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